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Month: marzo 2012

Deerhunter + Lower Dens @ Sala Espace 06/04/2011

    

E’ passato già quasi un anno dalla mia prima volta al cospetto di uno dei migliori artisti emersi negli ultimi dieci anni, quel Bradford Cox che con il progetto Deerhunter ha saputo licenziare un paio di album realmente significativi in un momento altrimenti non troppo esaltante. Un anno che sembra un secolo, amplificato dalla distanza e dal desiderio di chi vorrebbe ritrovare dal vivo quelle canzoni emozionanti. Nel frattempo Cox si è nuovamente fatto vivo con il terzo disco (valido, non esaltante) della sua più intima incarnazione, Atlas Sound, ma è improbabile che lo si ritrovi nuovamente in Italia prima di un paio d’anni, forse anche di più. Peccato, e per fortuna. Concerti come quello dei Deerhunter alla Sala Espace valgono già solo per l’eccezionalità dell’evento in sé. Verrebbe voglia di definirli incredibili, non fosse che già in studio il cantante e chitarrista di Athens ha dimostrato di essere un autore come ce ne sono pochi in circolazione, e che dal vivo la sua band gode di una fama stellare nonostante i pochi anni di attività. L’occasione per un ripasso prezioso la si avrà a fine maggio, anche se riguarderà esclusivamente il gruppo apparso come opening act, quei Lower Dens che furono un’autentica rivelazione sul palco di via Mantova. Non solo per il bellissimo set a base di dream-pop rumoroso ma disciplinato con cui incantarono la platea (ed il Cox spettatore), ma anche per la piacevole scoperta rappresentata in quei giorni dal loro sorprendente album d’esordio, ‘Twin-Hand Movement’. Avevo lasciato Jana Hunter diversi anni prima, oziosa e futilissima alla corte freak folk di Devendra Banhart, e l’ho ritrovata visionaria e convincente tra i fumi insopportabili di una sala tango. L’atteso sophomore ‘Nootropics’ sarà nei negozi il primo maggio, e c’é da scommettere che si tratterà di una conferma piena. Seguirà un tour europeo con un paio di date in Italia. Omettendo di menzionare anche l’imminente capitolo secondo del side project del chitarrista Lockett Pundt (Lotus Plaza: l’LP in uscita ad aprile si intitola ‘Spooky Action at a Distance’ e potrebbe rivelarsi un’ulteriore sorpresa) per la comitiva di Cox l’attesa sarà comunque lunga e bisognerà far tesoro dei (tanti) momenti fenomenali di questo show torinese: le pazzesche architetture elettriche di ‘Desire Lines’, i vortici siderali di ’60 Cicle Hum’, l’ipnosi collettiva assicurata dalla vecchia ‘Octet’, la commozione sincera di ‘He Would Have Laughed’, la pelle d’oca di ‘Helicopter’ (che nel report ho definito “una delle più belle performance degli ultimi anni” , parole che mi sento di ribadire oggi). Potrebbe non essere un male, considerando che con lo scombiccherato (ed emotivamente instabile) Bradford può sempre capitare una serata storta come quella di un paio di settimane fa a Minneapolis, quando lo spilungone ha riservato al pubblico il supplizio di una cover di ‘My Sharona’ lunga un’ora (!!!?) per punire in modo esemplare la richiesta fuori luogo di uno spiritoso spettatore. Genio e sregolatezza – evidentemente – ancora una volta in coabitazione dentro lo stesso guscio di nervi ed ossa.

Che poi, diciamocela tutta: che roba pazzesca dev’essere stata una cover eterna di ‘My Sharona’ portata su un palco da Bradford Cox?

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Mark did it again…

        

Mark l’ha fatto ancora. Difficile dire come ci sia riuscito, così tanto tempo dopo l’ultima volta e sull’onda di un azzardo insolitamente confezionato, ma quel che conta davvero è il risultato, qualcosa che rasenta il miracolo. Un nuovo disco di Lanegan e solo di Lanegan, nonostante il dettaglio della parola “band” sulla copertina, è già di per sé un evento. Dopo ‘Bubblegum’ ed il relativo tour, il tenebroso rocker statunitense confessò in più di un’intervista che un seguito sarebbe arrivato a strettissimo giro di posta, che molte idee erano già state abbozzate e, insomma, si sentiva ben disposto a battere il ferro ancora caldo fatti salvi eventuali intoppi di percorso. Non so se sia corretto considerare Isobel Campbell uno di tali inconvenienti, visto che due dei tre album realizzati nel frattempo con lei da Mark mi sono anche piaciuti, né saprei dire se il volume delle numerose collaborazioni / ospitate imbastite dal Nostro come i grani di un rosario sia davvero la causa unica di un così cospicuo ritardo. Sia come sia, restano gli otto lunghissimi anni tra la precedente fatica solista e questo nuovo ‘Blues Funeral’, un intervallo di tempo siderale ed in fondo non giustificabile. L’impressione – dopo un’adeguata razione di ascolti – è che comunque ne sia valsa la pena, indipendentemente dalle legittime recriminazioni sul conto dell’eroe navigato della Seattle che fu. Basterebbe da solo l’atteggiamento, sfrontato ed intelligente, con cui le nuove canzoni si presentano: illudendo. Promettendo una rivoluzione che sa tanto di specchietto per le allodole (i critici, che in linea di massima non sembrano aver troppo apprezzato) e rimane di fatto tutta sulla carta. All’innegabile dirottamento dell’orizzonte sonoro non corrisponde infatti un analogo cambio d’abito mentale, e il disco va quindi articolandosi come una profonda e puntuale riflessione sul passato dell’artista. Si riparte, inevitabilmente, da dove ci si era fermati ai tempi di ‘Bubblegum’, con una ‘Gravedigger’s Song’ che puzza di fuliggine e pistoni né più né meno della vecchia ‘Metamphetamine Blues’. Proprio quell’animo rock torbido e siderurgico riesce ad imporsi sui foschi artifici formali approntati per il nuovo lavoro quasi fosse un istinto insopprimibile, con meno sfumature rispetto alle precedenti e più ortodosse produzioni  ma fondamentalmente con tutto ciò che serve al posto giusto. Non si potrebbe spiegare altrimenti il tono aggressivo e pestone oltreché squillante dietro l’irresistibile pastrocchio di ‘Quiver Syndrome’, ibrido impossibile (e felicemente pacchiano) tra gli Screaming Trees galoppanti di ‘Uncle Anesthesia’ ed i Dandy Warhols più esuberanti e pop. La dark-wave (o cold-wave, che dir si voglia) si ritaglia un ruolo da protagonista come eloquente in uno dei pezzi di punta, ‘Grey Goes Black’, ma è innegabile che i cupi pastelli colorati ed i synth abbiano su la stessa identica polvere che ammantava le chitarre elettracustiche delle ‘Field  Songs’.

Un po’ a sorpresa per chi temeva da lui il passo falso (che non arriva), Mark convince proprio per l’abilità con cui ha saputo piegare la forma alla sostanza evitando di svilire lo stile nella maniera, lasciandogli seguire al contrario la propria più intima natura di cantautore. In pochi avrebbero saputo rendere tanto autentica e naturale una sterzata espressiva rilevante come questa, senza cadere nel ridicolo o quantomeno in una sgradevole sensazione di artefatto. Ancora capace di un romanticismo d’altri tempi, Lanegan si è rivelato inappuntabile nel non sacrificare classicità ed epos alle sirene di un suono oggi di moda , riuscendo nell’impresa di conciliare questi suoi tratti peculiari con l’estetica nuova, elegante e funerea, che da smalto ad un pugno di irresistibili murder ballads. Nondimeno il Nostro ha voluto conservare – in linea con il titolo scelto – quell’impronta blues che è da sempre nel suo bagaglio d’artista, per quanto oggi trasfigurata da questo make-up sonoro tetro e modernista. Le atmosfere agri di un passato non troppo distante, ricontestualizzate da sottili sporcature o da inserti volutamente incoerenti (‘Deep Black Vanishing Train’), un finale degno dell’epica ruvida di ‘Whiskey For The Holy Ghost’, perfino gli spifferi di un’inquietudine che chiama in causa i migliori fantasmi dell’era grunge (Cobain il riferimento scontato in ‘Leviathan’): a uscire realmente esaltata da questo spericolato viaggio a ritroso è la protagonista di sempre, quella voce allucinante e catramosa. Che satura gli interstizi armonici di un nuovo, magico esorcismo metropolitano (‘St. Louis Elegy’), o si lascia incorniciare da un contesto sonoro alieno ma mai sopra le righe, anzi, sempre impeccabilmente al suo servizio: tastiere liquide, elettronica retrò a manciate, drum machine inesorabili (‘Harborview Hospital’, che sembra una di quelle vecchie pellicole del cinema muto colorate ad acquerello). Se i singoli episodi convincono, è il disco nel suo complesso a funzionare come affresco coerente ed ammaliante: quel che ci si aspetta da un Mark Lanegan in buono stato di forma quale è a tutti gli effetti l’autore di ‘Blues Funeral’ , album capace di commuovere, affascinare e spiazzare (‘Ode To Sad Disco’,  tutto un programma) assumendosi tutti i rischi del caso senza commettere ingenuità o passi falsi. Quando si parla di fuoriclasse…

      

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Sorella, mio unico amore  _Letture

      

Ecco il caso di un libro che fa male. Non amo concetti come quello appena espresso, forse perché non sono così suggestionabile dalla lettura, ma devo riconoscere che rispetto a molti altri romanzi affrontati in tempi recenti, questo di Joyce C. Oates si è dimostrato effettivamente ostico e ben poco accomodante. Non conoscevo questa prolifica autrice newyorkese vincitrice di un National Book Award ed ammetto di aver fatto un po’ di fatica a riconoscerne il talento. Entrare psicologicamente in sintonia con il travagliato bambino protagonista è impresa ardua, e la Oates non ne agevola la riuscita infarcendo i passaggi descrittivi di dettagli apparentemente insignificanti, che tornano sempre identici e sempre diversi a più riprese, appesantendo per forza di cose la prosa. E’ un modo per rendere le ossessioni che alla fine paga. Dopo cinquanta pagine ho odiato il libro. Dopo cento continuavo ad odiarlo, ma mi sentivo obbligato a procedere. Dopo duecento non potevo smettere, pur trovandolo sempre più sgradevole, perché era come ne venissi attratto con la forza. Inevitabile quindi procedere e affrontare l’angoscia, un senso di claustrofobia sottile, ma indubbio. Saper influenzare così profondamente il lettore, per giunta uno scettico e poco sfarfallante come il sottoscritto, non è proprio da tutti. Ecco perché quest’opera, pure non bella, pure brutale e tristissima, mi ha convinto. Alcuni passaggi, come il resoconto amaro della prima travagliata relazione sentimentale dell’anomalo antieroe, sono magistrali. Fino alle ultime pagine la tensione è gestita con scaltrezza ma senza ruffianeria. Peccato solo per un finale che stona un po’, viste le premesse: una concessione – la prima – che è forse troppo americana e troppo consolatoria per strappare l’ultimo applauso.

L’infanzia spezzata di una piccola campionessa di pattinaggio, ispirata nemmeno troppo fantasiosamente ad un terrificante fatto di cronaca che fece il giro del mondo alcuni anni fa (la morte misteriosa della reginetta di bellezza JonBenét Ramsey), è lo spunto banale su cui Joyce Carol Oates ha costruito questo voluminoso ed affilatissimo romanzo. L’azione è scarsa, stagnante, nelle vicende dei protagonisti letteralmente scisse tra un prima ed un poi, con la sola voce narrante dell’eroe Skyler Rampike a guidare il lettore nei meandri di un inferno dei sentimenti e a rendere testimonianza  di un’evoluzione – profondamente peggiorativa – di ogni forma di umana relazione nel cuore di quello che dovrebbe essere il vero baluardo di una società cristiana, benestante e progredita, fatta a pezzi un po’ per volta dalla Oates con freddezza chirurgica. Anonimo ed insignificante “come una bolla di sapone”, ridotto già in tenera età allo status di “nota a pié di pagina” nella vita dei suoi cari, Skyler è il figlio “sopravvissuto” di una scellerata famiglia nordamericana che è tanto più impressionante quanto più plausibile, iper-realista, volendo accogliere la metafora pittorica. E’ la nota stonata all’interno del cerchio perfetto di casa Rampike: la delusione mai taciuta di un padre in carriera, omofobo ed ignorante, che sognava per lui un futuro di successi sportivi, professionali ed erotici, su un sentiero disegnato con mano ferma ed ottimista ma stracciato presto da un destino assai più concreto ed impassibile; è la vergogna di una madre divorata dalla propria smisurata ambizione e da un senso di frustrazione ugualmente totalizzante, resa cieca dal desiderio di esserci, apparire e primeggiare al pari dell’alta società del New Jersey, pur dovendosi limitare alle imitazioni pacchiane dello stile, del bon ton e delle etichette e pur dovendo brillare della luce riflessa del piccolo mostro Edna Louise / Bliss, tagliando per il successo e prodigio artatamente modellato con bieco cinismo, trasfigurato per la gloria fatua dei media sin nella sacralità del proprio nome di battesimo.

Indifferente ai virtuosismi formali ed al ricamo edificante delle belle lettere, l’autrice ha confezionato una spietata e malsana rappresentazione sugli orrori del quotidiano adottando con impressionante rigore e fermezza il punto di vista di un adolescente piegato come Atlante da tutto il peso del mondo: tormentato dai sensi di colpa, derubato di ogni affetto e devastato dall’abuso di farmaci e dalle inappellabili sentenze di un esercito di psichiatri senza dignità alcuna. La prospettiva scelta è il campo di osservazione privilegiato sulle disfunzioni di una tipica famiglia yankee della middle class sbirciata da dentro e dal basso, vivisezionata con il bisturi impietoso della realtà grottesca – colore sempre vivido nel pantano della memoria – e ricomposta come in un procedimento tassidermico amatoriale attraverso la lente deformante di uno spirito ancora puro, per quanto minato da troppi disagi e perseguitato da troppi fantasmi. Lo stream of consciousness mimetico e senza filtri affidato alle scarne velleità poetiche e metanarrative del mite Skyler è il vero colpo di bravura della scrittrice di Lockport, poiché consente al lettore uno sguardo crudo e non convenzionale sui guasti nelle dinamiche interpersonali, sulle distorsioni comunicative ed emotive all’interno di un istituto familiare sempre più in crisi, i cui falsi miti cadono uno dopo l’altro grazie alle inquietanti e confuse scoperte dell’eroe bambino. L’ambiguità regna sovrana ma è un valore aggiunto, per come tratteggia l’atmosfera torbida e mostruosa in cui si specchia ignaro il piccolo protagonista, lasciando a chi legge il brivido crudele ma impagabile della consapevolezza.

La scrittura rinuncia ai belletti optando per un’aderenza piena e realistica, per quanto alterata dalla prospettiva in soggettiva. E’ frenetica, compulsiva, infarcita, ridondante e profondamente discontinua, tutta salti, anticipazioni, flashback e ritorni ossessivi, come il flusso schizofrenico di informazioni nel grande baraccone televisivo o come l’intrecciarsi quasi fisico delle voci nei ricordi “frammentari e corrosi” del protagonista, presentati come “in un sognante montaggio cinematografico”. Nondimeno rivela una sua rigorosa coerenza e sa essere scorrevole, come una materia magmatica che avanzi lenta ma inesorabile. Con il suo ritmo a singhiozzo, l’insistenza su dettagli marginali, le continue ripetizioni ed i repentini cambi di registro (dal soliloquio alla telecronaca, dagli articoli di giornale al guazzabuglio pop da talk show, alla formula del racconto epistolare) il risultato per il lettore è qualcosa di inevitabilmente faticoso e talvolta irritante, per quanto non privo di un fascino innegabile che ha gioco facile nell’irretire a piccoli passi chi si riveli più paziente. ‘Sorella, mio unico amore’ è però anche molto di più: una critica feroce alla morbosità dei media, alla stampa scandalistica e, prima ancora, all’inarrestabile speculazione sul dolore e sulle tragedie che negli Stati Uniti (ma anche da noi, sia chiaro) sembra aver oltrepassato di molto la soglia della decenza. Non a caso il personaggio cruciale (come nella vicenda Ramsey) è l’ignobile figura materna, infervorata presenzialista televisiva, autrice letteraria in preda a misticismo d’accatto ed imprenditrice del dozzinale di successo con la sua linea “Profumo del Paradiso”. <<Dalle ceneri di una tragedia si raccolgono dei frutti: questo è il modello di vita americano>>, l’epitaffio agghiacciante. A compensare l’acredine è sufficiente tuttavia il disarmante candore della vittima che si crede carnefice, uno Skyler protagonista titanico che non può non intagliarsi nella memoria. Affidandosi alla grazia del suo sguardo, il romanzo si riscatta dal rischio di esaurirsi in un pamphlet in fondo sterile e diventa una parabola potente sulla perdita e sul perdono.

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C’mon

       

Per il sottoscritto il 2011 è stato in un certo senso l’anno dei Low. Il nuovo ‘C’mon’ è arrivato senza il peso di particolari aspettative ma ha saputo insinuarsi dal primissimo ascolto nel novero di quei dischi umili e preziosi, quelli cui ogni tanto sentiamo di doverci appoggiare per ritrovare almeno qualche scampolo di serenità, di equilibrio e, sì, di umanità. Un album che perfeziona e rende adulti i meccanismi sottili del verbo slowcore, raggiungendo in più di un frangente una capacità di sintesi tra emotività e comunicatività realmente impressionante, senza far sperpero di melodie, di note, di voci, senza far calcare la mano dietro la console al bravissimo Matt Beckley, uno che dalle divette del pop più sciatto è passato alla misura assoluta dei Low riuscendo a rendere la musica dei coniugi Sparhawk calda ed eclatante come non capitava da diversi anni. ‘C’mon’ non è un capolavoro e non tutte le sue canzoni sono davvero memorabili. Non ha forse l’urgenza di ‘Trust’, non sanguina come ‘I Could Live in Hope’ o ‘Things We Lost In The Fire’, eppure riesce a toccare le corde giuste e a farlo, soprattutto, nel modo giusto. Affascina con semplicità, irretisce piano l’ascoltatore senza forzarne il gusto e senza ricatti estetici. Avessi voluto immaginare la maturità per la band di Duluth, penso che avrei per forza fatto riferimento a canzoni come ‘Nothing But Heart’, un manifesto della nuova epicità di Alan e Mimi, easy listening effettivamente adulto e dotato di una sua concreta solennità. Nel mio pezzo su Monthlymusic ho scritto di “potenziale archetipico” proprio in questo senso, volendomi riferire alla capacità straordinaria che i brani di ‘C’mon’ hanno di raccontare l’uomo all’uomo, di parlare di sentimenti senza impantanarsi nel sentimentalismo spicciolo, di dire cose “alte” e condivisibili su temi generalmente inquinati dalla banalità imperante, dimostrando una lucidità ed una concretezza non nuove anche se mai rimarchevoli come oggi. Meno aulici rispetto al passato i Low del 2011, ma solo su disco: l’anno passato è stata anche la mia prima occasione per un approccio dal vivo alla loro musica e devo confermare che, a parte qualche limitata recriminazione sulla scaletta, la magia live del gruppo statunitense rimane inarrivabile. Ma questa è un’altra storia e ne parlerò un’altra volta.

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