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Hugo Race

Fatalists

         

Non assurgerà mai al rango di mostro sacro, non potrà vantare il tocco magico dei Guy Kyser, degli Howe Gelb, dei Tim Rutili, degli Edwards e dei Lanegan, eppure nessuno può negare a Hugo Race di essere un autore di talento, uno che ha saputo smarcarsi dalle ombre troppo ingombranti di un passato da gregario per maturare negli anni un proprio linguaggio personale, sofferto, incisivo, credibile. ‘Fatalists’ è un piccolo album senza particolari pretese, ma può vantare almeno una significativa nota di merito: la sincerità. Uno di quei lavori polverosi, sporchi senza essere ruffiani, senza inseguire pose maudit e senza affogare nei cliché di genere. Certo non aggiunge nulla ad una formula espressiva – il desert folk di marca yankee – che è già stata esplorata in lungo e in largo da autori giganteschi, a parte forse le angosce dei propri avventurosi trascorsi australiani sotto l’ala di un giovane Nick Cave. Race è un cantautore che non si è mai adagiato sui pur limitati allori, ma ha sempre voluto mettersi in gioco ed esplorare, genere dopo genere, le proprie potenzialità nei tanti ambiti della musica popolare. Per quanto non sia stato certo realizzato per conquistare chissà quale pubblico, registrato per giunta in condizioni precarie dall’artista stesso, ‘Fatalists’ è una fotografia fedele di Race sulla soglia dei cinquanta. Un buon consuntivo autoriale in attesa di nuove svolte e nuove ricerche nella tradizione. Anche se a qualcuno potrà apparire la copia spompata e noiosa del miglior Lanegan e di chissà quanti altri folksinger di razza, posso testimoniare che dal vivo è uno di quei cantautori che sorprendono positivamente e si lasciano apprezzare anche da chi non abbia particolare passione per il genere di riferimento: bella voce cupa e profonda, chitarra scarna ma attenta alla melodia, essenzialità luminosa. Nei prossimi giorni sarà nuovamente in giro per l’Italia ed è sicuro che su queste pagine saremo attenti a raccontarne le gesta.

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Songs With Other Strangers @ Hiroshima Mon Amour            22-10-2010

 

Quello della comitiva denominata 'Songs With Other Strangers' è stato senza dubbio uno dei concerti più insoliti cui ho avuto modo di assistere recentemente, oltre che uno dei più belli e coinvolgenti degli ultimi anni. Dire che, fin quasi all'ultimo momento, non ero neanche così convinto di andarci: va bene, tanti artisti anche internazionali coinvolti, ma il nome di Manuel Agnelli promosso quasi ovunque in esclusiva come sigillo ufficiale dell'evento e inevitabile specchietto per allodole non è che mi avesse proprio ben disposto. A fare la differenza e spingermi alla fine a non mancare è stato sì un nome, ma di quelli realmente irrinunciabili: Steve Wynn. Non avevo mai avuto modo di vederlo dal vivo e, beh dai, lo ammetto, speravo suonasse 'Tell Me When It's Over', 'Burn' o qualche altro titolo dai migliori Dream Syndacate. Speranza vana ma in fondo consapevole della sua improbabilità, e non così pressante da annullare la curiosità per la miriade di altri spunti di fatto raccolti, tutti o quasi molto positivi. Presentarsi all'Hiroshima sulla spinta dei personalismi da fan era in fin dei conti il più sbagliato tra i possibili atteggiamenti per lo spettatore. Io l'ho compreso subito, sono entrato abbastanza agevolmente in sintonia con lo spirito del supergruppo e mi sono goduto il concerto dal primo all'ultimo minuto. Tanti altri, evidentemente poco curiosi, poco pazienti o semplicemente poco avvezzi all'incontro tra le più disparate sensibilità musicali, hanno storto il naso praticamente dalla prima nota della country ballad di apertura, frenando la propria intolleranza solo quando dietro al microfono si è piazzato il loro unico ed indiscusso idolo, Mr. Afterhours. Difficile, fermandosi a questa sconfortante prospettiva, non rilevare quanto il pubblico italiano sia spesso ancora troppo immaturo e provinciale. E difficile negare che questo tour entusiasmante, così come l'intero progetto allestito da musicisti appassionati molto amici tra loro, abbia finito con l'assumere i contorni della perla gettata nel porcile. Piccola nota di disappunto che nel report per indie-rock.it ho omesso di enfatizzare cercando di dare rilievo al solo aspetto musicale, quello sì esaltante. Per me che negli ultimi anni ho coltivato una sincera passione per la migliore Americana e per le aridità vibranti di certo folk-rock, il live di questi grandi professionisti è stato una vera manna. John Parish si è rivelato eccellente anche nei panni del musicista, Hugo Race è stato la grande sorpresa della serata e Wynn, beh, ha dimostrato di essere ancora un rocker di razza capace di scrivere anche oggi grandi canzoni, proprio come ieri. E gli italiani? La notizia è che sono stati all'altezza, legittimando di fatto la loro presenza nel collettivo e con essa la ragione dell'intera iniziativa. Con Agnelli un po' alieno e forse sottotono, la ribalta è andata alla vera madrina del progetto, una bravissima Marta Collica, oltre al miglior Cesare Basile che mi sia mai capitato di incrociare dal vivo: carismatico, trascinante, entusiasta, davvero un grande artista. Tutti insieme hanno saputo plasmare questo clima di euforia collettiva mai fuori luogo o sopra le righe, un senso di ebbrezza condivisa che è stato come instillato dai veterani della band, raccolto dal super-ospite di turno, Steve Wynn, e sublimato da un finale intensissimo grazie alle splendide cover proposte, una 'Everybody Knows' davvero corale ed una 'Black Eyed Dog' viscerale, istantanee emotive perfette di un evento a suo modo unico. La speranza, a questo punto, è che non debbano trascorrere troppi anni per riascoltare le 'Songs With Other Strangers' dal vivo in qualche locale italiano. E tanto meglio se quel giorno qualche altro ospite speciale avrà deciso di unirsi alla comitiva per confrontarsi da pari con questi splendidi antidivi.

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