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Pastorale Americana _Letture

       

L’altro ieri ho trovato in libreria una copia di “Pastorale Americana” a una manciata di euro. Una prima edizione italiana, un Supercoralli del 1998. L’ho presa senza pensarci un istante, ma non per leggerla, no. Mi vergogno un po’ a dirlo, l’ho acquistata per rivenderla. Viaggia tra i sessanta e gli ottanta euro quella particolare edizione, specie nelle condizioni ineccepibili dell’esemplare di cui sopra. Forse già questo dettaglio – un Supercoralli di appena vent’anni, smerciabile (facilmente) a quelle cifre – rende in maniera adeguata l’idea del culto che si è alimentato negli anni sul conto del romanziere di Newark, puntualmente accreditato come sicuro vincitore del “prossimo Nobel per la letteratura” e immancabilmente beffato dal sudafricano o dalla bielorussa di turno, persino dal cantautore che “moh, vado o non vado a ritirarlo?”. Elementi per giudicarlo in profondità o per scrivere un coccodrillo decente non ne ho, quindi a differenza dei tanti che in queste ore si scoprono sui social “massimi esperti italiani di Philip Roth”, mi astengo. Mi limito a lasciare la recensione senza pretese scritta su Anobii appena due mesi e mezzo fa, dopo aver chiuso l’ultima pagina proprio di “Pastorale Americana”, prima edizione italiana nei Supercoralli, copia personale non destinata alla vendita. Eh sì, ne ho trovate e comprate due a pochissimo nel giro di tre mesi. E’ che mi stavo dando una svegliata e intendevo provare a vederci chiaro sull’annosa questione “Roth & il nobel: uno scandalo o la giusta pernacchia?”. “Il Lamento di Portnoy” e “Complotto Contro l’America” mi fanno l’occhiolino là sullo scaffale, ma ho scelto di ignorarli ancora un po’. A questo punto la faccenda perde infatti d’interesse, per quanto già mi aspetti quelli che rivendicheranno la magnifica opportunità di un Nobel “alla memoria”, così da colmare la mancata assegnazione di quest’anno a Stoccolma. Per sapere se il libro e Roth mi sono piaciuti, ad ogni modo, vi tocca proseguire nella lettura, tié.

 

Stati Uniti, anni novanta. Quale razza di sventura è toccata in sorte a Seymour Irving Levov – da tutti ribattezzato affettuosamente “lo svedese” – che nella brulicante, operosa Newark degli anni quaranta e cinquanta era venerato come una sorta di “domestico Apollo ebreo”, nel quartiere di Weequahic ma non solo? Dapprima campione locale di pallacanestro, football e baseball, quindi addestratore nei Marines, imprenditore e cittadino esemplare, marito di una (tormentata) ex reginetta di bellezza nonché padre irreprensibile, non ha mai mancato di danzare col successo ma neppure si è lasciato intortare dalle sue lusinghe finendo per montarsi la testa.

 

Ora comunque non è più della partita, un cancro alla prostata lo ha portato via a nemmeno settant’anni, ma forse è già parecchio tempo che il suo annientamento si è compiuto. Per ripercorrere la sua parabola ci viene offerta la testimonianza a tratti devozionale dello scrittore Nathan Zuckerman – l’alter ego di Philip Roth – informato della sua fine dal fratello di lui all’annuale raduno degli ex studenti del locale liceo, in una occasione “mondana” di per sé già piuttosto deprimente.

 

Il narratore non impiega molto per congedare l’ingenua opinione che conservava da secoli sul conto dell’illustre concittadino. Gli è sufficiente soffermarsi per pochi istanti sulla cruda verità che questo suo vecchio compagno di scuola, Jerry Levov, gli affida con sincerità quasi brutale. Si spalanca così tutto un altro teatro, e al centro della scena scopriamo che lo svedese, uomo integro ma opaco, “costruito per il conformismo e la responsabilità”, era in realtà stato annichilito dagli eventi già una trentina di anni prima quando la problematica figlia adolescente, Meredith (per tutti Merry), aveva deciso di “riportare la guerra in America” piazzando un ordigno in un piccolo emporio e uccidendo un uomo innocente.

 

Una scheggia impazzita cresciuta a pane e valori. Un particolare momento storico, l’inasprirsi del conflitto vietnamita voluto da Lyndon Johnson, alla fine degli anni sessanta: una miscela micidiale che avrebbe mandato in mille pezzi la fiduciosa utopia di quel mite protagonista, “sbalzandolo dalla tanto agognata Pastorale Americana” per scaraventarlo “nella sua antitesi, il furore, la violenza e la disperazione della Contropastorale, l’innata rabbia cieca dell’America.

 

Evidentemente sconvolto da un’evidenza che mai avrebbe immaginato, Zuckerman/Roth diventa preda di questa ossessione e decide di scambiare la propria solitudine con quella di quell’individuo che così profondamente aveva mitizzato in tenera età. Di più, sceglie di “abitare questa persona” tanto diversa da lui, di sparirvi dentro e trarre dalla sua intima tragedia l’ispirazione per un nuovo romanzo. Che è appunto questo “Pastorale Americana”, un affresco corale che conserva intatta la fragranza dei classici – che avanza, persino, ambizioni più o meno legittime al titolo di Great american novel – e insieme il dramma esistenziale di “un uomo giusto al momento sbagliato”, la bandiera stessa del logoro mito dell’integrazione esposta al fortunale inatteso dei nuovi barbari, allevati in quelle stesse case rispettabili “dove va sempre tutto storto”, gli “apocalittici” della contestazione (pre-)sessantottina.

 

Sullo sfondo di un intreccio formidabile, “scosso” come un cavallo al Palio ma non abbastanza da ingarbugliarsi senza rimedio, vediamo sfilare due decenni e mezzo di epopea yankee, con l’acuirsi quasi tangibile delle contraddizioni di un paese sempre meno propenso a credere all’abbagliante splendore dell’American Dream, tra delocalizzazione selvaggia e conflitti razziali ogni giorno più insensati e brucianti.

 

E in questa sua amara dimensione polifonica che “Pastorale Americana” rende forse al massimo, nella brusca presa di coscienza di una collettività di irriducibili ottimisti, svegliati come da un boato improvviso, travolti senza nemmeno poter azzardare una reazione dallo schianto di un sistema valoriale andato a catafascio e condannati a languire in un disincanto raggelante, privi di certezze e con in mano bussole oramai inservibili. Non potrebbe funzionare, tuttavia, se Roth non avesse costruito a monte una caratterizzazione vivida e impeccabile come quella dello svedese, giudice impietoso di se stesso, strapazzato dalla fatalità di una Storia che non mostra alcun riguardo per l’etica sobria e ineccepibile alla quale ha consacrato la propria esistenza.

 

La sua “resa incondizionata” alla tragedia, di grande finezza psicologica, è magistrale come le superlative (ma laceranti) riflessioni sul tema della memoria, della perdita, del fallimento, così come i ritratti della consorte, l’eternamente insoddisfatta Dawn Dwyer, e del patriarca Lou Levov, ormai fuori contesto come l’eccellenza del vecchio guanto di pelle. Lo stesso non si può dire invece di quelli, prossimi alla caricatura, della scriteriata rampolla e del fratello cinico oltre il lecito, uniche vere pecche narrative di una macchina che a tratti sfiora la perfezione, salvo poi pagare qualcosa in faciloneria didascalica volendo estremizzare a tutti i costi. Gran bel libro comunque, di quelli che si vorrebbero divorare senza arrivare mai all’ultima pagina.

8.5/10

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Tempi duri, Saint Glinglin! _Letture

       

E’ una delle opere più pazze di Queneau questo “Tempi duri, Saint Glinglin!”, folle già per quella genesi d’impronta teatrale dilazionata in tre tempi nell’arco di un quindicennio, e resa un parto faticoso dai continui stravolgimenti e dalle fratture di una forma dilaniata tra monologo interiore, narrativa tradizionale e composizione poetica. Un coacervo di tensioni espressive che la pluralità dei riferimenti culturali – dal mito alla psicanalisi, dal trattato filosofico allo sberleffo surrealista, con un’occhio di riguardo per l’indagine antropologica – avrebbe portato a esplodere in un romanzo incoerente, visionario e debordante. Un romanzo à la Queneau, in pratica…

Pierre Nabonide è un giovane dilaniato dall’inquietudine. Si trova suo malgrado a vivere una sorta di esilio nella “Città Straniera”, dove studia senza alcun profitto l’idioma locale per compiacere il padre e non rendere vana la borsa onorifica che questi si è premurato di assicurargli con grandi sacrifici. Vorrebbe consacrarsi alla scienza della vita ma poi si strugge dinnanzi all’insensata acquesistenza delle creature nel giardino zoologico della fantomatica località estera: aringhe, murene, crostacei e poi i più miserabili di tutti, i pesci cavernicoli. La sua crisi personale raggiunge l’acme alla vigilia della festa patronale di Saint Glinglin, la “Città Natale” abitata dalla sua famiglia e da tutti gli altri “urbinataliani”: il suo ritorno a casa in coincidenza con i festeggiamenti rovina i piani populisti del genitore, il sindaco (un podestà più che altro) universalmente noto come Nabonide tout court (proprio come l’ultimo sovrano di Babilonia), che nei circenses sfrenati della cerimonia ha investito tutto e sperava di distrarre al meglio la collettività. Peggio, la sua ostinazione nel rendersi protagonista di un comizio pubblico apparentemente privo di senso alimenta le malelingue dei notabili meno allineati (Catogan e Paracole) che, a differenza degli altri (Le Busoqueux, Machut, Zostril, Marqueux, Rosquilly, Saimpier, Choumaque), cospiratori silenziosi, non tardano a lamentare apertamente (ma sterilmente) la cattiva gestione in atti pubblici e privati dell’illustre personalità.

Nella cornice invariabilmente alticcia dell’avvenimento, con la popolazione che avalla lo status quo, fracassa giubilante ogni sorta di manufatto in ceramica plasmato per l’occasione e si stordisce tracannando una bottiglia dietro l’altra di Fifrequet e Trapu (o gozzovigliando con il piatto tipico della festa, la super-zuppa di verdure e carne Brouchtoucaille), gli eventi precipitano: mentre si scopre che il primo cittadino teneva segregata una figlia ignota (e del tutto alienata), Helene, questi fugge nella zona impervia delle Colline Aride inseguito dalla prole adirata e trova la morte dopo una rovinosa caduta nella Sorgente che pietrifica. Recuperato, il suo corpo di granito viene eretto a mo’ di statua commemorativa nella piazza principale ed è proprio il figlio Pierre, pure contestatissimo, a raccoglierne il testimone. Un anno più tardi, avvicendamento a parte, nulla di significativo sembra essere davvero accaduto: cittadini, contadini e turisti persistono nelle loro esorbitanti digressioni etiliche, il cerimoniale bislacco della festa continua a calamitare le attenzioni di tutti, lo scaccia-masse-di-nuvole che garantisce il bel tempo perenne è regolarmente in funzione e i polemisti di professione sono sempre in circolazione, velenosi quanto inefficaci nelle loro invettive.

C’è in realtà una nuova forma di sfavillante intrattenimento, introdotta come ogni piccola grande novità dal commerciante e importatore Mandace. E’ il cinematografo, con il suo mondo dorato di stelle e stelline straniere, su tutte quella Alice Phaye che è diventata un’autentica ossessione per il secondo fratello Nabonide, Paul, e che fa visita alla Città Natale giusto alla vigilia della nuova Festa di primavera. Siamo invitati a seguirne la cronaca dalla prospettiva defilata – e in fondo privilegiata perché non viziata dalla locale follia – del turista ed etnografo Dussouchel, testimone smaliziato della fine di un’era e delle sue tradizioni, quando il marchingegno che preserva il clima sereno viene gettato nella discarica da Pierre, la pioggia fa irruzione, vasche e acquari si colmano subito in attesa di ospitare gli adorati pesci e la statua tombale viene dissolta nello sconcerto generale. Il frantumarsi di ogni regola consolidata mentre la pioggia battente comporta nuove forme di assuefazione per gli Urbinataliani, condurrà a esiti imprevedibili prima che la dissoluzione dei quattro fratelli Nabonide riconsegni la cittadina all’impassibile autorità del bel tempo perenne e di nuovi cicli di eventi.

Scritto in tre tempi nell’arco di un quindicennio (1933, 1938, 1948), con più di un’addizione e più stravolgimenti sulla base delle prime embrionali incarnazioni, “Gueule de pierre” e “Les Temps Melés”, pur senza mai trasfigurarne del tutto l’originario impianto teatrale, “Saint Glinglin” è una perfetta manifestazione dell’inventiva strabordante di Raymond Queneau. Come già per altre e più celebrate opere dello scrittore di Le Havre, non si tratta certo di un testo poco impegnativo, specie per chi patisca le ingegnose trovate lessicali o il nonsense esercitato apparentemente a tutto campo. In anticipo di qualche anno sulle sublimi esternazioni surrealiste del miglior Boris Vian (viene in mente, soprattutto, l’alienante altrove de “L’Autunno a Pechino” e “Lo Sterpacuore”), questo disagevole romanzo si presenta in realtà come una riuscita rielaborazione dei più svariati topoi letterari pescati dalla psicanalisi (la dialettica padre-figlio mutuata dal Freud di “Totem e Tabù”) alla mitologia (Edipo è ovunque), dall’antropologia (il parallelo tra le usanze della Festa di Primavera e il rito del Potlàc descritto da Marcel Mauss nel suo “Saggio sul dono”) alla filosofia della storia (il principio della circolarità hegeliana, sempre aleggiante). E’ originalissimo in particolare, per quanto faticoso in lettura, il trattamento della materia narrativa, articolata in sezioni rigorosamente strutturate sulla norma di un’irriducibile discontinuità. Sette parti per tre diverse tipologie espressive, corrispondenti ai caratteri dei tre rampolli Nabonide: tre monologhi interiori che riflettono la rivolta di Pierre (o l’alienazione di Helene), tre canonici frangenti descrittivi in terza persona a rappresentare il conformismo di Paul e una composizione poetica che simboleggia l’evasione del giovane Jean.

Gli spunti sono insomma numerosissimi anche se il sottofondo disturbante, l’ossessiva inclinazione a un simbolismo quantomeno elusivo e il costante ricorso al sabotaggio linguistico (vedi l’esclusione della lettera “x” nel corpo di ogni parola) possono mettere a dura prova il fruitore facendolo battere in ritirata. Sarebbe un peccato ma ci può stare, il Queneau eccentrico e allucinato di “Saint Glinglin” è quasi un lusso in questi tempi di fantasia liofilizzata e livellata verso il basso. Affabula come da copione pur rivelandosi meno pirotecnico – per citare un’opera stranota e per certi versi paradigmatica – che in “Zazie nel metrò”. Il tono è più crudo, grottesco come nei primi, umidi film di un Jean Pierre Jeunet (“Delicatessen” ci si è ispirato?) e con trovate macabre a dir poco gustose (i morti gettati senza cerimonie nella “marmellata di fango” della discarica). Resta volutamente irrisolto, con il suo bel finale visionario al culmine della spirale di vertigine immaginata dall’autore, e va preso per quel che è: niente più che un sofisticato esercizio ludico sul tema dello scorrere del tempo, sull’eterno contrasto tra generazioni e sull’inutilità (forse) delle lezioni di una Storia al solito cinica e impietosa.

7.6/10

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Sotto una Buona Stella _Letture

       

Era un bel po’ di tempo che non scrivevo qualcosa su Richard Yates. Lo faccio ora nel presentare l’ultimo dei suoi titoli pubblicati in Italia, “Sotto Una Buona Stella”, all’esordio assoluto in italiano nonostante si tratti del secondo romanzo del Nostro e sia vecchio quasi mezzo secolo. Evitare di ripetere quanto già detto in precedenza è impossibile, e allora lascio parlare la recensione. Giudizio arrotondato a 9.0 perché non si possono affibbiare a Yates meno di cinque stelle… 

 

Robert Prentice è un diciottenne fresco di diploma, ma non esattamente il classico giovanotto di belle speranze. Nell’imminenza di un futuro che già bussa prepotente alla sua porta non ci sono impieghi favolosi, né relazioni con fanciulle da cartolina, bensì i campi di battaglia europei del secondo conflitto mondiale ormai agli sgoccioli. Il ragazzo non sarà certo un fenomeno di maturità e consapevolezza ma non pare darsi pena del destino che incombe. In fondo, la guerra può rappresentare un’opportunità formidabile e fare di lui l’eroe che ha sempre sognato di essere, nell’ingenuità di quelle sue prospettive così limitate. E poi, a guardar bene, che cosa lascia a casa? Una famiglia che è solo sua madre Alice, donna assillante oltre ogni immaginazione, e nient’altro: beni, passioni, progetti concreti. Proprio nulla. Nemmeno la suddetta casa, in fin dei conti, visto che dai tempi lontani del divorzio dei genitori ha sempre vissuto la pena di un’esistenza girovaga attraverso gli Stati Uniti, un patetico e lento declino – dal benessere impossibile della buona società di provincia a sistemazioni sempre più umili e avvilenti – a rimorchio della donna e delle sue ambizioni ormai irricevibili.

 

Il fronte come fuga dall’infelicità e dal vuoto delle sue giornate, il fronte come riscatto definitivo. Questo sulla carta, dove non fa una piega. Ma quelle speranze così gracili non potranno che infrangersi contro il muro della realtà, nel fango del Belgio, della Francia, della Germania, per tradursi in una nuova forma di incompiutezza e smarrimento. Se non altro, però, il disincanto accumulato in pochi mesi avrà buon gioco nel mandare in pezzi quella vecchia catena, di frustrazione e dipendenza, che lo opprime dal primo giorno. Un futuro, forse, sarà ancora possibile per lui.

 

Impacciato, indifeso, invidioso delle coppiette che incontra per le strade di New York nell’ultima licenza prima di partire. E’ così che ci viene presentato (ri-presentato in realtà, essendo già apparso in uno dei racconti di “Undici Solitudini”) il mite, imbelle Bobby, primo vero alter-ego dello scrittore di Yonkers, qui al secondo romanzo (“A Special Providence” sarà pubblicato nel 1969, otto anni dopo “Revolutionary Road”). Per inquadrare Alice con la necessaria precisione, non occorre molto di più, anzi. Bastano un paio di pagine e la si è già riconosciuta senza possibilità d’errore, la madre di Yates che abita tutte le sue opere con quell’intonazione tra lo sfatto e il nevrotico, e un bicchierino di whiskey sempre a portata di mano. Una donna inerme, minuta, stanca, ansiosa di piacere e di non passare per la fallita che è. Una donna che sognava di affermarsi come artista eminente, scultrice che plasma la creta e lavora la pietra grezza, ma le cui velleità sono state piegate presto da avversità di varia natura, un matrimonio senza capo né coda, un altro legame sentimentale minato dall’inganno e la grande depressione implacabile sullo sfondo, beffardo accompagnamento al disfarsi del suo personale sogno americano.

 

Un’ “odissea isterica”, la sua, alleviata solo dall’amore e la fede incondizionati di suo figlio, quel “meraviglioso cameratismo” a lungo vagheggiato e in cui si troverà a credere solo più lei, visto che il sentimento del ragazzo piegherà piuttosto verso una “pazienza cupa e amorevole”. Nei suoi confronti Robert pare dilaniato, tra il disprezzo silenzioso per la sua ignoranza, per il suo ottuso egocentrismo e le sue bugie, e l’impossibilità di affrancarsene, di sgravarsi di una pietà che è anche e soprattutto un “cercare rifugio nella consolazione” di quelle stesse menzogne condivise.

 

Ancora una volta i personaggi di Richard Yates appaiono schiavi indimenticabili. Di se stessi, ovvero dei propri sogni impossibili, ma anche degli altri, dei loro affetti e, come se non fosse abbastanza, dell’alcool in cui affogare tutta la loro sconfinata (e altrimenti non silenziabile) amarezza. Dopo un’introduzione a mo’ di ribalta condivisa, prima della partenza di Bobby per l’Europa, ecco lo sguardo del narratore americano seguire i suoi protagonisti come in montaggio alternato, la sua lucida prospettiva realista a fare da comune denominatore: il presente di Robert, dapprima giovane zimbello dei commilitoni nel campo addestramento reclute, quindi fragile soldatino senza carattere in balia degli eventi nel teatro bellico; e i trascorsi di Alice annientata nella solitudine, illusa dalla gentilezza del nuovo compagno, Sterling Nelson, tormentata dalla garbata disapprovazione della sorella Eva, pervicace nel suo ottimismo stoico e un po’ triste.

 

Rispetto alle altre donne dei romanzi di Yates, Alice è segnata da una disperazione placida e mai davvero rovinosa. Soffre in silenzio ma non si abbatte, nonostante quel senso di abbandono ritornante, e non si piega al rancore come diverse sue omologhe in altre opere (si pensi alla straordinaria Grace di “Cold Spring Harbor”), non è incattivita da un livore allo stadio terminale.

 

In ultimo, il ritorno al fronte e a un conflitto che si conclude nella desolazione. Un compagno d’armi morto fuori scena in modo assurdo, e tutto che sembra sempre più privo di senso, nella maniera più banale possibile. Se il cameratismo si rivela nulla più che una fugace illusione, la guerra stessa non potrà essere che l’espediente per espiare colpe soltanto immaginate. Ma anche questa, nel gioco a schema libero del caso, resta una pur vana speranza. A differenza che nei film, i combattimenti non plasmano eroi, non servono a regolare conti o a dimostrare alcunché. Soprattutto, non offrono risposte che già non si conoscano. L’implicito parallelo tra i due soggetti pare, in tal senso, evidente. Bobby sui campi di battaglia è come la madre in giro per gli States, sballottata da una destinazione all’altra senza mai riuscire ad essere l’attrice della sua stessa esistenza: entrambi inadatti, entrambi fuori contesto e fuori fuoco, entrambi rassegnati a mentire a se stessi per non dover guardare in faccia la realtà e provare a cambiare le cose. Ma se Bobby alla fine riuscirà a fare quel minimo scatto, il medesimo sussulto verrà negato ad Alice, e la sua resa all’inganno sarà ineludibile.

 

Pubblicato per ultimo in Italia solo grazie all’opera meritoria di Minimum Fax, “A Special Providence” è l’ennesimo grande romanzo del narratore statunitense. Forse il meno crudele, a dispetto dei temi affrontati, di certo il più autobiografico. In alcuni frangenti (su tutti la parentesi-miraggio in cui appare il falso gentiluomo Sterling Nelson, o la patetica fissazione con cui Alice si aggrappa a quella remota istantanea di notorietà, pubblicata da una nota rivista), siamo senza dubbio dalle parti del miglior Yates.

9.0/10

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Pornonazi _Letture

       

Oh, questo è davvero un romanzone favoloso e mi fa piacere presentarvelo. “Pornonazi”, titolo che è tutto un programma ed è assistito a dovere dagli stralci fuorvianti della critica piazzati con scaltrezza nella quarta di copertina. Poco nazismo grazie al cielo, almeno in termini nostalgici, e ancor meno sporcaccionate stile Cinquanta Sfumature. In cambio una spy story che si diverte a volare altissimo, specie quando il crepuscolo decadente si infiamma su una Germania prossima all’anno zero. Caldamente consigliato!

Febbraio 1941, Berlino. Karl Fußmann è un giovane chimico, magnetiseur amatoriale e feticista degli stivaletti. E’ appena stato assunto come assistente scientifico presso l’Istituto d’Igiene delle SS, al servizio di una “selezionata comunità di accademici falliti e addormentati”, per sintetizzare un rimedio contro la malaria che consenta alle truppe di Rommel di non rischiare di perdere la cruciale campagna militare nei deserti del nord Africa. Insofferente alle ipocrisie borghesi della bella società, l’“assembramento di larve e parassiti” frequentato dalla fidanzata Johanna, rappresentante di moda e cantante su lussuose navi da crociera, recita la parte di una tranquilla coscienza critica nel retrobottega del regime nazionalsocialista. Quasi subito viene assegnato alle dipendenze del sottotenente SS conte Ferfried Gessner detto Ferrie, aristocratico, sportivo, dandy, di bella presenza e con una passione per l’entomologia e i documentari.

 

Mentre il suo talento comincia a farsi apprezzare nei laboratori del Reich, è proprio il brillante superiore ad “assoldarlo” per una segretissima missione collaterale, consistente nel recapitare preziose pellicole a colori Kodak al suo cameraman di fiducia, Aurel B. Holsten, nell’arcadia montana di Berchtesgaden, alta Baviera. In questo luogo, prossimo al celebre rifugio hitleriano del Berghof, Ferrie e il suo sodale realizzano i film pornografici della loro clandestina società cinematografica, la Sachsenwald Naturfilm GmbH, a quanto pare su incarico di alti papaveri per far sì che le truppe non sfoghino i propri bollori con meretrici malate di sifilide, in realtà per ottenere ricchissime concessioni petrolifere dai magnati in Libia, pronti a fare follie per materiale di questo genere.

 

Proprio nella residenza del conte Gessner, Fußmann viene sedotto con l’inganno dalla fascinosa pornoattrice Lotte, che gli si concede nel bel mezzo di un’escursione nella natura e lo fa filmare a tradimento da Holsten, così che faccia da rimpiazzo al prestante coprotagonista della pellicola, resosi irreperibile. Per Karl è l’avvio di una perversa spirale di ossessione, minacce – dal protettore della donna, il sadico Detsen, come dal responsabile dell’Istituto di Igiene, Böhme, che sospetta traffici loschi – e sesso a pagamento nell’esclusivo bordello berlinese in cui la donna si prostituisce. L’attrazione è fatale, l’“incontro fortuito di un ombrello con una macchina da cucire”, ma l’inabbordabile tariffario del postribolo costringe il malcapitato, sull’orlo di un baratro emotivo ed economico, a chiedere un prestito al facoltoso padre di Johanna, nel frattempo messa incinta in una delle rarissime occasioni a disposizione della coppia.

 

Quando l’ambiziosa Lotte, pure coinvolta dalla relazione con il giovane scienziato, sceglie di inseguire il sogno di una carriera cinematografica di rango in quel di Babelsberg (la Hollywood tedesca) e rifiuta la sua proposta di matrimonio, Fußmann si vede costretto ad accettare l’ordine di trasferimento in Libia, per trovare sul campo un rimedio alla malaria dopo i reiterati fallimenti di uno svagatissimo (e ora morto, pare) Ferrie: è la sola via di uscita possibile all’intricato garbuglio in cui si trova invischiato e a una vita senza più stimoli accanto a Johanna e al figlio indesiderato.

 

Ma in Nord Africa il Nostro antieroe si trova coinvolto in una serie di eventi tragicomici e di rocambolesche situazioni, sfuggendo per il classico rotto della cuffia ai tentativi di assassinio di un paio di sicari vecchio stampo, al doppiogiochismo di chi proprio non si aspetterebbe e allo spietato Detsen, salvato per ben tre volte da uno strano angelo custode, il “ragazzo magnetico” Kornel, per poi fare ritorno in una Germania rasa al suolo solo diversi anni dopo. Negli Stati Uniti inarrestabili del primo dopoguerra sembrerebbe poter coronare il sogno di quella passione senza eguali con la sola donna che abbia saputo stregarlo anche se, a quanto attestano le indagini di un investigatore privato, mandato dai genitori di Johanna a investigare, il destino sembra avere per lui e Lotte ben altri piani, quando tutta la follia vissuta in cinque intensissimi anni gli presenta un conto salatissimo.

 

Mai come nel caso di “Pornonazi”, le enfatiche etichette piazzate in controcopertina dall’editore suonano come un bieco specchietto per le allodole. “Sesso, molto sesso, nazismo, ancora più nazismo” recita il recensore del Guardian. Niente di più falso. Chi vada in cerca di uno squallido romanzaccio erotico casca male, perché di sesso in queste cinquecento e passa pagine ne incontrerà pochissimo. E meno male, vien da pensare, visto che il capitolo dedicato alla malata liaison carnale tra i due protagonisti è il più lungo e ripetitivo del libro, ancorché vergato da una penna eccellente e con la giusta dose di sarcasmo. Ma si devono rassegnare anche i patiti morbosetti del grottesco immaginario nazistoide, visto che di quella delirante ideologia in quest’opera non resta che un pallido simulacro, abilmente svuotato e messo alla berlina da un autore che non potrà certo essere tacciato di scomode o nostalgiche simpatie.

 

Il critico del Frankfurter Allgemeine Zeitung lo definisce “ideologicamente scandaloso” per tirargli la volata? Mente, o più prosaicamente non è abituato a maneggiare il politically uncorrect e ne fa oggetto di scandalo. Meglio glissare invece sul tizio del Leipzig Almanach (nientemeno!) che tira in ballo a sproposito i vari Quentin Tarantino, David Lynch e – poteva essere altrimenti vista la carne che sfrigola sul fuoco? – l’immancabile Houellebecq. Restando alle corrispondenze cinematografiche, più facile riconoscere echi del Visconti de “La Caduta degli Dei”, in una cornice dionisiaca e pimpante à la Russ Meyer, mentre è più che relativo l’eco dal postmodernismo da crepuscolo de “L’Arcobaleno della Gravità”.

 

Kunkel comincia senza clamori, con il controllo da manuale di una prima parte che è quanto mai ideale per introdurre un personaggio complesso come Fußmann, e insieme le ambiguità del ben più sfuggente Ferrie. L’andatura è piana e il bel mondo di una Berlino ora ignara e festante sull’orlo dell’abisso, ora ipocrita e disordinata dietro il rigore metodico della facciata d’apparato, è tratteggiato con misurata ferocia. A fare da contraltare farsesco, ecco peraltro le parentesi boccaccesche ma demenziali dei set a luci rosse nei boschi delle Alpi salisburghesi.

 

A inframmezzare una narrazione descrittiva che vede convergere i due protagonisti maschili, fino all’incontro quasi mistico con la “puttana angelicata”, pensano gli inserti epistolari di quella sorta di eminenza grigia che è il ginecologo Waldemar F. Pfister, socio occulto della Sachsenwald, maestro di una perversione di stampo scientista ed endorser della spregiudicata Lotte, in merito alle sconclusionate sceneggiature dei film. Della porzione di libro riservata al legame alquanto spinto tra Karl e la sua bella si è detto. L’impennata vera arriva però subito dopo, quando “Pornonazi” decisamente cambia passo. Con Fußmann in Libia i contorni si tingono di giallo e si sconfina in zona spy story con buona autorevolezza.

 

Ma il romanzo decolla e vola altissimo soprattutto quando racconta il disfacimento del Reich nella sfarfallante prospettiva dei decadenti Lotte e Holsten, persi nel loro mondo di stravizi e immoralità mentre tutto attorno crolla miseramente e la guerra è di fatto perduta. Il debole dell’autore per una ricostruzione storica certosina si esprime qui al meglio, senza silenziare la follia (auto)distruttrice del regime hitleriano ma senza tacere nemmeno le brutalità belliche delle truppe alleate, o quelle bestiali dei russi piombati su una Berlino allo stremo. Sono pagine crude, potenti, nerissime, eppure Kunkel trova il modo per regalare un ultimo sferzante ghigno tramite il cameraman della Sachsenwald. Non meno foschi e densi di inquietudini sono i capitoli riservati alla fuga dall’Africa di Karl e dell’amico Kornel, Doctor Magneto & The Quicksilver Kid, o al camaleontismo di un Ferrie rinato come principe degli opportunisti nel teatro postbellico. Inevitabilmente, considerato il tenore romantico e disperato di “Pornonazi”, il finale riserverà una buona fetta di miseria a tutti (o quasi) gli attori principali.

 

Peccato solo per quell’appendice di una trentina di pagine abbastanza insulsa, per come scelga di esplicitare un seguito che sarebbe stato ben più opportuno celare in un ininterrotto fuori campo. Un grande romanzo ad ogni conto, scritto magnificamente. E anche una storia d’amore (e morte) piacevolmente fuori dagli schemi.

8.5/10

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Il Vengelo Secondo Biff _Letture

       

Ancora Chris Moore e ancora un titolo sull’esilarante andante.O forse no, nemmeno poi troppo. Perché è sull’inclinazione allo sberleffo che vertono sempre le critiche, ora entusiaste ora indignate, di chi per un verso o per l’altro ha contribuito a fare di questo “Lamb: The Gospel According To Biff”, Christ’s Childhood Pal” il più celebre testo dello scrittore dell’Ohio nonché un vero e proprio fenomeno di culto. Non è tutto oro quel che luccica ma il romanzo è davvero grazioso.

 

Dopo quasi duemila anni nella polvere, Levi detto Biff viene riportato in vita, affidato alle cure energiche dell’angelo pasticcione Raziel, e riceve dall’alto un incarico a dir poco prestigioso: dovrà occuparsi della stesura di un nuovo Vangelo a proprio nome incentrato sulla figura di Gesù Cristo, suo migliore amico in Galilea sin dalla più tenera età e fino alla drammatica conclusione della sua esperienza terrena. L’apprendistato dell’allora aspirante Messia ci viene così narrato senza filtri, dall’allenamento nella pratica miracolistica svolto resuscitando lucertole all’immancabile pretesa di impersonare un eroe a scelta (Davide, Mosé, se stesso) nei giochi di ruolo tra bambini, e dalla superbia dell’adolescente saputello in materia di sacre scritture alla spasmodica ricerca della verità sulla sua missione celeste, con una fragilità, un’insicurezza e un candore che non si potrebbero immaginare più umani. Ad accompagnarlo passo dopo passo ecco dunque Biff, fedele compagno di una vita “escluso a sorpresa dai vangeli ufficiali”, in quel Nuovo Testamento “posticcio” aggiunto alla Bibbia da “quattro testimoni di dubbia affidabilità”.

 

Nuove fantasmagoriche avventure sono così vagheggiate dalla prospettiva privilegiata di un testimone irresistibile che non impiegherà molto a delinearsi, anche e soprattutto, come attore coprotagonista in scena. Seguiamo i due ragazzini ebrei in un viaggio di oltre tre lustri lungo i minacciosi itinerari della Via della Seta, all’inseguimento dei tre savi che visitarono il bambino divino nella mangiatoia e che dovrebbero avere tutte le risposte indispensabili riguardo la sua più autentica natura: un lungo e tortuoso percorso verso la piena conoscenza di sé, agevolato dagli incontri con il (fiabesco) Baldassarre in una misteriosa fortezza di roccia nell’attuale Afghanistan, complice un manipolo di sensuali cortigiane dagli occhi a mandorla e i nomi chilometrici, con il rigorosissimo Gaspare in un monastero sulle alture cinesi, e con lo svitato Melchiorre, maestro di meditazioni, in India. Solo al termine di questa pirotecnica sfilza di peripezie – dallo scontro con divinità degli inferi all’incredibile amicizia con uno yeti, e dai sanguinosi sacrifici di innocenti alla dea Kali all’abecedario tantrico del Kamasutra – Gesù potrà tornare a casa con l’irriducibile consapevolezza del Cristo e potrà dare forma al suo breve ministero in terra così come ci è sempre stato tramandato, diretto a velocità supersonica verso un destino già scritto.


E’ in queste parole del vangelo di Giovanni, citate nella postfazione, che va ricercata la scintilla da cui è scaturita questa nuova, ardita esplorazione narrativa di Christopher Moore. Ancora una volta lo scrittore dell’Ohio si cimenta con virtuosismo e spirito ironico con una parodia, anche se il risultato appare assai più misurato e decisamente meno farsesco di quanto non raccontino gli entusiasti estimatori – numerosissimi – che hanno aiutato “Il Vangelo Secondo Biff” a raggiungere l’agognato status di cult book. Non ci sono dubbi che il romanzo sia effettivamente brillante e spesso divertente, merito di un narratore guascone e di un eroe tenerissimo e per ampi tratti distante anni luce dal canone dell’agiografia universale. Non mancano, stando al tenore di alcuni tra i commenti su Anobii, le anime candide che puntualmente si indignano e parlano magari di lesa maestà, trincerate in maniera patetica dentro le quattro mura fasulle di tanto cattivo catechismo. Allo stesso modo non sono mosche bianche quelli che sottolineano – come un merito o una colpa, fa lo stesso – l’irriverenza di un testo che irriverente non è e nemmeno aspira ad essere. La verità è che il libro in questione è un’operina deliziosa e tutto sommato cauta, non la migliore dell’autore statunitense ma senz’altro una delle sue più misurate e coerenti, dove le digressioni fantastiche sono funzionali alla morale scelta e non appaiono, a dirla tutta, neanche così strampalate come potrebbe sembrare a una prima, distratta fruizione.

 

Gli insegnamenti del Budda, di Lao Tzu e Confucio, i precetti dell’induismo, persino l’ecumenico invito all’amore fraterno nel testamento spirituale di un improbabile profeta come l’uomo delle nevi (per nulla abominevole), si incastrano alla perfezione nel quadro di un addestramento alla tolleranza e alla non violenza che copre come per magia il lungo iato nella vita del Messia. Così “Il Vangelo Secondo Biff” può essere letto come il libro che, con ogni probabilità, doveva essere nelle intenzioni di Moore: un anomalo romanzo di formazione. E la storia di un’educazione sentimentale anche, con il contributo indispensabile dell’eroina – riscattata dalla fama ingiusta di meretrice – Maria Maddalena, anzi, Maddi. C’è qua e là, è vero, quel tocco satirico gentile e un po’ dada à la Brian di Nazareth, ma resta disciplinato, non straborda mai nella burla fine a se stessa e può vantare una solida ricerca e documentazione a monte. Queste le maggiori note di merito di un testo piacevolissimo ma solo a tratti davvero esplosivo (su tutte, le pagine dedicate alla prima avventura in oriente, quella nella fortezza di Baldassarre) che nelle battute conclusive praticamente dimentica gli inserti grotteschi con l’angelo teledipendente Raziel e si fa persino serioso, attento a ricalcare quasi mimeticamente le vicende più note del ministero di Cristo (dal battesimo per mano del cugino Giovanni alle nozze di Cana, dal discorso della montagna all’exploit nel tempio e la Passione) così da guadagnare punti in chiave programmatica ma perdendo parte del suo fascino.

 

Mezza stella in più per le fantastiche citazioni, anche inventate, piazzate per introdurre ogni svolta significativa nel racconto. La migliore a mani basse (“Gesù era un bravo ragazzo, non meritava questa merda”) viene da una canzone di John Prine dal titolo illuminante, “Jesus The Missing Years”.

7.6/10

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Il Maestro e Margherita _Letture

       

Finalmente è l’ora di Woland, di Behemot, Korov’ev, Azazello e compagnia cantante. Affrontato un paio di anni fa, devo ammettere che del caos vertiginoso ma anche del rigore morale di questo superclassico ricordo ben poco, al di là del colorato corteggio di figurine diaboliche e di qualche vaga reminescenza sulla figura di Pilato. Un bel guaio per la mia memoria zoppicante, non necessariamente un male però: quando dovessi riprendere in mano il bel volume dei Supercoralli, potrei sempre regalarmi una nuova “prima visione”…

 

Mosca, primi anni trenta. Sotto le spoglie del gentiluomo, esperto di magia nera e grande artista straniero Woland, presso gli stagni Patriaršie Satana fa la sua comparsa in città una sera di primavera. Si intromette garbatamente in una discussione all’insegna dell’ateismo tra Michail Aleksandrovic Berlioz, presidente del Massolit (una delle più prestigiose associazioni letterarie locali) e l’acerbo poeta Ivan Nikolaevič Ponyrëv, detto Bezdomnyj, sostenendo senza la minima esitazione di aver conosciuto Gesù Cristo, come pure il filosofo Kant, e arrivando a vaticinare il cruento decesso del più anziano dei suoi interlocutori. Che si verifica a strettissimo giro di posta, quando l’esimio funzionario viene investito e decapitato da un tram nel tentativo non proprio lucido di denunciare il singolare personaggio come spia. Con il giovane letterato messo fuori gioco dall’apparente assurdità dei suoi resoconti e internato come schizofrenico nella casa di cura del professor Stravinskij, il (cosiddetto) maligno non ha problemi a interferire nella vita politica e culturale della capitale sovietica per smascherarne ipocrisie, iniquità e giochi di potere meschini, mettendo alla berlina tutta una serie di burocrati e intellettuali di regime, ma non disdegnando di far risaltare anche l’avidità e la vanità della ricca borghesia.

 

Accanto a lui, una piccola cerchia di pittoreschi servitori: l’enorme gatto nero Behemot, irriverente e spassoso; il grottesco illusionista Korov’ev (o Fagotto); il sicario Azazello, addetto ai lavori sporchi; la sensuale strega Hella e l’inquietante Abadonna, presago silenzioso di morte in occhiali rigorosamente scuri. Tra le numerose folli scorrerie che vedono come protagonista la cricca satanica, spiccano la farsesca rappresentazione al Teatro di Varietà, adescamento collettivo per i peggiori vizi della cittadinanza corrotta, l’incendio al magazzino alimentare Torgisin, simbolo del privilegio e dell’ingordigia delle classi abbienti, e quello al ristorante Griboedov, tempio vitaiolo dell’intellighenzia “integrata”, di quelle mediocri “anime morte” scelte da Bulgakov come bersaglio privilegiato della sua invettiva.

 

Lo smascheramento promesso da Woland come paradossale empito moralizzante non è rivolto tuttavia ad una giovane donna, la Margherita del titolo, il cui amore incondizionato e tenace per lo scrittore ormai senza nome, presentato al lettore come “Il Maestro”, rende di fatto immune dal marciume generalizzato. Colpito dalla purezza del suo sentimento, Satana le offre prima di vendicare l’infamia patita dall’autore (il cui romanzo “umanista” su Ponzio Pilato venne massacrato perché ritenuto un’intollerabile agiografia del Cristo, di fatto condannando il suo creatore alla pazzia e all’isolamento) – rendendola strega svolazzante e dandole licenza di devastare l’appartamento del più feroce dei critici letterari, Latunskij – quindi la invita a vestire i panni della “Regina” al gran ballo del plenilunio di primavera, o “Ballo dei Cento Re”, un Sabba fantasmagorico al cospetto delle più terrificanti anime nere giunte apposta dalle porte dell’inferno. Aver brillantemente superato la prova vale alla fanciulla, resa intrepida dalla speranza di riabbracciare la felicità perduta, il compimento del suo unico grande desiderio: ritrovare l’adorato Maestro e poter tornare a vivere serenamente assieme a lui, al riparo dalle infamie spicciole, dalla mediocrità imperante, dalla prevaricazione di chi non si faccia scrupoli a epurare i pensatori veramente liberi (e scomodi).

 

Il testo su Pilato e sui suoi tormenti per la condanna a morte del profeta eretico Jeshua Hanozri (Gesù Cristo, nella rilettura evidentemente apocrifa che propone Bulgakov) verrà letto e apprezzato proprio da quest’ultimo, che pregherà poi Woland per interposta persona (tramite il suo solo discepolo, Levi Matteo) di “risarcire” il Maestro e la sua Margherita con il riposo in un rifugio ultraterreno, preservandoli entrambi da un’esistenza passiva nel mezzo delle squallide miserie contemporanee. La richiesta verrà esaudita e la stessa pietà verrà riservata al dannato per eccellenza, Pilato, che avrà modo di incontrare in una sorta di lunare aldilà l’uomo che mandò a morte, per potergli finalmente prestare ascolto e placare il proprio sconfinato senso di colpa.

 

“Il Maestro e Margherita” è l’opera più intensa e celebrata di uno scrittore che amava definirsi “mistico”, evidentemente non a torto. Iniziato nel 1928, portato a compimento dalla moglie (postumo e alla quinta stesura) nel 1941, e pubblicato per la prima volta tra mille sforbiciate solo alla fine degli anni sessanta, ha risentito della tormentata gestazione che ne ha amplificato, revisione dopo revisione, i fascinosi squilibri. E’ un romanzo profondamente autobiografico che svela profonde analogie tra la parabola di Bulgakov e quella del suo protagonista, un letterato costretto dalla censura al silenzio e all’infelicità per il carattere “irregolare” delle sue parole (con tanto di manoscritto dato alle fiamme per entrambi). A metà strada tra sofisticata commedia nera e feroce satira di costume, scritto magnificamente e quanto mai fedele all’anima del grande romanzo russo dell’ottocento (per la coesistenza di realismo e slanci di natura spirituale), il testo tradisce nel contempo tutta la propria straripante modernità, affiancando con grande eleganza due piani narrativi ben distinti ma per molti versi complementari, quello della Gerusalemme raccontata dal Maestro nella sua sfortunata creazione e quello della Mosca del tutto fuori controllo trasfigurata con felice ironia da Bulgakov, un teatrino formicolante di figurine meschine e opportuniste, destinate senza più scampo alla sacrosanta dannazione.

 

Le pagine più limpide e appassionate sono quelle dedicate all’intima sofferenza del quinto procuratore della Giudea, dove i temi immortali della viltà e della scelta, del pentimento e della salvazione, sono affrontati con andatura piana ma solenne e riescono particolarmente convincenti. Non si può dire lo stesso di quelle ben più visionarie ambientate nell’attualità del grande romanziere russo, indubbiamente avvincenti, colme di un sinistro incanto, e nondimeno confusionarie, intriganti seppur smorzate nell’impatto dalla messe di allegorie che le popola, non sempre di agevole interpretazione. I personaggi principali, ad ogni modo, restano indimenticabili. Su tutti un Satana/Woland che rappresenta il male necessario in quanto legittimazione del bene (si veda anche l’epigrafe – eloquente – dal “Faust”), e appare più che altro come un giustiziere favoloso, una sorta di Krampus che ha mandato a memoria il Galateo e sa bene che l’amore, ultima vera speranza di un’umanità in ambasce, può avere davvero l’ultima parola, per fortuna.

8.7/10

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Cyberiade _Letture

       

Il sottotitolo recita “Viaggio comico, binario e libidinatorio nell’universo di due fantageni” e ben inquadra la dimensione gradevolmente farsesca di questa raccolta di brevi parabole allegoriche tra favolistico e fantascienza, che è anche e soprattutto un sofisticato e antintellettualistico divertissement sull’arte del narrare. Non Stanislaw Lem al suo meglio ma comunque un’operina graziosa e molto meno banale di quanto lasci intendere.

 

Già allievi pluridecorati della Scuola di Nullità Nientica Superiore, Trurl e Klapaucius sono costruttori geniali e un po’ folli. Ogni bizzarra invenzione dell’uno o dell’altro accende in entrambi il fuoco sacro della competizione ma finisce per mettere nei guai loro e, in qualche caso, persino la sicurezza dell’intero universo.

 

Pescando a casaccio nel mazzo delle loro avventure o “fatiche”, come ce le presenta l’autore enfatizzandone ironicamente la portata epica: una macchina ideata apposta per riprodurre in replica perfetta tutto ciò il cui nome inizia con la lettera enne impartisce ai due una sonora lezione di logica; un’altra dovrebbe essere uno smisurato automa pensante, alto la bellezza di otto piani, ma si rivela nulla più che un ammasso di acciaio incapace di risolvere i più elementari quesiti matematici e, per giunta, permaloso e violento come il più insulso degli stupidi; c’è poi un bardo cibernetico inventato per assicurare al suo creatore l’agognato trionfo in qualsivoglia certame di poesia, ma si dimostra presto una minaccia generalizzata a causa della sua eloquenza e di una inclinazione al sentimentalismo semplicemente incontenibile; un piccolo demone di seconda classe messo insieme in quattro e quattro’otto riesce invece a prosciugare la mostruosa sete di conoscenza del pirata interstellare Pugg con un torrente inarrestabile di informazioni inutili; e poi gingilli che ammansiscono eserciti, che gabbano i più esigenti cacciatori di prede, che dovrebbero riportare il senno in principini perdutamente innamorati dell’imperatrice sbagliata; e, ancora, un autentico gioiellino in forma di novella per cosmonauti, quello del giocondo e inventivo popolo dei Ferrolini, aiutato da Trurl a sconfiggere una misteriosa insidia esterna con la sola forza della burocrazia.

 

I bislacchi siparietti dei due fantageniacci si configurano in un pur ridotto numero di pagine come autentici arzigogoli concettuali, per quanto Lem non manchi di renderli miracolosamente intellegibili anche da chi è profano di questioni scientifiche, per merito di un respiro pungente e nel contempo aggraziato quasi si trattasse di una versione riveduta e corretta del “Candide”. E’ indubbio, le menti meno elastiche o un tantino più anchilosate rischiano di faticare e non poco quando il risultato pecchi maggiormente di prolissità nei ragionamenti, si faccia troppo cerebrale o sbrachi in digressioni dada sempre garbate ma eccessivamente fumose.

 

E’ vero, altresì, che se dietro questi innocui apologhi è possibile distinguere bersagli ben più concreti quali il militarismo sfrenato o l’ottusità di monarchi più o meno illuminati (Atrocitus e Ferocitus potrebbero senza problemi essere metafore, rispettivamente, di stalinismo e leninismo), tutto questo sforzo rischia talvolta di ridursi a una semplice collezione di divertissement letterari, esercizi tanto gradevoli quanto fini a se stessi e in qualche caso noiosetti. Nei passaggi meno riusciti, un’opera letteralmente infarcita di arguzia come “Cyberiade” finisce per farsi prendere la mano dalle sue stesse sottigliezze, si perde in risvolti descrittivi anche irritanti e fa del travestitismo pseudoscientifico una corazza farsesca persino controproducente perché, alla lunga, stucchevole. Questo, grazie al cielo, solo quando il testo va in debito di leggerezza, quando tende troppo al didascalico per eccesso di programmaticità.

 

Non mancano, peraltro, gli episodi realmente spassosi, come quello del re burlone Balerion e del congegno per lo scambio delle menti. Una costante di queste parabole è l’immancabile scontro dei due brillanti inventori con la grossolanità e l’arroganza del malfidato sovrano di turno, simbolo della crudeltà tiranna del potere. Il quadro, al di là dell’ironia e della vivacità delle trovate, evidenza lo sconfinato pessimismo dell’autore polacco, la sua totale assenza di fiducia in un’umanità disumana, opportunista, bieca e votata per natura alla sopraffazione. Si tratta anche, a ben vedere, di una serie di raffinate riflessioni sull’arte del narrare, un gioco di specchi e labirinti che nei frangenti più sofisticati (su tutti “Le tre macchine narratrici di Re Genius”) si articola in un complesso dispositivo di scatole cinesi, o sogni dentro sogni, regalando un senso di autentica vertigine.

 

Ma Lem si diverte anche e soprattutto a plasmare la materia linguistica secondo necessità mimetiche, mirando cioè a un’elegante imitazione del gergo scientifico ma nella prospettiva deformante della narrativa favolistica. Non mancano poi le gustose derive surrealiste, evidenti nella sistematica adozione di un lessico fantasmagorico degno di Raymond Queneau (emblematici i “degenerali”) come nel ricorso a una figurazione nonsense (gli umani arrugginiscono come pezzi di metallo), che accentuano inevitabilmente gli intenti satirici, burleschi e antintellettuali dell’intera operazione.

7.1/10

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Sacré Bleu _Letture

       

No, non è il mio titolo preferito tra i quattro che ho letto del guascone di Toledo. Però quest’avventura maccheronica nel pittoresco mondo degli impressionisti francesi si è rivelata un discreto spasso: disimpegno ai massimi, direi quasi plateale,
ma i tanti bonbon in forma di citazione sparsi sul sentiero bastano a rendere perdonabile una piega fantasy al solito maldestra (e piuttosto ingombrante). Christopher Moore è questo, soprattutto negli eccessi: prendere o lasciare…

 

Parigi, 1890. La notizia della morte di Vincent Van Gogh a Auvers raggiunge alcuni amici dell’artista olandese a Montmartre. Lucien Lessard, fornaio e figlio di fornai sulla butte parigina, aspirante pittore sulle orme del padre pure dilettante, si dice scettico di fronte alla tesi del suicidio, ma le sue attenzioni vengono presto calamitate dal ritorno della bella fiamma Juliette, che due anni e mezzo prima era scomparsa nel nulla spezzandogli il cuore. Ugualmente traviato dal gentil sesso (e da ogni sorta di perdizione alcolica) e perplesso di fronte ai resoconti dal sud della Francia, il “piccolo gentiluomo” Henri Toulouse-Lautrec non si fida nemmeno della fanciulla dagli occhi blu oltremare che sembra tornata apposta per far uscire di senno il compagno di avventure con sedute di sesso sfrenato e pittura. A non quadrare, in particolare, è l’inquietante figura che sembra accompagnare la ragazza da lontano, e che gli si presenta con insistenza per vendere tinte “mille volte migliori” di quelle del celebre Papà Tanguy, punto di riferimento esclusivo per tutti gli Impressionisti. Cosa nasconde questo strano ometto storpio e ostile che si fa chiamare Il Colorista? Come mai Lucien sembra aver svenduto l’anima alla sua bella e di punto in bianco ha tagliato i ponti con tutti, al di fuori di lei? E perché l’enorme ritratto di Juliette cui si è dedicato in maniera forsennata pare averlo privato di ogni forza, fin quasi a ucciderlo?

 

Coadiuvato da un eccentrico professore tuttologo, Emile Bastard, e da un pugno di colleghi più anziani come Camille Pissarro e Auguste Renoir, quasi dei padrini per il giovane Lessard, l’incontenibile Henri riuscirà a venire a capo del mistero millenario che lega il commerciante di Colori e la sua pericolosa femme fatale, ridesterà l’amico dalla strana ipnosi in cui sembra caduto e libererà il mondo dall’oscura minaccia di un’entità maligna che da sempre sembra spremere gli artisti come tubetti, per far loro produrre opere d’arte che nemmeno ricordano di aver mai creato e che, puntualmente, svaniscono nelle sue grinfie. L’enigma del micidiale Sacré Bleu verrà finalmente sciolto ma la sua maledizione troverà nuovi artefici capaci di prorogarne la malia a fin di bene, alimentando un legame d’amore e insieme l’impulso vitale dell’Arte, destinati entrambi a durare per sempre.

 

“Tante grazie, ci hai rovinato anche la storia dell’arte”. Ci scherza apertamente nella postfazione il buon Chris, sufficientemente ironico nello sminuire la portata di un’opera in fondo spassosissima di cui è ben cosciente. Nell’ennesimo pastiche di una carriera ormai di tutto riguardo, l’autore di Toledo si è dimostrato all’altezza dell’esorbitante obiettivo che si era posto, riuscendo a confezionare un romanzo frizzante in perfetto Moore-style ma senza debordare nella pura farsa come talvolta gli è capitato. Divisi i fan, a giudicare dai commenti al libro, tra chi lamenta l’anomalia di un lavoro sicuramente meno straripante della sua norma, e altri che invece hanno riconosciuto e apprezzato il tocco caustico del romanziere statunitense anche in una novella per forza di cose più misurata. Il più grande merito di “Sacré Bleu” risiede nell’accuratezza della ricostruzione storica, certosina e fedele ai fatti reali sin nel più infimo dei dettagli. In tal senso risulta un accompagnamento alla lettura non indispensabile ma vivamente consigliato la guida online curata, pare, dall’autore stesso: una collezione di quadri, fotografie e nozioni in approfondimento, suddivisa per capitoli, perfetto strumento per consentire al fruitore di immergersi completamente nelle atmosfere immortali della Parigi Belle Epoque.

 

A proposito, è indubbio che l’impresa sia stata agevolata dal fascino di quell’universo così irresistibile, ma il tuffo nel demi-monde dei bordelli, dei caffè equivoci e dei pittori spiantati resta una ricostruzione sincera e del tutto attendibile. Assolutamente cruciale, per rendere il testo qualcosa più che una semplice goliardata tirata in lungo, è anche la superba caratterizzazione dei personaggi, con menzione speciale per un favoloso, istrionico e commovente Toulouse-Lautrec, in groppa alla sua adorata Fata Verde, con ogni probabilità assai vicino alla verità dell’artista. Meritevole anche lo sguardo affettuoso ma non scontato sui padri dell’impressionismo e sulla loro umanità: in prima fila, assieme a Monet e Renoir, quel Pissarro che fu caposcuola di grande talento, chiamato a recitare quasi in contrapposizione con il ben più celebrato (ma odioso, pare) Edgar Degas, di fatto il grande assente qui.

 

Come sempre in Moore, a stonare sono piuttosto le incursioni in un soprannaturale da operetta che facilmente indispone. Nel caso di “Sacre Bleu” il Nostro si salva comunque in corner, aggrappandosi a un immaginario perturbante per validare il quale è abilissimo a confezionare una patente di veridicità ancestrale. Non male anche l’idea della musa ispiratrice, schiava del padrone sbagliato e un po’ puttana di ogni vera promessa col pennello, così come l’aver puntato molto sulla facoltà obnubilante di una tinta da sempre considerata magica. Solo due spunti tra i tantissimi che inevitabilmente spiazzeranno i destinatari di queste colorate iperboli romanzate. Anche a questo giro, insomma, da Christopher Moore non potete che aspettarvi un fantasmagorico troiaio. Più raffinato di altre volte, comunque.

7.8/10

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La Vita Agra _Letture

       

Un’opera epocale, magnetica, anche difficile da raccontare senza incorrere in banalizzazioni. “La Vita Agra” è uno di quei gioielli della letteratura italiana del dopoguerra che meritano di essere letti almeno una volta nella vita. Io ci sono arrivato parecchio tardi, due anni e mezzo fa, dopo aver lungamente allevato nella mia scatola cranica il tarlo offertomi da un entusiasta Massimo Coppola in tempi assai più remoti. Non perdetevelo, è un romanzo incredibile!

Sognava di sganasciare la dirigenza politico-economica-social-divertentistica italiana l’Io narrante imbevuto di autobiografismo del Bianciardi de “La Vita Agra”: un intellettuale bastardo e svincolato da ogni logica corporativa, privo di affidabili inquadramenti nel sistema, salito dalla provincia toscana con il solo scopo di inserirsi e pianificare un indimenticabile atto eversivo nella cittadella del potere meneghino, con i suoi “torracchioni di vetro e alluminio”, eletta a simbolo di quello spregiudicato affarismo che causò la morte di quarantatré minatori nella sua Maremma. Sognava di mettere a nudo i miti ipocriti del favoloso miracolo italiano, le sue entusiaste e acritiche iperboli, la sua etica fasulla, il suo ottimismo becero, perbenista e fuori luogo, le sue speculazioni assassine operate in nome dell’unico grande idolo, quel Progresso che ogni particolarità livella, che appiattisce la ricchezza culturale e idiomatica di un paese intero come un miserabile, sorridente schiacciasassi. Sognava tutto questo il mite bibliofilo Luciano, lasciando la moglie Mara e il figlioletto, armato solo delle sue buone intenzioni e di una sfrigolante indignazione, nella logica deviata del più classico dei bombaroli anni sessanta (un po’ il padre dell’impiegato cantato da Fabrizio De Andrè una decina di anni dopo).

 

Sognava. Eppure qualcosa, tra la fame e il freddo patiti nella sua esperienza di anomalo bohemien al numero otto di via della Braida (accanto a fotografi, pittori e sportivi di nessun successo) e le prime avvisaglie di una tranquilla ordinarietà esistenziale e lavorativa nella marginalità sterminata ma organizzata della metropoli, qualcosa si diceva non deve essere andata esattamente per il verso giusto. La consorte è nei suoi pensieri unicamente per la quota mensile da inviarle, per il sostentamento suo e del bambino, ma il posto di coniuge è assolto in pianta stabile da un’altra donna, Anna, che con lui condivide non solo una stanza ma anche i medesimi orizzonti intellettuali e la stessa prospettiva di aperta sfiducia nei confronti dell’attualità, compresa la rassegnata impotenza operativa che via via ne spegne ogni velleità. L’odio verso quel mondo di anime stinte e scintillanti “bottegoni”, grigi contabili, segretariette “secche e inteccherite” che sono gli alfieri stessi di quello stile di vita così alienante e spersonalizzato, non tramonta con l’andare del tempo e, se possibile, si fa sempre più livido e bilioso, surclassato tuttavia dal bisogno di arrangiarsi che tende a sfocare, per forza di cose, qualsivoglia aspirazione e si traduce in mero spirito di autoconservazione e sopravvivenza nelle fauci del sistema, privati anche degli ultimi barlumi di volontà e come narcotizzati da quelle stesse giubilanti fandonie che ci si prometteva di sbugiardare.

 

E’ un romanzo amarissimo e incredibilmente moderno “La Vita Agra”, storia “di una nevrosi” e “cartella clinica di un’ostrica malata che non riesce nemmeno a fabbricare la perla”. Una parabola di disincanto assoluto, di assuefazione alla spersonalizzante logica del più forte in un quadro sociale, politico ed economico dove ci si addormenta leoni e ci si risveglia agnelli, disposti a mendicare quel briciolo di benessere anche a costo di tradire se stessi, senza volerlo davvero. Così è Luciano, idealista autoconfinatosi in un avello che è ben lontano dalla grazia, nelle periferie brulicanti della grande città tetra e astiosa, stritolato dagli stessi meccanismi che intendeva scardinare col grisù, dalla logica impiegatizia del fare più grana possibile e spendere meno dané si riesca, per far quadrare tutti i conti alla fine del mese dopo aver opportunamente silenziato coscienza e dignità. Partito come grafico infiltrato nel cuore nero e marcio di quel mondo d’affari, viene relegato in orbite decentrate e messo nelle condizioni di nuocere unicamente al proprio orgoglio, spogliato della fierezza critica del non integrato e reso mansueto da un’indennità alquanto modesta, un impiego da forzato delle traduzioni, senza più il diritto a rivendicare alcunché eccetto che nelle magre parentesi concesse a un sonno senza più sogni. “La Vita Agra” non sorprende però solo per la ribollente attualità e l’ombroso scetticismo delle sue righe. E’ la materia letteraria stessa a pungere, e sbalordire e non lasciare indifferenti.

 

E’ la prospettiva metanarrativa di un autore che si fa impietoso giudice di se stesso e sabota scientemente, preventivamente, gli steccati che separino il suo ruolo dalla sua platea di lettori per promuovere un’istanza del tutto nuova, quella cosiddetta “narrativa integrale”, un processo condiviso da ambo le parti e nel quale i rapporti di forza siano annullati in nome della ragione, dell’intelletto, dello spirito critico. “Datemi il tempo, datemi i mezzi e io toccherò tutta la tastiera – bianche e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbedienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle”. Una missione, questa affidata a un passaggio programmatico di rara schiettezza, poi superbamente assolta nel corso del romanzo, che sarà anche stato “neocapitalista, neoromantico o neocattolico, a scelta” ma ha affondato il suo coltello (più rugginoso che affilato) nel burro caldo delle contraddizioni di una nazione intera, lanciata come inebetita tra le luci abbaglianti del boom economico, senza risparmiare nessuno (men che meno certa intellighenzia borghese, i partiti di sinistra o le organizzazioni sindacali). A fare centro e intrigare, soprattutto, quell’“impasto linguistico” tutto contaminazioni (dialettismi, arcaismi, innesti stranieri e pure invenzioni viaggiano a braccetto come una ghenga bizzarra), dichiarato senza esitazioni nel proprio implicito manifesto: quest’opera si lascia ricordare perché arricchita da una tale densità significante, un tale lussureggiante meticciato lessicale, una vitalità linguistica che pulsa, sbalorditiva, oltre alla sua infilata di deviazioni, digressioni, diramazioni del discorso mai veramente gratuite o fuori fuoco. Così davvero ci si perde a ogni curva, per ritrovarsi poi come ubriachi di spunti, immagini e parole, meravigliati da quanta pungente opulenza la nostra lingua possa mettere assieme nel chiuso di una semplice pagina.
Gli estremi, detto senza incertezze, sono quelli del capolavoro epocale.

9.5/10

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L’Anno della Lepre _Letture

       

L’Anno della Lepre, un libro semplice e semplicemente delizioso. Un titolo che consiglierei perché fa fine (senza essere fighetto) e non impegna, anzi. Una favoletta dei nostri giorni – si fa per dire, ha quarantadue anni ma li porta benissimo – che intrattiene incantando e conservando il necessario margine per un sincero, mite antagonismo , qualità entrambe rare in questi tempi di standardizzazioni ruffiane e battaglie (sempre troppo) interessate. Da leggere e da amare, per scoprire che magari c’è ancora un piccolo Vatanen dentro tutti noi.

 

Nauseato dal proprio lavoro e dalla routine di Helsinki, snervato da una moglie priva di ogni buon gusto e che, come non fosse abbastanza, non ha mancato di mettergli le corna, Kaarlo Vatanen è un giornalista quarantenne in piena crisi d’identità. Una sera d’inizio estate, al rientro da un servizio fuori porta, lui e un collega fotografo investono un leprotto che fugge terrorizzato nel bosco. Raggiunto e medicato l’animale, Vatanen sente che l’occasione per una fuga da quel mondo così indigesto è propizia e la coglie al volo: si dà alla macchia tra gli improperi del compagno di viaggio e a casa non tornerà più, abbracciando prima con qualche esitazione, poi con disinvoltura assoluta, una vita raminga ma enormemente più sana e consapevole, con la sola compagnia di quella lepre salvata da morte certa. Lo seguiamo così per un anno nei suoi spostamenti di paesino in paesino, dal sud più urbanizzato verso il nord aspro e selvaggio della Finlandia, prima di un fugace e deludente ritorno dalle parti della capitale e il definitivo confino volontario nelle foreste della Lapponia più profonda, immerso nella meraviglia incontaminata della natura e lontano da tutto e tutti. Lo vedremo cavarsela in maniera sempre più convincente, dapprima grazie al ricavato della vendita della sua barca, quindi con gli utili derivanti da mestieri sempre più umili e duri, rivelando doti pratiche e una capacità di adattarsi all’asprezza del territorio inimmaginabili per un semplice (presunto) imbrattacarte di città.

 

Nondimeno, pedinare lui e il suo amico impellicciato nel loro girovagare senza meta apparente offrirà a noi lettori l’opportunità di conoscere uno dei paesi più remoti e bizzarri del continente europeo, sonnacchioso nei ritmi blandi imposti da un ciclo delle stagioni particolarmente rigido eppure così prossimo a noi per quanto concerne l’organizzazione della cosiddetta vita civile, con le immancabili storture della politica e della burocrazia, l’ottusità imperante di chi è al potere o deve premurarsi di difendere i confini nazionali, e l’immancabile specchio rovesciato che vorrebbe far passare il mite Vatanen per un pazzo squinternato perché non più incasellabile, quando è evidentemente vero l’esatto contrario, che la follia dilaga indisturbata proprio nelle schiere rispettabili degli “integrati”: vecchi preti con il pallino delle armi, funzionari di polizia con la fissa (forse non a torto) dei complotti di stato, invasati neo-pagani già promossi all’insegnamento, ubriaconi d’ogni fatta e orde di borghesi cafoni con manie di onnipotenza.

 

“L’Anno della Lepre” è un piccolo romanzo agile ed estremamente gradevole, di quelli che si divorano in una manciata di ore, non impegnano granché e lasciano il piacevole retrogusto di una morale spiccia che non puzza di moralismo. E’ assurto un po’ a sorpresa al rango di cult-book, non solo in patria – dove deve essere ormai una sorta di mito per almeno tre generazioni di lettori – ma anche da noi. Il motivo di tanto successo non dovrebbe essere in realtà difficile da cogliere: il libro è figlio del suo tempo, dello smarrimento di metà anni settanta dopo le illusioni presto tradite del sessantotto, del disincanto e del rifiuto ma anche di un’inesausta speranza nell’uomo e nel buon senso. Pur avendo già compiuto i suoi primi quarant’anni, si dimostra tuttavia un’opera in splendida forma, attualissima per come sa ancora parlare ai più giovani anche in anni di crisi ben più generalizzata, come quelli che stiamo vivendo. Era decisamente in anticipo sui tempi del 1975, quando le grottesche sirene new age erano ben lungi dal manifestare le loro fascinazioni standard da quattro soldi, quando nessuno o quasi andava predicando la necessità di una decrescita felice, quando ambientalismo ed animalismo non si erano ancora trasformati in vezzi alla moda globalizzati, ma rispecchiavano un sentimento più sincero e in aperta controtendenza.

 

Ecco perché, come il “Walden” di Henry David Thoreau (testo che per l’ancora emergente Paasilinna deve aver rappresentato qualcosa più che un semplice modello umanistico-letterario), questo racconto (o collezione di racconti, se vogliamo) è invecchiato così bene, anche adesso che non c’è più un Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche da cui guardarsi quasi con terrore, quando si sconfina nella propria ostinata caccia all’orso (anche se con Putin al comando in Russia, insomma…). La guerra fredda è finita ma le cose non sono migliorate affatto. Gli squilibri restano tutti in campo, ancor più estremizzati d’un tempo. C’è più consapevolezza solo sulla carta, anzi, solo nella rete, per quanto il coraggio di un vero anticonformista à la Vatanen sia forse oggi merce ancor più rara di allora. Una pigrizia emotiva e sociale pare averci resi tutti più fiacchi e, anche quando vediamo che le cose non viaggiano come dovrebbero, manca una vera reazione, perentoria, al di là della pallida indignazione di facciata. Forse stiamo solo aspettando, tutti, che la nostra lepre venga a salvarci…

8.5/10

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