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Month: giugno 2013

The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do

       

Oggi più che mai Fiona Apple risplende come vero e proprio Crazy Diamond del cantautorato femminile, curiosamente a cavallo tra mainstream e indie essendo entrambe le cose e nessuna delle due a un tempo. Difficile incasellarla altrimenti. Lontana dalle vendite milionarie dei primi dischi eppure ancora abbastanza appetibile per il gossip, abbastanza quantomeno da far parlare di lei anche i quotidiani generalisti del nostro paese che – come certi grotteschi svarioni di sepolcri imbiancati tipo Castaldo & Assante insegnano – non è che stiano proprio sul pezzo quando si parla di musica che non sia Vasco/Mengoni/Coldplay. Un diamante Fiona lo è sempre stata, migliorando se possibile con l’andar del tempo. Una gemma diventata via via sempre più grezza magari, e ultimamente anche più folle. Il parallelo con Syd Barrett passerà per azzardato e io per primo non voglio sembrare ingeneroso nei confronti della cantante newyorkese, accostandola a un artista le cui tristi vicissitudini non possono certo essere considerate il migliore degli auguri. Eppure un sottile legame tra i due sembra esserci. Fiona è tornata dopo un lungo silenzio con questo disco che la critica ha giustamente incensato, data l’intensità nella scrittura e nell’interpretazione da parte di un’autrice problematica quasi per necessità. E’ tornata a incantare ma è tornata con una brutalità che in pochi potevano immaginare. E’ una donna diversa, maturata ma anche lacerata, cruda e sincera. E’ una donna che lotta contro un disagio, contro un’inquietudine, che trova sprazzi di serenità e di lucida passione, ma più che altro rivela una sofferenza. Non sta bene ma non si nasconde. Così il disco, spoglio, tormentato, senza belletti, lontanissimo dalle torch songs un po’ manierate della sullen girl degli esordi. A distanza siderale dal modello Lana Del Rey, che in maniera risibile tanti critici le hanno accostato. E’ un album difficile questo, volutamente scontroso, ma l’anno scorso l’ho consumato per gli ascolti. Del genere che si ama o si odia senza riserve. La prima opzione per me, che ho cercato di rendergli onore con una recensione in cui ho messo l’anima, tutto l’amore da estimatore solitario di lunghissimo corso. Sarà una coincidenza, ma l’ho ritrovata artisticamente in forma – a differenza della piega umana, preoccupante – con un disco dal titolo chilometrico e apparentemente senza senso. Era già capitato ai tempi del sophomore “When the Pawn…’, capolavoro inarrivabile. Difficile dire se i suoi problemi caratteriali e psichici siano un limite o una fortuna. I titoloni su Pitchfork per l’arresto per droga (erba, e poca) in Texas o per i tour annullati per stare vicini alla propria cagnetta hanno impressionato più dei voti clamorosi su quella stessa webzine e altrove. Tengono ancora in apprensione chi le vuole bene e ama la sua musica. In verità le cose sono andate in questo modo da subito, con il chiacchiericcio sgradevole sulla violenza sessuale subita da ragazzina, con cui di fatto venne presentata dal primissimo istante, o il tormentato rapporto con la Sony e il famoso terzo album “che visse due volte”.  Non c’è mai stata pace attorno a Fiona Apple e forse non è detto che sia un male. Certo ritrovarla con gli occhi scavati in modo pauroso, con quel viso consumato da far spavento e proprio lei, bella come poche, un po’ di inquietudine la lascia. Fa parte del personaggio, si dirà. D’accordo. La prossima volta però anche un disco meno sofferto andrà benissimo, se questo significherà non sposare fino in fondo quell’ombra di follia così insondabile e dolorosa.

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Una splendida festa di morte  _Letture

      

Ebbene sì. Non l’avrei mai immaginato ma mi ritrovo qui a scrivere di Stephen King. Lettura popolare? Forse. Il romanzo da cui Kubrick ha poi tratto ‘Shining’ comunque l’ho apprezzato. Inevitabile discuterne in breve rapportandolo alla celeberrima pellicola. 

Non ho mail letto nulla di Stephen King prima d’ora. Mi sono avvicinato con una certa cautela anche a questo che è considerato tra i suoi migliori romanzi, perché al di là delle tante grandiose idee ampiamente sfruttate da registi del calibro di Carpenter, Cronenberg e De Palma in numerose pellicole di notevole successo, ho spesso incontrato critiche non troppo entusiastiche nei confronti del King narratore. La mia idea sul suo conto, da assoluto profano, è che si trattasse quindi di un bravo professionista di genere ma non certo di un grande autore. Nel caso di ‘Shining’ mi tocca poi ammettere di essere sempre stato frenato dal celeberrimo corrispettivo cinematografico. Andare a vedere in sala la riduzione filmica di libri che ho apprezzato mi sembra quasi necessario, quantomeno stimolante, mentre sono decisamente più restio a compiere con leggerezza o curiosità il processo inverso. Qui ha inoltre pesato non solo il fatto che dal libro sia stato tratto un adattamento cinematografico, bensì che il film in questione sia ancora dopo tanti anni uno dei più incredibili ed inquietanti mai girati, oltreché uno straordinario saggio a livello tecnico e semiotico di cinema, indipendentemente dal genere di riferimento. Ho un vero debole per l’incredibile opera di Kubrick e riconosco che, partendo con uno svantaggio di anni, il romanzo di King si offriva per il sottoscritto ad un confronto oltremodo proibitivo.

Eppure parlare del testo dello scrittore di Portland senza esporlo al parallelo con il suo doppio filmico non sembra operazione praticabile. La trama è nota: Jack Torrance, “scrittore americano ancora in boccio, ma in ascesa, e certamente persona qualificata all’insegnamento di quel grande mistero che è l’arte di scrivere” riesce a farsi raccomandare da un amico benestante per l’incarico di guardiano invernale in un grande albergo tra le montagne del Colorado, e vi si trasferisce con la moglie Wendy ed il figlioletto Danny all’inizio dell’autunno. Sembra una sistemazione ottimale per dimenticare una volta per tutte il proprio passato di alcolizzato e dare nuovo slancio alla stesura della sua prima commedia, arenatasi “tra la mano e la pagina in quell’interessante deserto intellettuale noto come il blocco dello scrittore”, rilanciando così in maniera decisiva una modesta carriera di autore e le proprie chance nel campo dell’insegnamento. Nonostante alcune brutte sensazioni nel bambino (dotato di spiccate qualità precognitive) riguardo al monumentale edificio, la quiete e l’isolamento del posto parrebbero addirittura migliorare i rapporti un tempo tesi all’interno del nucleo familiare ma l’armonia è destinata a scemare gradualmente man mano che alcuni strani episodi si verificano. Le prime copiose nevicate trasformano l’eremitaggio consapevole dei Torrance in una vera e propria prigionia, esercitata ai loro danni dall’albergo e da tutte le anime malvagie condannate ad abitarci, finché il più fragile dei tre non potrà che farsi sopraffare innescando il precipitare rovinoso degli eventi.

La storia di fondo è di per sé notevole, e non è un caso che Kubrick ne abbia tratto il pretesto per una profonda riflessione sul male nell’animo umano. Il massimo in termini di suggestioni viene però dall’ambientazione geniale predisposta da King: la classica casa infestata, elevata però a potenza e relegata in una cornice panica e impervia come l’alta montagna, con tutti i suoi oscuri presagi. L’Overlook Hotel del romanzo marca una prima netta distanza rispetto alla stupefacente scenografia che è chiamato a rappresentare nella pellicola: è un vero e proprio personaggio. Secondario in principio, comparendo solo come sinistro scenario nelle inquietanti visioni che il bambino interiore Tony invia a Danny per avvertirlo dei pericoli futuri; poi come presenza silente ma costante; infine come coprotagonista nella sua disperata missione di morte. Si è scritto a ragione che il vero pregio del film di Kubrick è quello di aver spinto lo sguardo ben al di là del classico horror, evitando cioè effettacci truculenti ed ampie gallerie di creature terrificanti, per dedicarsi a costruire in maniera quasi minimale una elegia oscura e perturbante. In parte questo è vero anche per il libro, anche se King convince quando è più attento alla dimensione terrena mentre tende a deragliare quando sconfina nel fantastico e nel macabro aggrappandosi ad un immaginario un po’ trito o quantomeno ingenuo.

Il maggior pregio dell’opera di King è la sua misura. L’aver evitato di farsi prendere troppo la mano con il sensazionalismo facile di certi luoghi comuni orrorifici (tenuti egregiamente a bada sin quasi alla fine), concentrandosi piuttosto sulla profondità psicologica nel lavoro compiuto sui pochi (ma molto ben caratterizzati) personaggi. In tal senso è assai pregevole la prima parte, ‘Preliminari’, sicuramente meno effettistica o immaginifica della seconda ma scritta in maniera migliore. Funziona come necessaria introduzione ai travagli coniugali dei Torrance, alla difficile guerra di Jack contro i tormenti dell’alcool e ai dolorosi fantasmi di una violenza sul figlio adorato, perpetrata un tempo come inconsciamente. Quelle che nel film sono – per i limiti stessi del mezzo cinematografico – vere maschere, ma anche figure quasi asettiche nella loro teatralità attanziale, nel libro assumono tutto un altro spessore. Rispetto al ritratto grottesco donatogli dalla (formidabile) interpretazione di Nicholson, qui Jack si staglia come un personaggio ben più complesso e ricco di sfumature, autodistruttivo e cosciente di ciò, ma anche profondamente legato alla moglie e al figlio. I suoi demoni interiori non potrebbero essere più concreti e rappresentano davvero quei “mostri umani” che un “posto disumano” come l’Overlook tende a plasmare da tempo immemore. Wendy è una degna coprotagonista, logorata dalla propria sfibrante carica empatica e destinata a far da scudo agli attacchi di collera dell’uomo e alla diversità problematica del bambino.

E poi c’è proprio Danny. Ciò che per lunghi tratti inquieta realmente è il disagio da lui provato, che King trasmette con bravura al lettore attraverso le frequenti visioni orchestrate da Tony, essenza stessa della sua dote speciale, e svelando dai suoi pensieri innocenti il lento scivolare dell’equilibrio nella mente del padre e nella quiete del posto. King perturba servendosi per lunghi tratti del solo schermo deformante della preveggenza in un bambino di pochi anni. Solo nella seconda parte cambia prospettiva tratteggiando un’atmosfera sinistra ma tutto sommato trattenuta, dando spazio a lampi angoscianti assolutamente azzeccati (le vespe risorte nel nido, le tracce della festa di morte nell’ascensore dell’albergo, i pochi fantasmi selezionati poi opportunamente rispolverati da Kubrick) e a qualche artificio grossolano (le siepi-animali che si animano). Citazioni scoperte dall’Alice di Carroll e da ‘La Maschera della Morte Rossa’ di Poe completano in modo coerente il quadro delle suggestioni in un romanzo non certo folgorante ma sicuramente ben scritto, controllato e dotato di un suo indubbio magnetismo. La versione di Kubrick, interessata a sviluppare lo spunto chiave in maniera comunque del tutto personale, resta sicuramente inarrivabile.

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