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L’Anno della Lepre _Letture

       

L’Anno della Lepre, un libro semplice e semplicemente delizioso. Un titolo che consiglierei perché fa fine (senza essere fighetto) e non impegna, anzi. Una favoletta dei nostri giorni – si fa per dire, ha quarantadue anni ma li porta benissimo – che intrattiene incantando e conservando il necessario margine per un sincero, mite antagonismo , qualità entrambe rare in questi tempi di standardizzazioni ruffiane e battaglie (sempre troppo) interessate. Da leggere e da amare, per scoprire che magari c’è ancora un piccolo Vatanen dentro tutti noi.

 

Nauseato dal proprio lavoro e dalla routine di Helsinki, snervato da una moglie priva di ogni buon gusto e che, come non fosse abbastanza, non ha mancato di mettergli le corna, Kaarlo Vatanen è un giornalista quarantenne in piena crisi d’identità. Una sera d’inizio estate, al rientro da un servizio fuori porta, lui e un collega fotografo investono un leprotto che fugge terrorizzato nel bosco. Raggiunto e medicato l’animale, Vatanen sente che l’occasione per una fuga da quel mondo così indigesto è propizia e la coglie al volo: si dà alla macchia tra gli improperi del compagno di viaggio e a casa non tornerà più, abbracciando prima con qualche esitazione, poi con disinvoltura assoluta, una vita raminga ma enormemente più sana e consapevole, con la sola compagnia di quella lepre salvata da morte certa. Lo seguiamo così per un anno nei suoi spostamenti di paesino in paesino, dal sud più urbanizzato verso il nord aspro e selvaggio della Finlandia, prima di un fugace e deludente ritorno dalle parti della capitale e il definitivo confino volontario nelle foreste della Lapponia più profonda, immerso nella meraviglia incontaminata della natura e lontano da tutto e tutti. Lo vedremo cavarsela in maniera sempre più convincente, dapprima grazie al ricavato della vendita della sua barca, quindi con gli utili derivanti da mestieri sempre più umili e duri, rivelando doti pratiche e una capacità di adattarsi all’asprezza del territorio inimmaginabili per un semplice (presunto) imbrattacarte di città.

 

Nondimeno, pedinare lui e il suo amico impellicciato nel loro girovagare senza meta apparente offrirà a noi lettori l’opportunità di conoscere uno dei paesi più remoti e bizzarri del continente europeo, sonnacchioso nei ritmi blandi imposti da un ciclo delle stagioni particolarmente rigido eppure così prossimo a noi per quanto concerne l’organizzazione della cosiddetta vita civile, con le immancabili storture della politica e della burocrazia, l’ottusità imperante di chi è al potere o deve premurarsi di difendere i confini nazionali, e l’immancabile specchio rovesciato che vorrebbe far passare il mite Vatanen per un pazzo squinternato perché non più incasellabile, quando è evidentemente vero l’esatto contrario, che la follia dilaga indisturbata proprio nelle schiere rispettabili degli “integrati”: vecchi preti con il pallino delle armi, funzionari di polizia con la fissa (forse non a torto) dei complotti di stato, invasati neo-pagani già promossi all’insegnamento, ubriaconi d’ogni fatta e orde di borghesi cafoni con manie di onnipotenza.

 

“L’Anno della Lepre” è un piccolo romanzo agile ed estremamente gradevole, di quelli che si divorano in una manciata di ore, non impegnano granché e lasciano il piacevole retrogusto di una morale spiccia che non puzza di moralismo. E’ assurto un po’ a sorpresa al rango di cult-book, non solo in patria – dove deve essere ormai una sorta di mito per almeno tre generazioni di lettori – ma anche da noi. Il motivo di tanto successo non dovrebbe essere in realtà difficile da cogliere: il libro è figlio del suo tempo, dello smarrimento di metà anni settanta dopo le illusioni presto tradite del sessantotto, del disincanto e del rifiuto ma anche di un’inesausta speranza nell’uomo e nel buon senso. Pur avendo già compiuto i suoi primi quarant’anni, si dimostra tuttavia un’opera in splendida forma, attualissima per come sa ancora parlare ai più giovani anche in anni di crisi ben più generalizzata, come quelli che stiamo vivendo. Era decisamente in anticipo sui tempi del 1975, quando le grottesche sirene new age erano ben lungi dal manifestare le loro fascinazioni standard da quattro soldi, quando nessuno o quasi andava predicando la necessità di una decrescita felice, quando ambientalismo ed animalismo non si erano ancora trasformati in vezzi alla moda globalizzati, ma rispecchiavano un sentimento più sincero e in aperta controtendenza.

 

Ecco perché, come il “Walden” di Henry David Thoreau (testo che per l’ancora emergente Paasilinna deve aver rappresentato qualcosa più che un semplice modello umanistico-letterario), questo racconto (o collezione di racconti, se vogliamo) è invecchiato così bene, anche adesso che non c’è più un Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche da cui guardarsi quasi con terrore, quando si sconfina nella propria ostinata caccia all’orso (anche se con Putin al comando in Russia, insomma…). La guerra fredda è finita ma le cose non sono migliorate affatto. Gli squilibri restano tutti in campo, ancor più estremizzati d’un tempo. C’è più consapevolezza solo sulla carta, anzi, solo nella rete, per quanto il coraggio di un vero anticonformista à la Vatanen sia forse oggi merce ancor più rara di allora. Una pigrizia emotiva e sociale pare averci resi tutti più fiacchi e, anche quando vediamo che le cose non viaggiano come dovrebbero, manca una vera reazione, perentoria, al di là della pallida indignazione di facciata. Forse stiamo solo aspettando, tutti, che la nostra lepre venga a salvarci…

8.5/10

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La Scopa del Sistema _Letture

       

Oh bene, torno a parlare di David Foster Wallace dopo tempo immemore. Non la brillante nonfiction di “Una cosa divertente…” stavolta, bensì un romanzo vero e proprio,
quello d’esordio oltretutto. In quel vecchio pezzo lamentavo di spendere in dischi tutti i soldi che avrei potuto destinare ai libri. Beh, oggi è vero l’esatto contrario e ho avuto modo di acquistare e leggere i titoli più significativi dell’autore di Ithaca arrivando a un paio di conclusioni in merito. Primo: sono sinceramente affascinato ma non posso (e non credo potrò mai) definirmi un fan di DFW. Secondo: ho fatto molta più fatica con questo “La Scopa del Sistema” che non con il ben più ponderoso (e sicuramente arduo) “Infinite Jest”. Non saprei dire se a pesare sia stata l’assenza di malizia di un caso rispetto all’altro, o se sia stata colpa dei problemi personali che mi hanno accompagnato nella travagliata esperienza con il primo. Sia come sia, è stata una sofferenza. Comunque gli spunti vertiginosi e riusciti, al netto dell’inevitabile fuffa, sono innumerevoli, su tutti il piacere dell’affabulazione in quanto tale. Insomma, ormai sono vaccinato ma non nascondo che “il Re Pallido”, là ancora intonso sullo scaffale, mi incute ancora un notevole terrore.

 

Sobborgo di East Corinth, 1990, in una Cleveland affogata nel sole e nelle sue nevrosi: la brillante Lenore Beadsman, terza di quattro figli in una (disfunzionalissima) famiglia di magnati nel ramo della chimica-farmaceutica, cerca di fare un po’ di ordine nella sua vita e di capire una volta per tutte, all’indomani dell’ennesimo traguardo accademico, cosa intende davvero fare da grande. Aver rifiutato l’implicito cordone ombelicale paterno le è valso una certa illusione di indipendenza anche se, professionalmente, il suo presente di centralinista senza scopo presso una fittizia casa editrice di proprietà, ironia della sorte, proprio del genitore, non le garantisce lo sfogo intellettuale di cui avverte il bisogno. Il suo capo e fidanzato, che per uno strano tiro del destino si chiama Rick Vigorous ma appare come la negazione stessa del proprio nome (secondo un gusto beffardo nelle attribuzioni onomastiche che richiama la galleria farsesca del Kubrick de “Il Dottor Stranamore”), la vincola e la soffoca, con le sue manie compulsive e l’ideale di un’esclusività sentimentale che non può che implicare il possesso e l’annullamento. Con la sua ninfomania non diagnosticata, l’amica e collega Candy Mandible pare sintonizzata su ben altre frequenze, mentre con il fratello “genio e sregolatezza” LaVache non è più praticabile alcun approccio dialogico e la sorella Clarice pare ormai irrecuperabile nel suo orticello di grottesca follia coniugale e genitoriale. Persino il pappagallo Vlad L’Impalatore sembra aver voltato le spalle a ogni traccia di buon senso animale e, di punto in bianco, prende a sproloquiare di fede e oscenità, in egual misura, con una parlantina che non può che esaltare il luccicante fanatismo del mondo televisivo. Lo psicanalista che la segue, il Dr. Jay, è matto come un cavallo e, come se non bastasse, se ne frega dell’etica professionale, spiffera il privato dei suoi pazienti ai loro congiunti ed è l’ennesima pedina al soldo di papà Stonecipher.

 

L’ unico vero stimolo di Lenore, l’amata bisnonna col pallino di Wittgenstein e un nome all’anagrafe che è tale e quale il suo, è scomparsa nel nulla assieme a una ventina di altri pazienti della casa di riposo in cui era stata relegata: colpa di quanto può aver scoperto su alcune ricerche e un nuovo rivoluzionario prodotto ancora in fase di sperimentazione che potrebbe permettere ai lattanti (e agli animali, perché no) di parlare, garantendo all’impresa di famiglia, la Stonecipheco, di primeggiare finalmente nella guerra all’ultimo sangue con le concorrenti di mercato? E centrerà qualcosa il D.I.O. – deserto incommensurabile dell’Ohio, attrazione turistica artificiale che si trova proprio a ridosso della metropoli – cui alcuni indizi lasciati dall’anziana parrebbero rimandare? La ricerca della ragazza sul conto della parente finirà per coincidere con l’indagine introspettiva e non potrà che spingerla a liberarsi dei tanti legacci che le tarpano le ali, quando l’aitante figura di Andy “Wang-Dang” Lang riemergerà dal suo passato di adolescente per stregarla.

 

Romanzo d’esordio programmatico e vertiginoso di David Foster Wallace, sorta di prova generale del successivo capolavoro “Infinite Jest” di cui presenta in germe la medesima babele stilistica, il culto per la parola, le affabulazioni torrenziali e i dialoghi affilatissimi, “La Scopa del Sistema” è un’opera prima ambiziosa e non certo agevole che ha il suo limite più evidente (evidentemente ricercato dall’autore) in una certa sfibrante prolissità e nella pesante dipendenza dai modelli della narrativa postmoderna e della meta-fiction – Pyncion in testa – più in voga alla fine degli anni ottanta. Gli spunti sono innumerevoli, così come le ossessioni sviscerate con gelida lucidità (e un’accuratezza nel dettaglio che rasenta il maniacale) e i tanti eccentrici personaggi che popolano le sue pagine come specchi deformanti del reale (memorabile la bulimia esistenzialista dell’industriale pazzo Norman Bombardini). La stessa Cleveland, in fondo, con i suoi grovigli (telefonici e non) à la “Brazil”, la sua periferia progettata per omaggiare, a uno sguardo aereo, il profilo della vecchia diva Jayne Mansfield, e quel D.I.O. che è metafora sin troppo facile del vuoto relazionale che toglie umanità ai suoi abitanti, è un teatro distopico angosciante e implacabile.

 

Se la precisione sinestetica e luministica delle descrizioni già si rivela una eccellente prerogativa dello scrittore di Ithaca, l’impressione generale in merito a un testo così ricco e audace esce forse indebolita dall’insistenza con cui il giovane DFW promuove la propria inquietante visione della contemporaneità. Troppa filosofia del linguaggio, troppe circonvoluzioni concettuali a fronte di una materia sì stimolante ma anche capricciosamente irrisolta, priva di comodi approdi per il lettore che non voglia limitare la propria esperienza a un puro piacere discorsivo. Bene invece, decisamente, quando nella trama si fanno spazio le sottotrame rappresentate dagli elaborati che Rick racconta a Lenore a più riprese, testi scritti da studenti depressi in cerca di pubblicazione sull’inesistente rivista della Frequent & Vigorous o abbozzi di storie vergati di proprio pugno (ma non dichiarati), dedicati a una sorta di alter ego senza macchia, Monroe Fieldbinder, e di fatto ancor più deprimenti dei primi. In questi avvincenti slanci metanarrativi – su tutti la vicenda della “donna con il termos che teneva una raganella in un’ansa del collo”, o quella della coppia triste truffata dallo psicanalista, o anche la favoletta di “Billy Visone resta senza cena”, letta da Lenore alla nonna Concardine, risiedono forse i passaggi più interessanti del libro, il suo virtuosismo affabulatorio che, evidentemente, non lasciò indifferente il Douglas Coupland di “Generazione X” e che per l’autore canadese sarebbe diventata un’autentica ossessione stilistica, spesso e volentieri senza sbocchi davvero convincenti.

7.2/10

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La Principessa Sposa _Letture

       

No, vabbé… “Hola! Mi nombre es Iñigo Montoya. Tu hai ucciso mi padre, preparate a morir!”.
Basta questa, non serve altro commento. Anzi sì, questo è uno di quei libri che si amano. Dagli otto agli ottant’anni, come recitavano i giochi MB ai miei tempi…

 

 

William Goldman è stato sceneggiatore di successo, nella realtà come nei panni di se stesso nel suo più celebre romanzo, “The Princess Bride”. In una sorta di introduzione posticcia al testo, vi si presenta come già affermato – correva l’anno 1973 e aveva ritirato il premio Oscar per “Butch Cassidy” solo tre anni prima (una seconda statuetta sarebbe arrivata dopo altri tre anni grazie a “Il Maratoneta”) – ma non del tutto in pace con se stesso. Il suo cruccio è legato al figlio Jason, grasso, viziato e per nulla attratto dalla lettura, un po’ come lui durante l’infanzia prima che un’opera (di fantasia) dello scrittore (di fantasia) S. Morgenstern, “La Principessa Sposa”, lettagli dal padre barbiere in un periodo di convalescenza a letto esercitasse su di lui una sorta di fatale incantesimo. La speranza è che la magia si ripeta con il pargolo, ma questo non potrà certo avvenire prima che il nostro narratore entri finalmente in possesso di una copia di quel “classico per ragazzi” più presunto che altro, che tutt’a un tratto pare diventato introvabile. Nonostante la caccia vada a buon fine, Goldman patisce la delusione dello scarso interesse del figliolo, che prova a imbarcarsi nella lettura ma alza bandiera bianca molto presto. Il motivo di questo fallimento non risiede tuttavia nella semplice pigrizia, come l’autore ha modo di scoprire abbandonandosi alle pagine del libro in una rassegnata sessione notturna: l’opera che aveva suscitato in lui quel fascino tanto irresistibile era in realtà il frutto di una profonda revisione dell’originale operata dal genitore tanti anni prima, tagliando pagine e pagine di noiosissimi incisi descrittivi dall’ormai inservibile intento satirico. Goldman decide pertanto di cimentarsi in una personale riscrittura del romanzo, rispettosa in tutto e per tutto della penna di Morgenstern ma seguendo lo stesso spirito gioviale e favolistico che aveva orientato suo padre ai tempi. Il risultato è “La Principessa Sposa” come il celebre sceneggiatore ce lo presenta nelle restanti duecentonovanta pagine, arricchito dai puntuali (e preziosi) commenti della sua voce fuori campo.

 

La storia, che nell’accattivante premessa scopriremo trattare di “Scherma. Lotta. Tortura. Veleno. Vero amore. Odio. Vendetta. Giganti. Cacciatori. Uomini malvagi. Uomini buoni. Belle dame. Serpenti. Ragni. Bestie di ogni natura e tipo. Dolore. Morte. Uomini coraggiosi. Uomini codardi. Uomini più forti. Inseguimenti. Fughe. Menzogne. Passione. Miracoli” è quella dell’amore più forte di tutto del garzone Westley per la ricca figlia dei padroni, Buttercup, sbocciato contro ogni previsione e destinato a resistere a ogni sopruso e persino alla morte. Lo stile è insieme una parodia e un omaggio sia del registro fiabesco, decodificato e adottato da Goldman con la perizia del semiologo, che del genere avventuroso di stampo ottocentesco, un po’ romanzo picaresco un po’ novella di cappa e spada. Con simili premesse avrebbe potuto uscirne un minestrone indigesto o stucchevole, ma il risultato è piuttosto una miscela di quelle irresistibili, una miniera di (re)invenzioni narrative che conquista per sincerità e trasporto e – sorpresa! – mostra di avere vita facile nel riportare anche il lettore adulto alla magia dei suoi dieci anni. Che sia merito della vivacità dell’autore, i cui interventi non fanno che amplificare la traccia ironica della fabula grazie a un intreccio tanto semplice quanto portentoso? O del florilegio d’inventiva che sembra dare il meglio nell’ambientazione fantastica (tra Dirupo della Follia, Palude di Fuoco e Zoo della Morte c’è l’imbarazzo della scelta)? O non si tratta piuttosto del talento messo in campo nelle costruzioni attanziali, con un eroe che pare rispondere al perfetto identikit di un Greimas o di un Propp, una coppia di aiutanti – ed ex-oppositori – (lo spadaccino Inigo Montoya, piccolo capolavoro di romanticismo decadente, e il tenero gigante minus habens Fezzik, con la sua fissa per le rime) che scaldano il cuore ancor di più, una bella che più bella non si può (nonché più smorfiosa, almeno nelle prime battute) e almeno un paio di antagonisti con i controfiocchi, quell’Humperdinck che si dovrebbe vedere illustrato sulle enciclopedie alla voce “Figlio di puttana” e il suo fidato Conte Rugen, maestro di sadismo come di rado se ne sono incontrati sulla pagina stampata?

 

Difficile dire in cosa “La Principessa Sposa” giri meglio, quando ciò che conta è che giri così bene. E difficile (ma diciamo anche inutile) arrovellarsi per capire se il suo statuto di culto derivi dalla trascrizione filmica che ne ha tratto Rob Reiner nel 1987 (titolo italiano “La Storia Fantastica”) o se non sia vero il contrario. Sia come sia, quel “Vero amore” piazzato in bella vista nell’elenco degli ingredienti può anche essere inteso come “Amore per la lettura”, un sentimento che agilmente questo romanzo risveglia. Non è cosa da poco. Se ci aggiungiamo un finale scaltro e non certo accomodante, il nostro plauso non può che farsi incondizionato.

8.4/10

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Fatto di sangue _Letture

       

Il mio amore per la Marcos Y Marcos mi ha portato a confrontarmi in qualche caso anche con romanzi piuttosto recenti, cosa alquanto insolita per l’anomalo ma intransigente amante dei classici nel quale mi sono trasformato in questi ultimi anni. L’autore di questo “Fatto di Sangue” è un maiorchino che per poco non è mio coetaneo, condizione questa che per il talebano dentro di me equivale a una squalifica senza appelli. E invece dovevo essere in buona quando l’ho premiato tra i tanti altri “Alianti” sullo scaffale, convinto dalla copertina appena prima di imbarcarmi nel viaggio di nozze. L’ho attaccato in nave e la partenza, devo dire, è stata ottima. Ma è andato discretamente bene fin quasi alla meta, intravista la quale ha iniziato a fare acqua un po’ da tutte le parti. Lo stile comunque è meritevole, quindi non escludo di riprovare con uno degli altri volumi che ho di Sebastià, appena mi concederò un’altra pausa da scrittori o libri di tutt’altra fama.

 

 

Barcellona, 1936. Non fossero sufficienti le atrocità fratricide portate in dote dalla guerra civile, nei meandri della capitale catalana accade qualcosa di inquietante e non facilmente etichettabile: strane uccisioni che non sembrano l’opera di un essere umano, neppure nell’accezione bestiale che spesso un conflitto crudele inevitabilmente implica. Ma dato il turbolento contesto sociale e politico, questa è solo una grana in più da sbrogliare in cima al cumulo del commissario Gregori Muñoz, impeccabile poliziotto vecchio stampo con qualche dolorosa ferita nel proprio passato. Il medico legale Humbert Pellicer e il magistrato Miquel Carbonissa, che lo coadiuvano nell’indagine sugli efferati omicidi di un prete e un bambino, vorrebbero spingerlo ad abbracciare la più incredibile delle ipotesi, ovvero che l’autore dei delitti sia un vampiro, ma l’investigatore è troppo schiacciato dalla logica rigorosa, dalla realtà tangibile e da biechi giochi di potere orchestrati alle sue spalle, per poter tradire la propria visione del mondo e accogliere l’inesorabilità mostruosa di una natura umana spinta oltre il limite. Il precipitare degli eventi, la brutalità del comitato anarchico temporaneamente al potere e l’incontro con una creatura artificiale che parrebbe uscita dagli inferi lo costringeranno a cambiare opinione quasi su tutto, ma lo spiazzamento non gli impedirà di svolgere al meglio il proprio lavoro impedendo che il sangue innocente di una novizia poco più che bambina, suor Concezione, vada ad aggiungersi a quello di centinaia di religiosi sterminati senza alcuna pietà tra le quattro mura di un convento, lo stesso teatro in cui il misterioso assassino ha trovato il più confortevole dei ripari e dove già pregusta nuovi orribili misfatti per placare la propria inesausta sete.

 

Prende le mosse da vicende storiche reali “Fatto di Sangue”, e si configura come un agile romanzo dalle coloriture gialle e una felice inclinazione al thriller, ma per svoltare tra le pieghe del fantastico e del grottesco non esita a imboccare la prima curva a disposizione: una sorta di ironica cornice-introduzione è affidata infatti proprio al soliloquio del vampiro in persona, la cui voce tornerà di tanto in tanto a farsi viva e a lasciare un calzante commento ai fatti narrati, ma preme sottolineare come con l’Alzamora feroce pessimista di quest’opera ci si trova a anni luce di distanza dai triti cliché di genere, dai tanti Twilight come dal Christopher Lee e dal Bela Lugosi di leggendaria tradizione cinematografica. Qui l’essere maligno ci si presenta quasi nei panni del filosofo, un po’ come il suo omologo nel celeberrimo “Intervista col vampiro”, e offre una prospettiva lucida, disincantata e amarissima sul male insito nell’umana natura, sui mostri che abbiamo dentro e che sfuggono al controllo civile quando ogni regola condivisa, al di fuori, cede di schianto: nulla di particolarmente nuovo sotto al sole – sia chiaro – ma esposto senza cinici grimaldelli e senza ruffianeria nei confronti del lettore. L’inquadramento storico è sufficientemente accurato pur limitandosi all’essenziale, e ha il merito nient’affatto scontato di fuggire le comode tentazioni manichee (gli anarchici al potere non si dimostrano certo migliori dei franchisti). Lo stile è asciutto ma intrigante e trova il suo meglio in una sorta di “montaggio alternato” che, non appena ci si familiarizza, riesce alquanto avvincente e spinge il fruitore a procedere con avidità nella propria missione.

 

Il vero punto di forza di “Fatto di Sangue” risiede tuttavia nelle sue spettacolari caratterizzazioni. Non vi è un unico protagonista in scena. Oltre al già citato commissario Muñoz, un posto di rilievo è riservato al frate marista Darder, che perderà poco per volta i propri freni inibitori di uomo mite per trasformarsi fatalmente in angelo sterminatore; al capetto deforme della FAI Manuel Escorza, un cattivo di altissimo profilo; alla novizia tredicenne, Suor Concezione, finita nelle mire nient’altro che candide del vescovo maniaco, Gabriel Perugorrìa; e poi un manipolo di vermi e traditori di piccolo calibro, dal viscido Fra Plana all’infame poliziotto Sirga al violento esecutore Gil Portela, tutta bassa manovalanza di un male ormai pronto a tracimare e saturare ogni interstizio dell’umana convivenza. Numerose note di merito nella contabilità finale, insomma. Peccato per il cedimento a una fantascienza francamente stucchevole con la vicenda del cavallo Hadaly – un po’ Golem, un po’ Frankenstein da operetta – e soprattutto per un finale iperbolico (e a tinte gore) che spinge un libro di così mirabile equilibrio verso il baratro della baracconata farsesca. Peccato, soprattutto, per l’esplicita sconfessione di quella figura prima solo tratteggiata con superba suggestione romantica, il vampiro che è l’autentico protagonista ombra, e che scopriamo essere nulla più che un pederasta di lega grossolana. Alzamora non ci ha creduto fino in fondo, viene da pensare, e alla fine è riuscito ben più didascalico del necessario. La sua penna, ad ogni modo, merita di essere tenuta d’occhio.

6.6/10

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Il Giovane Holden _Letture

       

Ok, questo è un titolo buono per tutti e mi permette di andare sul sicuro. A essere sinceri io ci sono arrivato parecchio tardi, ben oltre la trentina diciamo, ma è che negli anni giusti a scuola mi venivano proposte altre cose (anche menate purtroppo) e, beh, questo superclassico è rimasto ai margini. Recuperato con tutta calma in una fase in cui l’idealismo dei giorni belli è per me ormai morto è sepolto, l’ho gradito come agile e intelligente passatempo (letto in due o tre giorni), ne intuisco la portata evocativa sui più giovani ma non mi sentirei di farne un titolo così imprescindibile, non ai livelli ai quali si è spinta la sua mitizzazione. “Di formazione” per antonomasia, “Di rottura” e “in anticipo sui tempi” senz’altro, ma forse non il capolavoro epocale di cui si parla sempre. Ad ogni modo va letto, possibilmente da adolescenti, se non altro per sincerarsi che si ha un cuore e non si può restare insensibili ai tormenti di un protagonista cucito su misura per ognuno di noi.

 

Adolescente di buona famiglia, Holden Caulfield ha in tutto e per tutto i connotati dell’anima inquieta. Si è appena fatto cacciare dall’ennesima scuola prestigiosa, l’istituto Pencey di Agerstown in Pennsylvania, dove da decenni garantiscono di “forgiare una splendida gioventù dalle idee chiare”, e appare oltremodo evidente che con lui la promessa è andata disattesa. Bocciato in quattro materie su cinque, refrattario per indole al perbenismo di facciata di quel mondo conformista, come all’ipocrisia feroce dei suoi squallidi compagni di collegio (lo sciupafemmine Stradlater, l’insopportabile Ackley), deve inventarsi un modo per ammazzare il tempo che lo separa dalle vacanze di Natale, quando potrà mettere al corrente i suscettibili genitori del proprio fallimento senza suscitare un pandemonio con tutti i crismi. Decide quindi di prendere un treno per New York dove per un paio di giorni proverà a placare la propria irrequietezza e a riorganizzare le idee, pianificando magari un viaggio di sola andata verso quella California in cui già vive il fratello maggiore D.B., un romanziere che ha scelto di prestarsi (svendersi, secondo il nostro protagonista) al cinema e campa scrivendo sceneggiature. Le sue peregrinazioni nella Grande Mela, notturne più che altro, non andranno tuttavia come da programmi: regolarmente sbeffeggiato nei bar per l’incapacità di passare per un maggiorenne, rapinato in albergo da un inserviente e una prostituta, vedrà naufragare il sogno di congedarsi in modo romantico dalle poche persone che non disprezza (il professor Antolini, l’adorabile sorella minore, Phoebe) e otterrà un secco rifiuto anche al folle progetto di una fuga a due con l’amica Sally Hayes, che pure reputa, per intelligenza, non certo all’altezza del suo vero amore, l’ormai irraggiungibile Jane Gallagher. Il sogno di una vita diversa, da un presente di costante insofferenza come da un futuro regolato che altri sembrano già aver pianificato per lui, deve essere messo da parte, come al solito. Per sempre, forse. Oppure chissà, per l’ultima volta.

 

“The Catcher In The Rye”, all’apparenza, non è altro che un piccolo romanzo. Appena due giornate nella vita del giovane Holden Caulfield, raccontate in una spigliatissima prima persona dall’eroe stesso, come istantanea di uno smarrimento esistenziale nell’attimo cruciale del passaggio alla vita adulta. Il fatto che Jerome David Salinger vi abbia dedicato i dieci anni più intensi della sua carriera di narratore, portando con sé il manoscritto e perfezionandolo persino nei giorni dello sbarco in Normandia, della battaglia delle Ardenne e della liberazione del campo di Dachau, costringe tuttavia a considerare quest’opera qualcosa di più significativo che non un semplice romanzo di formazione tra i tanti. Sono almeno due le qualità che ne hanno decretato il successo, una fortuna che al momento, a oltre sessant’anni dalla pubblicazione, proprio non sembra conoscere flessioni. In primo luogo il suo aver saputo anticipare una rivoluzione – del pensiero, prima ancora che del costume – che si sarebbe concretizzata solo un paio di decenni più tardi. A ben vedere è proprio questa turbolenza implicita e sotterranea ma strisciante a rendere “The Catcher In The Rye” un libro “di rottura” rispetto a testi analoghi ma più datati, in fondo figli del loro tempo (mi viene in mente il meraviglioso “Grande Meaulnes” di Alain Fournier, un titolo da cui Salinger non nascose d’esser stato influenzato). E poi, beh, va rimarcato il perfezionismo nella resa introspettiva di un protagonista che pare vivo, nel quale lettori di ogni paese e di ogni età hanno creduto di potersi specchiare per riconoscervi il loro stesso, irriducibile, senso di inadeguatezza. Holden è il ribelle, il sognatore che ognuno di noi è stato e magari continua (o si illude di continuare) a essere. Intelligente, spigoloso, bugiardo patologico, insofferente alla stupidità che si cela dietro ogni forma di autorità, e nel fondo melmoso del conformismo più bieco. La sua durezza è un arma di difesa nei confronti di un mondo, e di una rassegna di comportamenti, che lo “sconcertano, impauriscono e nauseano perfino”. Sotto sotto, però, ha un animo gentile ma ferito, pieno di buchi, incapace di rinunciare alla propria innocenza per abbracciare il cinismo e la ragion di stato dei grandi. E’ un intellettuale in boccio, capace di grandi slanci morali e ideali, eppure incline agli scivoloni per ingenuità, a un infantilismo quasi grottesco nel suo contrasto col volto di ghiaccio del reale. Ma è anche un depresso cronico destato a tratti da barbagli di assoluta bellezza, e il bisogno di entusiasmarsi per quanto di più puro e semplice è il suo carburante emotivo.

 

E’ un adulto precoce, questo Holden Caulfield, ancora imprigionato in un ragazzino? O piuttosto un ragazzino impreparato al grande salto, nel corpo di un quasi adulto? Sia come sia, la sua umanità è la sua forza, quella sua imperfezione “schifa” – come la bollerebbe lui – un bagliore da cui è inevitabile lasciarsi conquistare per “restarci secchi”, a momenti. Un po’ come da quell’acchiappatore nella segale che è l’unica incarnazione, per sua stessa parola, che gli piacerebbe assumere: un individuo votato al bene, una persona retta e utile, specie nei confronti dei più deboli. “L’uomo immaturo vuole morire nobilmente per una causa. L’uomo maturo vuole vivere umilmente per la stessa”. Il passo terrorizza il giovane protagonista, uno che sembrerebbe piuttosto voler “morire umilmente e per nessuna causa”. Ma anche questo non è vero, perché ci sono cose che il Nostro ha comunque a cuore e lo costringono a non gettare la spugna: il ricordo del fratello minore Allie, morto di leucemia, oppure la sorellina Phoebe, l’integrità e la purezza che quello scricciolo loquace incarna e che in sé non riesce più a vedere. Anche le splendide pagine degli incontri furtivi tra i due, uno scrigno prezioso per la tenerezza che emana, restano in un certo senso irrisolte da un finale che, molto opportunamente, non scioglie alcun nodo. Alla fine l’anomalia di Holden sarà forse riassorbita. Psichiatri individueranno e colmeranno il suo vuoto, e il posto col suo nome nella Ivy League sarà occupato nonostante tutto, per senso di responsabilità magari. Non lo sappiamo, ma possiamo pur sempre sperare che non vadano a finire così le cose, in questo modo “schifo”.
Dopotutto questa non è la vita, è solo un romanzo. Per fortuna.

8.7/10

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Il Nazista e il Barbiere _Letture

       

Riecco Edgar Hilsenrath! Come?
Non avete la più pallida idea di chi sia? Male, evidentemente non siete stati attenti quando magnificavo uno dei più bei romanzi letti in vita mia. Questa “favola nera sul conformismo” si è rivelata un controverso best seller, a lungo temuto per le sue scomode verità in patria. Più poesia espressionista che crudo realismo comunque, per un romanzo a tema che paga qualcosa in termini di didascalicità solo nelle battute conclusive, ma per il resto affascina con sublime ironia e più di un lampo visionario, contribuendo a fare di Hilsenrath un autore magari parsimonioso ma abbastanza imperdibile

 

Germania orientale, anni venti: Max Schulz è l’ultimo tra i reietti nella zona ebraica della cittadina di Wieshalle (nome di fantasia). Figlio di una prostituta e di non si sa bene quale padre (cinque gli “indiziati”), brutto come la fame, vessato e abusato già in tenerissima età dall’orribile patrigno Slavitzki – un barbiere di terz’ordine – cresce lontano dalla grazia abitando i peggiori scantinati possibili, in un clima di rancore strisciante, vuoto affettivo e miseria culturale. Nel decennio turbolento che condurrà all’affermazione di Hitler, periodo in cui il risentimento popolare per la sconfitta nella Grande Guerra e un’inflazione galoppante saranno pretesti scientemente cavalcati per alimentare l’odio verso gli ebrei, lui, ariano dai caricaturali tratti semitici, trova l’unico conforto a un’esistenza sventurata proprio nell’amicizia di un’agiata famiglia di borghesi ebrei, i Finkelstein: il giovane Itzig, nato il suo stesso giorno ma, a differenza di lui, bello, biondo e con gli occhi azzurri, che lo incoraggia negli studi, gli insegna l’yiddish, le preghiere e i riti del popolo eletto; e il padre di questi, Chaim, che lo introduce al mestiere di barbiere e gli offre un posto di lavoro nel suo elegante salone, “L’Uomo di Mondo”. Seppur osteggiata dai suoi congiunti, la possibilità di un virtuoso riscatto sociale e umano sembra realmente a portata di mano. Ad annientarla sarà però l’ascesa al potere del Nazionalsocialismo, abbracciata a sorpresa da Max con la viltà tipica di tanti suoi connazionali: non certo per chissà quale convinzione antisemita, quanto per l’opportunismo di chi, a lungo roso dall’invidia, ha scorto nelle nuove deliranti istanze politiche la classica “via più breve” per il compimento della propria scellerata fame di rivalsa. In una rapida sequenza di pagine che sembrano un unico assurdo incubo, ecco trasformarsi il nostro protagonista da occasionale testimone delle prime adunate hitleriane, gomito a gomito con il suo stesso carnefice di un tempo, dapprima in un fervente col vizietto della violenza gratuita, quindi in un efferato e rigorosissimo strumento di morte col distintivo di ferro delle Schutzstaffel appuntato sul petto.

 

Con la stessa gelida impassibilità a guidarlo, lo ritroviamo – nei resoconti che lui stesso ci offre – mentre veste i panni dell’affidabile addetto alle esecuzioni di massa, in villaggi dell’est Europa prima, e in un campo di sterminio polacco poi (Laubwalde, altro nome di fantasia) dove, tra le decine di migliaia di vittime mietute per mano sua, cadranno anche l’amico di gioventù – liquidato alle spalle alla maniera dei vigliacchi, senza neppure il coraggio di guardarlo negli occhi – e quella coppia di coniugi generosi che lo avevano sempre trattato come un secondo figlio. Quando l’inerzia della guerra svolta, Max Schulz inizia una fuga rocambolesca dai territori ora occupati dall’armata rossa, portando con sé una scatola di denti d’oro strappati ai morti nel campo. Scampato a un agguato partigiano nella gelida campagna polacca, riuscirà a trovare un nascondiglio per l’inverno nella dimora di una vecchia sadica, prima di riparare a Warthenau e poi a Berlino. Qui il raccapricciante colpo di genio per scampare ai tribunali e alla giusta condanna al patibolo: farsi circoncidere, farsi tatuare sul braccio il classico codice numerico dei deportati e assumere l’identità di quel compagno di giochi, studi e lavoro, da lui stesso trucidato. Sembra la più paradossale e cinica delle soluzioni, e lo stesso criminale di guerra non ha idea di quanto a lungo possa stare in piedi, una simile farsa. Eppure nel caos postbellico, il buco nero della documentazione sulla Shoah rivela l’efficacia di questo espediente, e il perverso nazista dagli “occhi di rospo” costruisce anche una discreta fortuna grazie al mercato nero (e all’oro trafugato, naturalmente). Per assicurarsi il rispetto dei potenti si lascia umiliare e buggerare da una contessa antisemita, ma i torti e il disprezzo patiti in prima persona cominciano ad avere effetti imprevisti su quel che resta della sua coscienza: l’immedesimazione si compie, Max diventa Itzig e sposa la causa sionista con convinzione: ormai più realista del re, si imbarca per la Palestina, si schiera con i terroristi contro le truppe inglesi, combatte nell’Haganah e diventa un eroe del neonato stato di Israele, prima di regalarsi un felice vespro dorato, un salone da barbiere chiamato non a caso “L’Uomo di Mondo”, una moglie vittima di eccidi di cui forse è responsabile e quella serenità così a lungo agognata. Per il pentimento e l’espiazione però, beffa delle beffe, non ci sarà margine, se persino la sua tardiva confessione a un giudice in pensione verrà scambiata per demenza senile.

 

“Il Nazista e Il Barbiere” è un romanzo allucinante. Non particolarmente cruento, non feroce nei riguardi del lettore, per come racconti le mostruosità della persecuzione nazista verso gli ebrei. Edgar Hilsenrath, vittima in prima persona di una deportazione in un ghetto romeno, tiene il campionario delle atrocità fuori dalla nostra portata, oppure scherma quel poco che sceglie di non risparmiarci attraverso un filtro narrativo che tende allo straniamento, alla deformazione surrealista, e che conferisce alle vicende un inquietante alone onirico limitandosi all’allusione, all’accenno furtivo, e rinunciando all’orrore nudo e crudo. La natura paradossale ma nemmeno poi così incredibile – almeno guardando al contesto di riferimento – della sua storia non rimuove tuttavia (e se possibile amplifica) quel senso di raccapriccio, di amoralità disturbante che l’indimenticabile doppio protagonista del libro incarna in maniera tanto potente. Dietro il velo scuro di un’ironia di grana finissima, dispensata senza mai indulgere nel patetismo o in forzature di comodo, si può cogliere un atto di accusa impietoso nei confronti di un’intera nazione, succube della follia nazista più per tornaconto che per pura ideologia. Spiace che un’opera scritta nel 1968 e subito baciata dal successo in mezzo mondo abbia dovuto patire il rifiuto di ben venticinque editori prima di essere pubblicata anche in patria, con l’incredibile ritardo di un decennio o giù di lì, ma è evidente che questo testo arrivava a toccare un nervo scoperto in Germania e destò non poco imbarazzo. Questo spiega anche perché un autore eccezionale come Hilsenrath, da sempre impegnato a raccontare con eleganza “fiabesca” quello ebraico e altri olocausti (“La Fiaba dell’Ultimo Pensiero”, dedicato al genocidio degli armeni da parte dei turchi, resta con ogni probabilità il suo capolavoro), non abbia mai goduto dalle sue parti della considerazione che avrebbe meritato. L’assunto, in fin dei conti è quello di sempre, incontrato più e più volte nelle testimonianze dei criminali nazisti: c’erano gli ordini e si obbediva. Così almeno si giustifica a più riprese, tra le pieghe del suo torrenziale monologo interiore (interrotto solo nel secondo dei quattro libri, per tratteggiare in terza persona la trasfigurazione del carnefice nella vittima), il vile Max, parlando di sé come di “un pesce piccolo che seguiva solo la corrente”.

Più che una riflessione sulla Storia, la sua parabola di mirabolante e inverosimile trasformismo a caccia di un’identità rispettabile (e trionfante) pare una disquisizione sulla sconcertante banalità del male (per dirla con Hannah Arendt), sulla seraficità di chi lo sposa in silenzio per puro calcolo e vi si adagia poco alla volta. Quella di Hilsenrath è più che altro una spaventosa favola nera sul conformismo, protagonista uno Zelig a tal punto persuaso della propria innocenza da non saper suscitare nel lettore neanche una particolare antipatia. Al suo posto, gli spiazzamenti del registro grottesco, il turbamento che si prova al cospetto di un assassino stragista che sembra guidato più dalla noia e da un generico desiderio di rivalsa che non dall’odio vero e proprio; un mostro che parla di sé definendosi candidamente idealista, “uno di quelli che vanno dove tira il vento”, che si schierano per deformazione dalla parte dei vincitori e nel loro lucido, impassibile opportunismo, fanno ancora più paura. Muovendosi con lievità tra poesia e espressionismo, la prosa del narratore fa il resto e compie ancora una volta un mezzo miracolo di equilibrismo. Mezzo, solo perché a una prima parte favolosa ne corrisponde una seconda per forza di cose più didascalica, funzionale in chiave programmatica, anche al costo di sacrificare quell’alone di magia grazie al quale le disavventure del nazista in fuga avevano imbonito per bene il lettore. Tante le pagine memorabili, ma quelle sulla prigionia dell’ex uber-mensch nelle grinfie della vecchia strega ninfomane Veronja restano inarrivabili.

8.2/10

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La Pausa _Letture

       

Ok, devo averlo pagato non più di un euro in un mercatino dell’usato (ma era intonso, come al solito) per cui non c’è ragione di lamentarsi se resiste sul podio dei peggiori romanzi che io abbia mai letto. Certo, ci sono le ore impiegate per portarlo a termine, ma anche quelle non sono state poi chissà quante. Più di tutto il resto, del tempo e del denaro sprecati, penso conti la tristezza che leggere questo libro mi ha messo. Non tanto per essermi immedesimato nel barbosissimo protagonista e nelle sue pulsioni da voyeur malato, quanto per aver immaginato il tizio che lo ha pensato e messo nero su bianco in oltre trecento, francamente inutili, pagine. Leggo da Wikipedia che questo Nicholson Baker è persona degnissima, padre di famiglia, pacifista, progressista, bibliofilo, strenuo sostenitore dell’opera in formato cartaceo contro ogni forma di oblio digitale. Ci sono diversi titoli menzionati anche sulla pagina italiana e con recensioni più che lusinghiere, tra quelli editi da Frassinelli, Mondadori o Bompiani (e persino Einaudi, all’inizio). Tutto oltremodo ammirevole. “La Pausa”, tuttavia, sembra il prodotto della mente bacata di un giovane maniaco sessuale, con l’aggravante, in sovrapprezzo, della mania dell’ordine, di una metodicità snervante e di uno stile ricercato quanto si vuole ma anche eccessivamente verboso. Un lavoro pruriginoso, insomma, ma per nulla divertente da leggere. Troppo freddo, troppo penalizzato dalla soverchiante solitudine di chi lo ha scritto, qualcosa che, sono convinto, non rientrasse nelle intenzioni dell’autore. E, con questo, Baker non me ne voglia, non credo leggerò altro di suo, nemmeno dovessi trovarlo a cinquanta centesimi nell’usato (ma intonso, vivaddio).

Di mestiere è un trascrittore precario di registrazioni, in uffici enormi e anonimi presso banche o società multinazionali, il trentacinquenne Arno Strine. E’ il classico tipo di cui ci si potrebbe non accorgere mai, così grigio, silenzioso e ordinario, non fosse che è sorprendentemente veloce e preciso negli incarichi affidatigli. Non risiede però in questo il suo talento, trattandosi a dirla tutta di un numero “col trucco”. La sua dote unica, quella eccezionale per davvero, è un’altra, anche se non è che il Nostro l’abbia mai sbandierata ai quattro venti: non sempre ma comunque spesso, a seconda del periodo, ha facoltà di congelare il tempo per rintanarsi in quella che, senza eccessiva fantasia, ha ribattezzato “la pausa” o, talvolta, “la piega”, quella “Fermata” del titolo originale che gli consente di dare sfogo alla sua natura di “cronanista” e ricevere, ogni volta che gli aggradi, il proprio impagabile “sussidio sessuale”. Questo perché una benedizione come la sua, scoperta in tenera età e coltivata come una riserva speciale dell’anima, non può e non deve essere impiegata per arricchirsi (materialmente), per migliorare il proprio curriculum in sede d’esame o concorso, né per fare del male al prossimo, ma solo come innocente strumento di diletto e gratificazione dei sensi, a patto di non scavalcare gli steccati di una dimensione etica ferrea e, con tutti i suoi distinguo e le sue regolette, infinitamente tediosa.

Dopo anni di piaceri sottili e inconfessati da “pornografo creativo”, sempre estremamente rispettoso nei confronti delle sue inconsapevoli vittime (poiché nella sua curiosità – come afferma sino alla sfinimento – non ci sono che amore e tolleranza nei confronti del gentil sesso), il modestissimo impiegato si decide ad affidare al nero su bianco di un’immaginaria autobiografia la cronaca di tutte le sue perversioni nemmeno poi chissà quanto perverse: spogliare la fanciulla anche bruttina che sia riuscita ad accendere la sua curiosità, studiare le reazioni suscitate da qualche frasetta oscena vergata con opportunismo in calce a un paperback, in libreria, o dal reperimento sotto la sabbia di una spiaggia, o nel mangiacassette della propria automobile, di raccontini piccanti ideati in quei lunghi intermezzi solipsistici giusto per far tesoro di pochi attimi dell’altrui stupore. Sarà la scoperta di un innamoramento degno di questo nome, con la conseguente necessità di condividere con l’amata il proprio segreto, a permettergli di superare finalmente la propria sterile immaturità sentimentale, al prezzo, magari, di un “passaggio di consegne” pure non così gradito.

Alla base di “The Fermata” (da noi reso come “La Pausa”) c’è un’intuizione di quelle semplicissime, a partire dalla quale tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo divertiti a fantasticare di pruriginosa onnipotenza e (più o meno roventi) scenari relazionali alterati a piacimento. E’ un diversivo infantile quanto spassoso, buono per vagheggiare in quei due minuti di sogni a occhi aperti, ma già fin troppo inessenziale per scriverci su un racconto. Bene, questo autore newyorkese meglio noto per le sue dissertazioni non-fiction ne ha tratto il pretesto per un romanzo di oltre trecento pagine, con conseguenze abbastanza prevedibili. Dentro abbondano i frangenti pseudo-tecnici e analitici che non aiutano certo, allungando il brodo a dismisura e rendendolo particolarmente indigesto. Le ripetizioni non si contano, come le parentesi, le divagazioni, gli incisi verbosi. Come satira non funziona e, se si fa grande sfoggio di vocaboli o riferimenti colti che vorrebbero nobilitare il ritratto di un uomo qualunque, sempre così maniacalmente controllato, la fatica sembra essere oltremodo vana. Al di là di questa inevitabile (e chissà quanto voluta) assenza di simpatia, il testo non è poi così insulso o cinico come avrebbe potuto essere in mani meno spregiudicate di quelle del tranquillo “entomologo” Baker.

Non basta questo dettaglio, tuttavia, a farne un buon libro. “La Pausa” finisce infatti per ripiegarsi in una candida apologia del voyeurismo, alquanto inoffensiva in fatto di provocazioni ma anche eccessivamente autoindulgente e, in definitiva, un po’ troppo fine a se stessa, per riuscire a suscitare davvero un qualche interesse. Nicholson e il suo antieroe si perdono quasi subito nelle loro elucubrazioni masturbatorie e, per quanto innocuo, il gioco tende a mostrare la corda assai presto, riducendosi a un asettico teatrino di fantasie malate, algide quasi fossero state realmente partorite in una bolla sospesa, priva d’aria e di vita. Il maggior limite dell’eros racchiuso in queste pagine risiede comunque nell’esagerato ricorso alla parola per spiegare sempre tutto, per giustificare e legittimare ogni pulsione illudendosi che la si possa, così facendo, vivisezionare. In una simile prospettiva, l’istintualità esce svilita da una rappresentazione che puzza di caricatura grottesca, mentre il potenziale di passioni e sensualità non ha mai modo di librarsi in una gioiosa e vitalistica celebrazione. C’è troppa gretta razionalità per evocare suggestioni dionisiache. Prevale piuttosto un simulacro vuoto e (quasi invariabilmente) noiosissimo, un prolungato artificio intellettualistico che non è in grado di eccitare, commuovere o intrigare, e che solo in rari passaggi strappa un sorriso.

“La Pausa”, più che altro, è un romanzo tristissimo: ha dentro il tanfo di una solitudine che va ben al di là della simulazione imposta al proprio protagonista e narratore, perché universale. Si tratterà anche di un espediente ricercato e adeguatamente levigato, ma l’impressione è che il primo a uscirne in maniera patetica sia proprio Baker, autore di uno scherzo desolante tirato troppo in lungo.

5.2/10

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Gli ultimi giorni _Letture

       

Che autore incredibile è stato Raymond Queneau! Un innovatore e sabotatore come pochi per la lingua francese, un dadaista della parola ma anche un fine intellettuale. Gli ultimi suoi testi che ho letto non fanno parte dello sterminato catalogo Einaudi (con l’inarrivabile “I Fiori Blu” o “Zazie nel metrò” sugli scudi), né della ridotta pattuglia Feltrinelliana, bensì di una più recente e modesta edizione per Newton Compton. Si tratta del vorticoso (e di lunghissima gestazione) “Tempi Duri Saint Glinglin!” e de “Gli Ultimi Giorni” che qui presento pur brevemente. Un testo, quest’ultimo, che appartiene alla sezione giovanile della produzione del narratore di Le Havre, e che quando uscì per Gallimard nel 1937 faceva seguito ai soli “Hazard E Fissile” (uscito postumo) e “Il Pantano”. Se “Saint Glinglin” è opera pirotecnica e del tutto irregolare nello stile, “Gli Ultimi Giorni” appare un lavoro assai più posato, filosofico e malinconico, un saggio esistenzialista che sorprende per la delicatezza delle sue riflessioni e della sua ironia. Non è forse l’introduzione migliore alla grandezza di Queneau ma può rivelarsi un piacevolissimo diversivo.

Parigi, primi anni venti. Tra i tavolini del Café Soufflet, un bicchiere di Pernod dopo l’altro, giovani studenti di belle speranze discorrono con aria annoiata dell’avvenire, mentre gli anziani si consolano delle piccole amarezze quotidiane perdendosi nel piacere soffuso dei ricordi di gioventù. In entrambi i casi è il tempo il convitato di pietra, immancabilmente al centro delle dissertazioni di tutti. Ossessionato dall’allineamento dei pianeti, il cameriere Alfred è convinto di poter prevedere – al di là di ragionevoli dubbi e infinitesimi errori di calcolo – l’esatto compiersi di qualsiasi evento. E’ lui il testimone discreto di quanto accade fuori scena agli avventori del locale, e a intervalli più o meno regolari ne fa l’oggetto di garbate confidenze rivolte al lettore. Tra gli universitari, siamo invitati a seguire in particolare un manipolo di matricole di Le Havre, nei suoi ciondolamenti in solitaria o in gruppo nel gomitolo di strade attorno alla Sorbona e in tutto il Quartiere Latino. C’è il bugiardo viveur Armand Rohel, anticonformista ampiamente fuori luogo nell’esclusivo salotto letterario in cui è introdotto dal più inquadrato compagno Brennuire, autoctono, e dove desterà un certo clamore recitando versi cubisti; c’è Hublin, l’appassionato di spiritismo che un bel giorno parte per il Brasile per fare fortuna con il caffè e decide di voltare le spalle a tutto ciò in cui ha creduto.

E poi c’è Vincent Tuquedenne, quanto di più simile – in questa amarognola commedia per più voci – a un protagonista: schivo, malinconico, abitudinario, “asceta per debolezza”, si professa ora dadaista ora bergsoniano, vive di paradossi, di barbosissime letture e di poesia situazionista, ma il tempo tende più che altro ad ammazzarlo senza concludere nulla. Tra gli uomini maturi spicca il “Pasticca” Tolut, professore di geografia in pensione, macerato dal rimorso nella convinzione di non aver insegnato adeguatamente bene la materia, non avendo mai viaggiato. A scatenare questi dubbi quasi fuori tempo massimo è il fatale incontro con Brabbant, piccolo truffatore dalle mille identità, un Landru che non uccide e che ha deciso di tentare il tardivo salto di qualità con un raggiro memorabile, per sistemarsi fino alla fine dei suoi giorni. Per tutti l’occasione è lì, a portata. Ma come pronosticato dal mite Alfred, tutto andrà come deve, e poi l’ennesimo ciclo si chiuderà: i giovani si rimetteranno in quadro dopo un ambientamento difficoltoso, concluderanno gli studi e partiranno militari; i vecchi saranno traditi nell’ultimo slancio, chi dalla demenza senile, chi da una riconciliazione negata forse senza un vero perché. Tutti si faranno da parte, come le foglie morte che sui viali si decompongono in pozze fangose, spazzate via per lasciare il posto a quelle ingiallite e cadute dopo l’ennesima estate.

Romanzo giovanile, a torto o ragione considerato “minore” in seno alla produzione letteraria del grande autore francese, “Gli Ultimi Giorni” è un’opera piacevolmente fuori moda – meglio, sospesa in una sorta di bolla atemporale – che pennella con indubbia delicatezza lo sfumare delle stagioni della vita, attento al valore universale e in fondo inesorabile dei suoi assunti ma anche all’intima verità di pochi personaggi esemplari. Si discetta in lungo e in largo di morale, filosofia, ragione, scienza, esistenzialismo, ma non c’è pedanteria di sorta a inquinare queste pagine. Semmai un po’ di indolenza, quell’apatia languida e triste che il rinunciatario Tuquedenne trasmette quasi per osmosi capitolo dopo capitolo, prima di dare una sterzata alla sua pallida parabola di studente autoconfinatosi nella solitudine; oppure quella certa spolverata di ininterrotta amarezza, nascosta tra le righe, implicita ma innegabile, per lo spreco inesauribile di intelligenze, buoni propositi e tempo, tempo soprattutto. Non c’è spazio, tuttavia, per il pessimismo. Queneau condisce ogni capoverso con un’ironia gentile, mai beffarda, e si rivela fatalista nel senso migliore del termine, astenendosi da ogni forma di speculazione non neutra.

“Non vale la pena cercare il sole a mezzanotte”, sostiene a un certo punto uno dei ragazzi. E’ inutile cioè incaponirsi a caccia di significati reconditi, negli schemi oscuri dell’esistenza come in questo libro. Quello è compito di chi governa le clessidre, il destino. Squisitamente interpretato ne “Gli Ultimi Giorni” dal bonario cameriere di un caffè parigino, Alfred, sempre brillante nei vaticini sulla pittoresca umanità del quartiere e tenacissimo nel proposito di rendere finalmente giustizia al proprio padre, per tutta la cattiva sorte patita negli ippodromi cittadini. Ovviamente avrà ragione lui, su tutta la linea.

7.7/10

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Fool _Letture

       

Che stramaledetto spasso è farsi intrattenere da Christopher Moore! Quelli delle Edizioni Elliot lo hanno capito talmente bene che non si sono persi un titolo, se tralasciamo quel “Il Ritorno del Dio Coyote” edito da Sonzogno ormai una vita fa. Nella recensione che segue ho chiarito punto per punto perché questo pastiche sia irresistibile e compensi certi eccessi altrimenti ravvisati nell’autore statunitense, nel celebrato “Un Lavoro Sporco” ad esempio. Mentre divoravo entrambi i romanzetti non erano ancora usciti in Italia i rispettivi seguiti, “Il Serpente di Venezia” e “Anime di seconda mano”. Ci ha pensato la Elliott, come sempre, in tempi recenti. Sembrano promettere bene ma è difficile che sappiano entusiasmare come “Fool”, davvero Chris Moore al suo meglio.

Nel castello della Torre Bianca il vecchio re della fantomatica Britannia, Lear, ha deciso di farsi da parte e lasciare il regno a quella tra le sue eredi che mostri di amarlo con gli argomenti più convincenti. Tra le due figlie maggiori, le campionesse di perversione e crudeltà Goneril e Regan, è una bella sfida: con opportunismo da fuoriclasse, si servono delle lusinghe più spudoratamente false per gratificare il genitore, e il gioco paga. Non si abbassa al medesimo baratro di ipocrisia la più giovane Cordelia, che non nega all’anziano monarca lealtà e affetto ma nemmeno gli promette l’amore sopra ogni cosa, e per questo viene ripudiata, diseredata e costretta a un matrimonio senza dote con l’effemminato regnante di Francia. La partenza di quest’ultima, la messa al bando del più integerrimo dei cavalieri, il vecchio Conte di Kent, e l’esilio volontario del sovrano con un esiguo seguito di uomini in armi, spalanca di fatto le porte a foschi scenari e lotte intestine, con le sorelle pronte a strapparsi a vicenda l’altra metà del regno e l’infame figlio illegittimo del Conte di Glouchester, Edmund, pronto ad approfittare di una situazione generale non proprio trasparente per usurpare il titolo nobiliare e, se possibile, mettere le mani sulla corona dopo aver sedotto una a scelta tra le principesse fedifraghe.

Il solo ad aver intuito la gravità della situazione non è un nobiluomo, né un prelato o un magistrato, bensì il black fool, Taschino, il matto nerovestito, quella maliziosa e irriverente “sputacchiera di saliva ancora calda” che un po’ tutti a corte vorrebbero da tempo veder morto, forse perché la sua “finissima arte” sfugge regolarmente ai malcapitati bersagli della sua satira. Un po’ tutti, si diceva, tranne quei pochi che, in un modo o nell’altro, stanno appunto levando le tende. Anche a lui è riservata la medesima sorte, per fortuna, una temporanea fuga dal centro del pericolo, ideale per architettare con pochi fidati assistenti – l’amichevole apprendista minus habens Drool, il Conte di Kent ringalluzzito da un incantesimo, uno spettro in forma di fanciulla che dispensa enigmi in rima, una terna di streghe bonaccione, e il severo alter ego in miniatura Jones, picchiatore manifesto in stretta sinergia con la sua velenosa linguaccia – un ardito piano di riscossa che rimetta tutto a posto e regali all’ultima pagina il più scintillante degli “…e vissero felici e contenti”. Per la redenzione dei malvagi irrecuperabili, come per il riscatto di chi era marcio nonostante le apparenze, non ci sarà spazio ma l’amore, almeno quello, non potrà che trionfare.

E’ un Medioevo distopico ma incredibilmente attuale quello in cui si trovano a recitare – in certi frangenti, letteralmente – gli attori di “Fool”. Proprio come oggi ci sono due papi (uno “scontato” e uno “al dettaglio”) e il sesso è al centro di tutto, un’ossessione quotidiana declinata con gioiosa esuberanza, quasi come in una versione del Decamerone riveduta e corretta per restare al passo coi tempi. In quello che è un mirabolante minestrone di tòpoi shakespeariani – intrighi, sotterfugi, sensi di colpa, sprofondi a intermittenza nella pazzia, streghe e fantasmi, mutuati per ammissione dell’autore da una dozzina abbondante di opere del Bardo – Christopher Moore si prende la briga di riscoprire e nobilitare la figura del matto, da semplice dotazione o “divertimento ornamentale” di corte a metafora stessa di vitalismo e imprevedibilità, da cantastorie, giocoliere e diletto per infante (più o meno cresciute) a strumento del caso come nelle carte, il “numero zero” dei tarocchi che sfugge qualsivoglia categorizzazione e può rimettere ogni dettaglio in discussione, persino farsi motore dell’azione in un’esilarante black comedy e scatenare una guerra senza spade (ma con pugnali) e armate, con la sola forza dell’arguzia e di un bastone con la testa da giullare.

Moore è scrittore effervescente e pirotecnico come pochi, anche genuino con quel suo entusiasmo refrattario alle etichette e ai filtri di tanta letteratura di successo. Non sempre, tuttavia, i suoi pastiche pop grotteschi riescono gustosi e convincenti fino in fondo. Il deragliamento è eventualità sempre plausibile, il pericolo di indigestione kitsch molto più che concreto, per cui si rischia di ultimare la lettura dei suoi coloratissimi romanzi (uno per tutti, “Un Lavoro Sporco”) quantomeno provati dal bombardamento di rimandi alla cultura di massa. In “Fool” questo inconveniente è scongiurato dalla fluidità della sua penna, per una volta equilibrista con i fiocchi, e dalla felicissima maestria con cui questa piccola farsa è costruita e raccontata. Ma realmente cruciale, ancor più dei dialoghi efficacissimi o di una parodia che non si fa mai travolgere dall’amore viscerale per i suoi modelli, è il protagonista incontrastato. Lo scrittore statunitense è davvero sorprendente nell’animazione del suo genio fuori dalla lampada, incalzante nelle allusioni e salace negli affondi, ma sempre con una sottigliezza che gratifica e profuma d’intelligenza. Libertino, caustico, amarissimo: Taschino suona come una via di mezzo tra il Woody Allen migliore (quello anni settanta) e un buffone coprolalico e sessuomane à la Luttazzi dei bei tempi andati. Il bello, peraltro, è che non si esaurisce solo nella maschera comica. Supera lo stereotipo in agilità perché è figura umanissima con un triste passato alle spalle e, in barba ai connotati logori del matto, si muove nella storia con una lucidità che a tutti gli altri pare preclusa.

Un libro, insomma, divertentissimo. Il titolo ideale, forse, per chi voglia fare amicizia con Christopher Moore.

8.7/10

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Joshua allora e oggi _Letture

       

E, finalmente… Mordecai Richler. Ok, “La Versione di Barney” l’abbiamo letta tutti, ma l’errore comune è di limitare l’autore canadese a quello che resta il suo indiscusso capolavoro. Richler però non era solo Barney Panofsky, e a ribadire l’assunto pensa soprattutto il romanzone che qui vi presento. Prima di lui c’è stato infatti Joshua Shapiro, altro calco autobiografico superlativo. Il confronto tra i due, in differita di oltre tre lustri a vantaggio di quest’ultimo, può rivelarsi operazione non meno avvincente della lettura di quest’opera datata 1980, già vertiginosa per l’intreccio, per le digressioni esaltanti oltreché per la profusione di figurine minori (ma irresistibili) dalla generosa galleria richleriana. Una tirata d’orecchi alla Adelphi, che ha impiegato davvero troppo tempo per pubblicare questa meraviglia (privilegiando magari testi minori e prescindibili, libricini per l’infanzia o raccolte di articoli del Nostro). Ad ogni buon conto, meglio tardi che mai!

Montreal, fine anni settanta: Joshua Shapiro è in convalescenza per un brutto incidente stradale. Giornalista sportivo e televisivo, miscredente di origini ebraiche, autore letterario di un certo successo in Canada, ha perso temporaneamente il controllo sulla sua vita. L’amatissima moglie Pauline è scomparsa nel nulla, uno scandalo sessuale montato ad arte sta danneggiando la sua reputazione e, come non fosse abbastanza, c’è anche un ambiguo ispettore che non esita a fargli le pulci per un comodo tornaconto personale. Su di lui e i suoi tre figli vegliano però come angeli custodi il padre Reuben, ex promessa del pugilato ed ex scagnozzo del boss della mafia locale, e il ben più azzimato suocero, rappresentante del Quebec patrizio e per lunghi anni senatore influente. Impossibilitato a far altro che riposare e tornare indietro con la memoria, Joshua si perde tra i mille rivoli incoerenti del suo passato, quasi a voler cercare brandelli di senso alle attuali, sfavorevoli circostanze, all’allontanamento della donna conquistata con perseveranza ammirevole (e mai tradita) e all’irriducibile corruzione del bel mondo ipocrita che aveva imparato a conoscere e fronteggiare, che ora gli sfugge e pare pronto a espellerlo come il corpo estraneo che è sempre stato.

Senza fornire pratiche guide ai suoi itinerari, Mordecai Richler ci invita a seguire Joshua nel dedalo dei suoi trascorsi, saltabeccando tra i duri anni della fanciullezza, a ridosso del secondo conflitto mondiale, e quelli in apparenza più confortevoli dell’affermazione professionale, tra le scapigliate disavventure giovanili a Ibiza – qui fascinosa e pressoché incontaminata – nell’inseguimento impossibile al mito delle brigate internazionali nella Spagna della guerra civile e la boheme povera ma onesta spesa in una Londra ancora ben lungi dal potersi fregiare dell’accattivante etichetta swinging. Tra furfanti matricolati, parenti serpenti, circoli di scrittori boriosi e comunisti da operetta, riccastri drogati di mondanità e vecchi amici pronti a pugnalarsi alla schiena, ricostruiamo assieme al protagonista il rutilante mosaico dei primi cinquant’anni della sua vita, simpatizziamo con lui, pure non sempre impeccabile, e con gli anticorpi che ha sviluppato strada facendo in contesti quasi immancabilmente vili, urticanti, cinici e gretti, la corazza formidabile per sopravvivere con la necessaria purezza senza soccombere alla stupidità o al moralismo imperanti.

Pubblicato diciassette anni prima del celeberrimo “La Versione di Barney”, “Joshua Allora e Oggi” è sicuramente ben altro che la pallida copia di quel capolavoro. In primo luogo poiché, appunto, questo romanzo è stato scritto parecchio tempo prima; quindi perché non si tratta affatto di un’opera minore. Molto scaltri e in fondo comprensibili quelli della Adelphi, che battono sul ferro ancora incandescente di quella sensazionale sorpresa letteraria del 1997, assicurando che anche in questo caso il lettore avrà modo di trovare un validissimo surrogato al titanico protagonista del più scintillante successo di Richler. Dimenticano di dirci che ci sono voluti trentatre lunghi anni perché questo libro fosse pubblicato in Italia e che, forse, con un po’ più di avvedutezza allora, sarebbe stato ridimensionato proprio il clamore suscitato poi dalla scoperta de “La Versione”, per come sono andate le cose un autentico fulmine a ciel sereno. Sia come sia, un ponte tra i due romanzi esiste innegabilmente, ma solo perché sono lo stile e l’immaginario di Mordecai, entrambi vividissimi ed entrambi cruciali, a fare la differenza e legare questi titoli.

Sostenere che qui l’autore canadese abbia fatto le prove generali per il ben più tardivo gioiello è sensato. Ma non si deve negare a “Joshua” la dignità che merita. Se volessimo fingere per un istante di non esserci mai imbattuti nel successivo caso letterario, dovremmo ammettere che sì, questo libro brilla di luce propria perché anche stavolta, in tempi non sospetti, Richler ha infilato tantissimo di sé. L’infanzia umile a St. Urbain Street è calda e croccante. La McGill solo agognata e relativa invidia per i rampolli della Montreal bene che hanno potuto frequentarla è puro, superbo, rancore autobiografico. Non parliamo poi dell’ininterrotto compendio di ironia sull’essere ebrei in una società avida di profitti e riconoscimenti, nonché incline all’ipocrisia e al perbenismo: per Joshua Shapiro è pane quotidiano, gliel’ha insegnato l’indimenticabile Reuben tra una visita mancata alla sinagoga e una bella Labatt’s ghiacciata. Ma Joshua e Mordecai condividono tra le altre cose anche la venerazione per Hemingway, un avventuroso soggiorno a Ibiza nei primi anni cinquanta e fondamentali trascorsi londinesi, prima del ritorno in patria da autori affermati e padri di famiglia. E poi l’intelligenza, il bagaglio più prezioso di queste anime eternamente nomadi.

Il gioco delle differenze allontana peraltro i rischi della mera operazione fotocopia. Rispetto a Barney Panofsky, Joshua Shapiro è meno estremo, meno politicamente scorretto (anche se si fa tramite, per il suo creatore, di alcune stoccate niente male contro la legge 110 in difesa della lingua francese, all’epoca tema di scottante attualità), meno disastrato e irrecuperabile. Al contrario, è ben più concreto nella sua ammirevole, ostinata lotta da autodidatta per l’indipendenza e il riconoscimento, in primis personale. E’ caustico, impulsivo, pragmatico, non di rado antipatico, sempre umanissimo. Se l’intreccio ostico per la sua frammentarietà resta l’elemento di massimo contatto tra i due romanzi, proprio ciò che affiora quando si entra nel vivo vale la più netta delle distanze tra essi. Ne “La Versione di Barney” la malattia conduce a un disgregarsi della memoria, a uno sfilacciarsi sempre più confuso della verità che pare perdere ogni certezza assoluta; in “Joshua” si prospetta al contrario una progressiva presa di coscienza, un faticoso riappropriarsi del passato per interiorizzare ciò che di più doloroso vi è sepolto, la consapevolezza che gli errori si pagano, che luoghi e persone cambiano – spesso e volentieri in peggio – e che la giovinezza vola via senza che ce ne accorgiamo. In questo c’è forse più amarezza e disincanto che nel futuro bestseller: le pagine sul ritorno a Ibiza dopo un quarto di secolo non potrebbero essere più malinconiche e sconfortanti.

“I giorni sono lunghi ma gli anni volano”, diceva la nonna di uno dei compagni di scuola di Shapiro. Un paradosso che ne nasconde un altro: le intricate manipolazioni dell’ordito non sono facili da sciogliere, eppure il libro vola via leggero, letteralmente, una sorpresa sbalorditiva dietro ogni curva. Continue irresistibili diversioni, piazzate con regolarità dallo scaltro Mordecai, confondono di continuo il lettore ma amplificano il piacere della lettura, moltiplicano risvolti e sottotracce, inaugurano e interrompono senza posa nuovi romanzi nel romanzo, uno più bello dell’altro. Le riunioni annuali della congrega goliardica della Mackenzie King Memorial Society, le lezioni di etica del padre manigoldo dal cuore d’oro, la dubbia moralità di una madre spogliarellista e fedifraga, la vacuità triste dello sventurato cognato Kevin, l’astiosa doppiezza di Jack Trimble, la limpidezza del “Senatore”, i ritratti imperdibili delle figurine minori (il cugino Sheldon, l’amico Murdoch, il crapulone Seymour Kaplan, l’ignobile Izzy Singer, il miserabile dottor Mueller, la perversa Jane Trimble e il poliziotto McMaster, che sognava di diventare come Wambaugh) implorano per essere ricordati e sostanzialmente lo meritano: sono queste le tessere che concorrono a rendere imperdibile “Joshua Allora e Oggi”, assemblate con maestria dalla sceneggiatura di un Richler in stato di grazia.

Peccato solo, forse, per un finale che gli inglesi definirebbero “pretty decent”: la genialità di “La Versione…” almeno qui, solo qui, manca. Ci sono però tali e tante pagine di straordinaria perfezione (le lunghe parentesi spagnole, l’inizio del legame sentimentale tra Shapiro e Pauline, il demenziale inciso su Mackenzie King e i suoi cani) che, assieme alla consueta profusione di dialoghi fenomenali, garantiscono anche a “Joshua” le cinque stelle piene e, alla buonanima di Mordecai Richler, una benevolenza incondizionata.

9.0/10

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