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Boris Vian

L’Autunno a Pechino _Letture

       

Torno con immenso piacere a parlare di quel genio di Boris Vian. L’occasione mi è offerta dal recupero di uno dei suoi romanzi in assoluto più folli e pessimisti, “L’Autunno a Pechino”, salutato ormai cinquant’anni fa come il capolavoro dell’autore francese, stando a quelli della Rizzoli che si davano pena di promuoverlo. Con un rivale ingombrante come “La Schiuma dei Giorni” l’etichetta suona eccessiva, ma neanche poi troppo. Chiunque non abbia particolari problemi con il Vian più visionario e nichilista, quello dello “Strappacuore” per intenderci, in quest’opera rilanciata in tempi più recenti da Sellerio troverà pane per i suoi denti. Sembra un testo teatrale, anticipa il nonsense vertiginoso di un Richard Brautigan ed è un sublime lavoro poetico, un inno alla stupidità e all’inutilità che merita di non essere dimenticato.

Tra le dune della misteriosa Exopotamia è in programma la costruzione di una linea ferroviaria faraonica. Poco importa se si tratterà della più classica delle cattedrali nel deserto: il consiglio di amministrazione della società che in Francia si è assicurata l’appalto pare lanciatissimo, anche se nelle pompose riunioni dei suoi altissimi papaveri il clou è rappresentato dalla condivisione di cartoline pornografiche, e per le scelte operative si lascia molto alla buona sorte o all’immaginazione. Un direttore dei lavori, il pavido omosessuale Amadis Dudu, ha già avuto il suo bravo incarico; peccato sia giunto sul posto per puro caso, inconsapevole di quanto lo attendesse e condotto là da un autobus della linea 975 che non si capisce come abbia potuto attraversare mari e monti in una mezzoretta scarsa. Poco male, l’impatto con l’ambiente sembra corroborarne lo spirito e lo trasforma dal vessato per eccellenza nell’incubo di quelli che saranno i suoi sottoposti, giunti anch’essi nella desolata regione senza averlo programmato: Angel e Anne, due amici ingegneri entrambi di sesso maschile a dispetto del nome (“nome da cane”, scrive più volte l’autore), il secondo dei quali ha una fidanzata, Rochelle, platonicamente amata dal primo e qui presente in veste di segretaria; il professor Mangemanche, medico del cantiere che pare più interessato a dilettarsi con i suoi modellini d’aereo e a tormentare il suo assistente che non a esercitare con profitto la professione; il personale esecutivo, ovvero i nerboruti Carlo e Marin addetti al lavoro “di fatica”, con i rispettivi figlioli.

A tutti loro l’Exopotamia non sembra avere grandi svaghi da offrire, se si eccettuano alcune anomalie bizzarre (degne per inventiva, in futuro, di un Richard Brautigan) e la compagnia di pochi altri diavoli che vi si trovano imprigionati con serena accettazione: l’attempato archeologo Athanagore e il suo piccolo staff, con in testa la provocante “donna oggetto” Cuivre; la macchietta italiana Pippo Barrizone, proprietario tuttofare dell’unico albergo ristorante; il grottesco abate Petitjean e il suo protetto, l’eremita Claude Leon, riparato in Exopotamia dopo l’omicidio di un ciclista (con l’attenuante che si trattava di un conformista) per esercitare una forma di ascetismo non proprio ortodosso. Nella stasi e nell’apatia che l’ambiente regala in virtù della sua stessa conformazione geologica, il lettore è invitato a seguire il naufragare dei sogni dei pochi idealisti, assieme all’esplosione delle psicosi dei ben più numerosi (e disastrati) comprimari, mentre nulla di quanto programmato procede come dovrebbe, i binari vengono posati senza che una massicciata sia stata approntata e la morte si prepara a mietere il proprio raccolto, quasi con sollievo da parte delle annoiate vittime qui radunatesi.

“L’autunno a Pechino” è un’opera incredibile. Ha il suo stuolo di detrattori come è naturale che sia, trattandosi di narrativa pindarica e non particolarmente mansueta. Chi abbia già una certa familiarità con lo “stile Vian”, per aver affrontato in precedenza i ben più celebrati “La Schiuma dei Giorni” o “Lo Strappacuore”, non dovrebbe faticare a entrare in sintonia anche con questo testo, meno esplosivo in quanto a pirotecnia linguistica e fantastica, meno anarchico nella struttura, eppure di una buona spanna sopra la già ragguardevole media di cupezza e nichilismo dell’autore francese. L’avvio è folgorante. Un’autentica delizia nonsense, pura giocoleria dadaista, introduce uno alla volta i vari personaggi celebrando la poesia del contrattempo. Si fa “bu” agli orologi per mandare indietro le lancette e il giochino funziona, almeno per quella dei secondi; gli uccelli suonano col becco il tema de “I Battellieri del Volga”, ma steccano miseramente; le immagini riflesse nelle vetrine hanno il vizio di sgraffignare la merce esposta nei negozi; e le comuni sedie di legno possono essere operate e perire come qualunque paziente umano in sala operatoria. Terminata questa fase, il romanzo prende a normalizzarsi, a darsi un certo contegno formale, ma mai del tutto. Che senso avrebbe piazzare una ferrovia in un deserto, esattamente sopra un sito di scavi archeologici, e incaponirsi a farla passare proprio dove si trova l’unica costruzione già presente, costringendo all’esproprio coatto e a una demolizione dell’edificio ancor più demenziale in quanto incompleta? Nessuno, se si eccettua un’occasione d’oro per decantare la stupidità immortale di chi è al comando.

Non c’è dettaglio che non faccia pensare a un testo ideato per il teatro (dell’assurdo, si intende). I protagonisti in prima battuta, tutti tendenzialmente sgradevoli e fortemente caratterizzati come tristi caricature, che paiono palesarsi solo per recitare le loro battute sotto i nostri occhi; quindi la scena, desolante ancor prima che desolata, con un pugno di ambienti asettici e tristanzuoli. La struttura espressiva fortemente regolata e il ricorso massivo ai dialoghi non rappresentano tuttavia un limite, bensì un valore aggiunto: la lettura va infatti avanti che è una bellezza, nonostante l’umore saturnino che fa da padrone. Vi sono pagine realmente sublimi, tra le migliori mai scritte da Vian, come quelle del viaggio per mare visto attraverso gli occhi dei due ragazzini innamorati, Olive e Didiche. Il tono visionario, a rilascio graduale e molto ben disciplinato, è ancora una miniera di suggestioni, con lievità e armonia, “dolce come il canto del chiurlo fischione”. Certo come festa dei paradossi “L’Autunno a Pechino” non potrà che lasciare però l’amaro in bocca, visto che l’insensatezza ha rotto gli argini e ha intaccato senza più speranze ogni ambito, testuale e metatestuale (a cominciare dal titolo che, l’avrete capito, è del tutto gratuito, per continuare con le citazioni prive di significato piazzate in testa a ogni capitoletto): l’autore si riserva giusto poche comparsate esplicative o “passaggi”, che più che guidare demoliscono con pungente ironia le poche certezze rimaste a chi legge.

In fin dei conti si tratta di un inno all’inutilità, disincantato e folle quanto basta (come se Vian vi si fosse dedicato dopo essersi perso anche lui nelle porzioni di deserto delimitate dai raggi neri del matto sole exopotamico). Inutile è la vita, che con estrema leggerezza abbandona le spoglie di tanti di questi figuranti; inutile è il lavoro, che premia i parassiti e non produce nulla di utile o bello; inutili sono l’amore e le sue illusioni, ben rese dalla rivalità amore sacro / amor profano nello scontro senza vincitori tra Angel e Anne con l’insoddisfazione appostata dietro il primo angolo, pronta a avvelenare anche il cuore sulla carta più puro. Inservibili sono sia la religione, una scappatoia per i delinquenti, che la ragione, opportunamente affidate in chiave dissacrante ai due personaggi davvero indimenticabili del romanzo: il pretazzo crapulone e donnaiolo Petitjean, con i suoi rosari un tanto al chilo, il suo blocchetto di dispense autoassolutorie e quelle irresistibili filastrocche in vece delle più canoniche preghiere; e il medico Mangemanche, un macellaio in camicia gialla che al giuramento di Ippocrate ha preferito pericolose forme di rimbecillimento. La risposta è l’alienazione di chi sceglie di dimenticare. Come Athanagore, che recupera reperti integri e li distrugge. O come il consiglio di amministrazione, che insiste a perpetrare gli stessi errori a oltranza. In cima alle voci ormai inutilizzabili Vian colloca infatti la storia, quella con la esse maiuscola: costretta a ripetersi fatalmente con le sue tragedie e incapace di insegnare alcunché alle future generazioni. Un romanzo profondamente pessimista “L’autunno a Pechino”, a tratti eccezionale.

8.8/10

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E tutti i mostri saranno uccisi… _Letture

Se il Boris Vian privo di maschere è pura poesia surrealista, quello travestito da Vernon Sullivan è un’appassionata macchietta persa nella sua stanza degli hobby. Lo diceva il provocatorio “Sputerò sulle vostre tombe”, schiaffone poderoso alla morale dell’epoca camuffato da noir espressionista, di una violenza a tratti intollerabile. Lo dice, a maggior ragione, questo che dei romanzetti americani di Vian è il terzo e – pare – il più svagato e sfarfallante. Da dimenticare le atmosfere magiche e inquietanti dei suoi capolavori: qui il grande artista francese impazza in piena licenza in quello che ha tutta l’aria di un fumettone, a mezza costa tra hard-boiled enfatico e parodia dello spionaggio pop à la Ian Fleming. Non certo tra le sue pagine migliori, così infarcito di ingenuità sci-fi che oggi fanno sorridere, ma agevolato nel contempo da un tono scanzonato e un ritmo agile che ne fanno una lettura epidermica e alquanto divertente. Certo, se non andate matti per il pastiche dei suddetti generi e non rientrate tra i completasti di Boris Vian, potete tranquillamente farne a meno.

Rock Bailey è una specie di Adone nerboruto nemmeno ventenne e ancora vergine per scelta, corteggiato suo malgrado in maniera molesta da qualsiasi essere femminile incroci sulla sua strada. Nel suo presente di beato nullafacente, equamente ripartito tra la palestra e le serate al bar con gli amici, irrompe tuttavia una serie di accadimenti avventurosi assai meno piacevoli che mandare in bianco qualche bella fanciulla. Si parte con uno strano rapimento a sfondo procreativo (!), e poco oltre già ci scappa il primo morto. Così sarà inevitabile, per lui e i suoi sodali, mettersi a “giocare un po’ ai detective”, anche se “i film di Bogart hanno insegnato che in quel mestiere se ne prendono più spesso sulla pera che viceversa”. Seguono mirabolanti svolgimenti, tra indagini costruite sulla base di geniali intuizioni, sparatorie alla Tarantino e belle scariche improvvise (all’inizio, poi sempre meno) di ultraviolenza, impartite magari da sadiche vamp fatalone come in ogni film di Russ Meyer che si rispetti. Una perfetta catena di rose con tanto di spine, insomma, fino alla scoperta che a capo dell’organizzazione dei “cattivi” vi è il fantomatico dottor Schutz, scienziato pazzo come da più classica tradizione letteraria e cinematografica, ripugnato dalla bruttezza in ogni sua forma e persuaso dalla necessità di cancellarla ad ogni costo (da qui il titolo-slogan “Et on tuera tous les affreux” reso meglio in quanto a spirito dalla prima traduzione, “E uccideremo tutti i racchioni”, che non da quella più recente, “E tutti i mostri saranno uccisi”). Si tratta in realtà di un “esteta” che gioca sporco ed è interessato a creare in laboratorio, allevare e condizionare, soggetti in grado di far breccia presso le masse, stregare l’opinione pubblica ed esercitare la propria influenza a livello di governi. Tutto è comunque destinato “a finire in vacca”, come sostiene con la consueta schiettezza il protagonista nelle battute conclusive. Schutz a quanto pare ha già uomini nelle alte sfere anche se un’ombra, proprio in chiusura, rimane: un ultimo esperimento rivela che la bellezza da laboratorio ha comunque bisogno della bruttezza più oscena per funzionare. E allora forse i propositi di pulizia estetica sull’umanità saranno destinati all’inesorabile fallimento e i famigerati racchioni troveranno spazio, ragion d’essere e – perché no – scampoli di successo anche in futuro.

Riecco Boris Vian nei panni dell’incontenibile alias Vernon Sullivan, leggero e persino frivolo quanto si vuole ma non privo di spunti spassosi, riflessioni caustiche su tanti falsi miti della contemporaneità e pagine scritte ancora con quel tocco da autentico virtuoso della parola (e della lingua). A convincere, in questo romanzo minore, è l’attualità dello sguardo, la grandissima ironia e confidenza nella voce narrante dell’aitante eroe, chiamato a raccontare le proprie disavventure con fare brillante e disincantato, un piglio nell’insieme davvero modernissimo. Rispetto al di poco precedente “Sputerò sulle vostre tombe” c’è meno provocazione gratuita è più divertissement a tutto tondo, per una lettura comunque agile e divertente da un grande autore in evidente licenza. Vian vi ricerca infatti un’occasione per dilettarsi con i cliché di un genere, il giallo, costretto a svoltare presto in maniera alquanto brusca verso l’hard-boiled, quindi verso la fantascienza surreale (e non poteva andare altrimenti) e grottesca, condita da una buona dose di (inoffensiva, perlopiù) satira di costume. Intorno a metà strada una nuova virata, optando per una sorta di versione fumetto di Ian Fleming e del suo James Bond, con uno spionaggio caricaturale che mette amabilmente alla berlina tanti dei luoghi comuni di romanzi siffatti e dei loro personaggi, a cominciare dall’appeal irresistibile del protagonista, opportunamente controbilanciato dalla sua assurda ossessione per la castità e la perfetta forma fisica. Non meno significativa l’esaltazione (evidentemente ironica) del cameratismo, della complicità e dell’amicizia virile, offerta in contrapposizione sessista (sempre in chiave umoristica però) ad un universo femminile popolato di evanescenti sciacquette e eserciti di amazzoni-cloni, tanto avvenenti quanto votate alla ninfomania brada. Il finale sfocia in una fantapolitica (su delicati temi come l’eugenetica e la “razza”, ancora lei) che sarà strampalata quanto si vuole ma anche in evidente anticipo sui tempi se, quando il testo è stato scritto (il 1948, incredibile!), erano ben lungi dall’affermarsi non solo gli Obama, i Berluscones e i Renzi (con relativo culto dell’apparire) ma persino i Kennedy.

Una lettura insomma piacevole e non banale anche se resta indubbio che, in tante delle opere a proprio nome, Vian ha saputo fare decisamente di meglio.

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Lo Strappacuore _Letture

      

Non è proprio il libro di Vian che consiglierei così su due piedi, questo “Lo Strappacuore” (o “Lo Sterpacuore”, a seconda dell’edizione), ma resta forse la più potente testimonianza della sua arte visionaria, anche più del capolavoro riconosciuto “La Schiuma dei Giorni”. Un testo apparentemente folle, impazzito come il calendario nelle pagine del diario del suo protagonista, Giacomorto, prima che il finale ne sveli con lucidissima amarezza la logica ultima, crudele ma tutt’altro che gratuita. Le riflessioni sull’amore e la libertà qui contenute, cupe e violente come forse nemmeno nei volumetti hard-boiled firmati dall’alter-ego Vernon Sullivan, sono tra le vette della produzione narrativa di Vian. Nel testo rimane però un senso di minaccia costante, sgradevole, perturbante, che lo rende di certo meno accessibile rispetto ad altri del grande autore francese. L’immaginazione si conferma comunque al potere, e con prepotenza. Se piace il genere e magari si è già fatta la conoscenza di Vian, un titolo imperdibile.

Giacomorto è un bizzarro psicanalista incapace di provare e “assimilare” le passioni dei suoi pazienti. Sul finire di una non meglio precisata estate lo troviamo ai margini di un’amena località costiera, in cerca di un posto tranquillo in cui esercitare una forma estrema di analisi, sorta di identificazione compiuta per mezzo di brame, pensieri intimi e inconfessabili, in un “gran consumo di menti”. La gente del paese, “un po’ rozza ma interessante e ricca”, sembrerebbe fare al caso suo. L’esordio nella cittadina è peraltro già una discreta avventura e lo vede impegnato nei panni della levatrice per l’intrattabile Clementina e i suoi inquietanti tremelli, Joel, Noel e il più carismatico Citroen. Dotato di spiccate qualità di osservatore apparentemente asettico, Giacomorto si insedia così nella dimora e nella vita di questa nuova famiglia, iniziando a registrarne le dinamiche (la moglie opta per un’astinenza radicale e per il rifiuto anche fisico di suo marito Angelo, che nel contempo non riesce a imbarcarsi in relazioni extraconiugali e sceglie di salpare con una barca di fortuna verso lidi ignoti) senza riuscire peraltro a influenzarne l’inerzia, rivelandosi incapace di andare al di là della pura prevaricazione sessuale nei confronti della stizzosa cameriera Culobianco e limitando i successi in ambito professionale alla (fin troppo) riuscita psicanalisi compiuta su un gatto nero. In questa specie di folle diario dello psicologo forestiero, il tempo inizia a correre come impazzito fino a deragliare: i giorni diventano mesi, i nomi dei mesi si mischiano confondendo ogni logica prospettiva e negando ogni appiglio allo sprovveduto lettore. I bambini sembrano crescere in maniera abnorme e arrivano ben presto a operare come autentiche appendici della madre, veri mostri con doti straordinarie sapientemente occultate, oscuri pulcini amorali tratteggiati come evidenti caricature della strisciante tirannia esercitata dai neonati. Segue un paio di iati lunghi anni e molte prospettive vengono sorprendentemente rovesciate, con il protagonista che si dice assuefatto (“Sono stato posseduto. Questo posto mi ha posseduto”), privato di ogni vitalità, e decide di dedicarsi all’interpretazione dei pensieri del maggior reietto della piccola comunità, il tormentato La Gloria. Al tempo stesso Clementina si lascia progressivamente schiacciare dall’ossessione per i figli, come a voler punire qualche rara e innocua disattenzione dei primi tempi. Un sacrificio assurdo scambiato per sincero amore la spinge a nutrirsi dei soli scarti avariati dei pasti dei bambini, in un crescendo di disgustosi deliri e privazioni autoinflitte. Via via appare sempre più paranoica, angosciata dalle “sanguinose fantasticherie” sugli innumerevoli pericoli che i figli potrebbero correre di continuo. E quegli stessi bimbetti che nelle prime pagine parevano destinati a bruciare ogni tappa quasi fossero depositari di un misterioso genio superomistico, salto dopo salto nell’intreccio sembrano in realtà sempre più bloccati in una fase puerile e primaria del loro sviluppo, la stessa in cui li costringe una madre terribilmente asfissiante, con la sola significativa costante di sinistre predisposizioni e curiosità verso il rigoglioso universo che esplode attorno a loro. La strada che conduce a un’indicibile rovina è segnata, con i muri e il terreno nel giardino della grande casa sostituiti per volere di Clementina da perimetri e tappeti fatti di “invisibile assenza”. E’ il paradosso dell’ossessione iperprotettiva e anestetica della donna, nel suo idealismo liberticida: “Bisogna costruire loro un mondo perfetto, un mondo pulito, gradevole, inoffensivo, come l’interno di un uovo bianco posato su un cuscino di piume”.
L’esatto contrario, insomma, del mondo di fantasia particolarmente cupo e sgradevole delineato con abilità surrealista da Vian, con Giacomorto a rappresentare il lume della ragione e della civiltà nel suo incontro/scontro con una comunità retrograda e crudele, dove gli anziani sono dileggiati e smerciati in apposite fiere di piazza e i bambini vengono sfruttati barbaramente nei lavori di fatica fino a una morte puntuale, priva di clamore. E dove le responsabilità del marciume, i mali, il peccato, il rimorso, sono scaricati senza troppi complimenti nel fiumiciattolo rosso che conduce in paese, dove il vecchio La Gloria è pagato oro (che non potrà mai spendere) per ripescarli e farsi carico dell’altrui vergogna con silenzioso fatalismo. Questo angusto e squallido teatro si configura dalla prima all’ultima pagina come un concentrato di insensata violenza e immoralità trionfante, con la penna dello straordinario autore francese particolarmente cruenta e barocca nella raffigurazione dei suoi incubi opprimenti (la crocifissione del cavallo e il terribile abbattimento degli alberi, tra i più feroci) e delle sferzanti deformazioni riservate tanto all’ambiguo opportunismo della fede (memorabili le grottesche celebrazioni di un curato ossessionato dall’idea della religione come lusso dovuto a Dio) quanto alla risibile sterilità della psicanalisi, due sfere accomunate dal culto spropositato che sempre le circonda e dall’inadeguatezza a fornire valide risposte. Più che un semplice romanzo, “Lo Strappacuore” è quindi un’allucinante e dissacrante fiaba per adulti. Vertiginosa, nelle evoluzioni di un linguaggio al solito crudo ma vitalissimo, denso di calembour e ibridazioni lessicali, brulicante come il giardino sulla scogliera con le sue mille piante chiassose e infestanti. E impietosa, anche, per come mette a nudo i possibili squilibri di un amore malsano, o i guasti causati dall’egoismo che alberga nell’animo umano e tende a svilire ogni rapporto interpersonale (affetto, amicizia, collaborazione), sacrificandolo all’idolo del possesso cieco, indiscriminato, prevaricante. Con simili premesse, la disperata disillusione scatenata nello splendido finale pare non solo inesorabile ma anche inevitabile: da un lato l’impotente Giacomorto, destinato a raccogliere il triste testimone dell’ormai defunto La Gloria e a colmare il proprio vuoto con l’altrui vergogna; dall’altro Clementina, finalmente placata nella sua inesausta follia dopo aver definitivamente rinchiuso i figlioli in piccole gabbie, atto ultimo di una sopraffazione e di un arbitrio totalizzanti spacciati fino alla fine per amore.
“Non c’è niente di più poetico del buon senso”, sostiene lo sconsolato psicanalista in uno dei suoi fenomenali flussi di coscienza. Volendogli dare retta, “Lo Strappacuore” sarebbe tutto fuorché un’opera poetica. Vian era insomma anche uno straordinario bugiardo.

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Sputerò sulle vostre tombe  _Letture

      

E alla fine l’inevitabile accadde. Non potevano restare ancora a lungo due entità separate, Michel Gondry e Boris Vian. Sembrava un delitto continuare a sognarlo soltanto, il loro incontro, e alla fine il matrimonio si è fatto davvero. Dopo la prolungata (e del tutto trascurabile) parentesi americana e la relativa vacanza dai proprio cliché più travolgenti, il cineasta parigino è tornato a occuparsi di materiale affine alla propria estetica, scegliendo di cimentarsi nientemeno che con il capolavoro del grande artista francese, “La schiuma dei giorni”. Il risultato, occorre dirlo subito è controverso: c’è chi ha salutato questo ritorno al passato come una sorta di liberazione di tutto il potenziale poetico di Gondry, troppo a lungo sacrificato per compiacere progetti non suoi. D’altro canto non mancano i puristi che hanno ravvisato nell’assenza del geniale sceneggiatore Charlie Kaufman il segno più concreto di una vera e propria occasione perduta, con il profluvio di invenzioni visive messe in scena dal regista incapace di compensare l’assenza di profondità di una pellicola che non avrebbe (il condizionale è d’obbligo, non avendo io visto il film) saputo liberare tutta la follia romantica dell’originale. Eh sì, perché Vian era soprattutto proprio uno straordinario cantore romantico: decadente e tragico, surrealista e debordante, camaleontico e innovativo su tutti i possibili piani linguistici e stilistici. Per ribadirne la grandezza davvero non comune, mi fa piacere poter menzionare qui una delle sue opere minori e in fondo meno esplosive, eppure non meno significative dei suoi più celebrati gioielli. “Sputerò sulle vostre tombe” è uno dei quattro romanzi americani di Vian, il primo e – con ogni probabilità – anche il migliore. Aggettivo, questo, che perde significato quando ci si spinga a confrontare l’effettivo valore del libro con il resto della produzione, anche se bisogna stare attenti a non sminuirne la portata. Per due motivi almeno. In primo luogo perché si tratta di un buon testo, agile e serrato, un giallo efficace a sfondo erotico e con virata imprevista verso le tinte fosche del pulp più crudo; quindi proprio per il coraggio della sua provocazione sfrontata nelle pagine finali, dove agli espliciti rimandi sessuali si aggiunge lo sfoggio di una violenza brutale, tanto più perché inattesa e in un certo senso gratuita. Il Vian mascherato da Vernon Sullivan sfidò senza alcuna paura la morale dei suoi tempi (era il 1946, dettaglio davvero sconvolgente), confezionando un romanzetto inquietante e indimenticabile in appena due settimane, come per scommessa con l’editore Jean D’Halluin. I capolavori veri sarebbero arrivati solo a partire dall’anno seguente e per una manciata di anni appena, visto che il narratore, poeta, canzoniere e musicista (e quant’altro) morì a soli trentanove anni nel 1959, curiosamente alla prima della riduzione cinematografica di questo stesso libro, a causa di un attacco di cuore. Vian e il cinema, un rapporto fatale che in questi giorni si rinnova grazie all’omaggio di un altro grande talento. Il fatto stesso che il nome abbia cominciato a girare di nuovo sembra il più felice degli auspici per la riscoperta di un autore maiuscolo, fino a oggi vergognosamente dimenticato. Comunque vada, insomma, sarà davvero un successo.

Lee Anderson è un nero dalla pelle bianca che ha già fatto vita di mondo, si è sprovincializzato e ha così perso “quell’umiltà abietta che ci hanno dato”. Il suo fratello minore dalla pelle anche più bianca – sempre chiamato nel testo “il ragazzo” – non ne ha avuto modo. Innamoratosi della ragazza sbagliata, figlia di un ricco bianco, ha pagato questo affronto intollerabile (negli Stati Uniti del sud degli anni ’40) con il linciaggio e la morte. Poco incline ai principi cristiani della tolleranza e del perdono a differenza del terzo fratello, il maestro elementare Tom, di pelle nera, Lee riesce a inserirsi in una piccola e benestante comunità bianca della remota provincia ottenendo un posto di gestore di libreria. In breve tempo si farà benvolere da tutti i giovani della cittadina di Buckton, razzisti e sempliciotti ma soprattutto ignari delle sue vere origini, e avrà modo di pianificare la propria ideale e indiscriminata rappresaglia contro lo strapotere dei bianchi. Nelle prime pagine del romanzo hanno spazio sia l’odio e la determinazione silenziosi del protagonista che l’affetto compassionevole verso l’altro fratello, sottoposto a atti di violenza e discriminazione nella natia comunità eppure disposto a sopportare tutto grazie a una sincera devozione: “una brava persona, troppo sentimentale, troppo umile” ma con in testa “troppi pregiudizi, di bontà e di fede”, “fregato” dalla sua onestà “perché pensava che a far bene si raccoglie bene, ma questo non succede quasi mai”. A intralciare il sogno di quella “vendetta piena e completa” che solo ha senso sono gli occhi scaltri di Dexter, un giovane che nella banda promiscua frequentata da Lee a Buckton rappresenta la sola vera minaccia: estremamente facoltoso, minato nel fisico da un paio di pleuriti, è un falso amico infido e fortemente intuitivo, “chiaro e semplice e netto come un bambino, un bambino più grande della sua età comunque” il cui ritratto sgradevole, magnetico e assai minaccioso, è completato dagli scabrosi dettagli nelle poche pagine che rivelano il suo animo perverso e la sua odiosa inclinazione alla pederastia. Sarà proprio la perspicacia di Dex a scombinare il folle piano ordito ai danni delle ricche, sensuali e insopportabili sorelle Asquith – capro espiatorio perfetto per quella che doveva essere soltanto la prima portata di un luculliano banchetto di morte – alla laboriosa seduzione delle quali, da parte di Anderson, Vian aveva sin lì dedicato oltre metà del suo libro. Ecco così a sorpresa la svolta sconvolgente, quella che fa deragliare un breve romanzo giallo a carattere fortemente erotico verso le tonalità fosche e crude del pulp. E la lucida prospettiva del suo protagonista verso la furia cieca di una terribile missione inevitabilmente votata al suicidio. La colpa, o il merito, spetta ai tumultuosi frangenti finali del testo, con l’esplosione incontrollata di una violenza bestiale e raggelante che Vian non ha avuto timori a mettere in scena senza censure e senza limiti, con efferato piacere verrebbe da pensare.

La forza di “Sputerò sulle vostre tombe” sta soprattutto nella storia e nelle vicissitudini legate alla sua genesi impudente e affrettata. Vian scrisse il romanzo in due settimane sotto lo pseudonimo del falso autore afroamericano Vernon Sullivan come per scommessa con l’editore Jean D’Halluin che era in cerca di un caso letterario dagli States. Non si fa proprio fatica a riconoscere le ragioni di uno scandalo che evidentemente l’autore ricercò con forza e senza il minimo timore. Si trattò di un’aperta provocazione giocata ad ampio raggio. Verso l’etica e la morale ad esempio, visto che dietro il registro noir si era scelto di far giocare per forza un ruolo rilevante all’atteggiamento caustico e sfrontato dell’io narrante, anche nelle sue sferzanti considerazioni su Dio e la religione. Per non parlare delle atmosfere sordide, incredibilmente spinte ed esplicite considerando l’anno in cui l’opera venne pubblicata, il 1946. Soprattutto nella prima parte del romanzo si parla senza problemi di sesso anche di gruppo con ragazze minorenni (o addirittura con bambine) e disinibite. Sesso facile e “persino stucchevole” consumato “con lo stesso pudore di un fottuto branco di scimmie in calore” in cambio – scherno degli scherni – di comodi rifornimenti di Bourbon e Gin trangugiati poi da questi terribili ragazzini come bibite gassate. Non poteva che alzarsi un polverone micidiale in anni come quelli e Vian, va detto, trovò pane per i suoi denti. L’espediente della narrazione secca e asciutta in soggettiva, aspetto più significativo di un testo breve e scorrevole scritto peraltro molto bene, si rivelò un trucco semplice quanto efficace, perché utile a favorire l’immedesimazione e a rendere se non altro simpatica questa figura di “bel bastardo” spinto da motivazioni forti, seppur non condivisibili. L’esplosione del tutto inattesa di una violenza barbara e scioccante veniva a rompere inevitabilmente questo meccanismo e non poteva che destare sconcerto. A quel punto non era più possibile proseguire nella stessa maniera e a Vian spettava quasi il dovere di adottare il distacco come forma di riguardo verso un lettore indubbiamente provato. La descrizione della rovina di Lee Anderson filtrata nelle battute conclusive da una più fredda terza persona doveva mitigare il clima, assicurando che solo di una provocazione si era trattato. Di dubbio gusto, magari, ma assolutamente riuscita.
Il genio del miglior Vian abita altrove ma questo libro rimane una testimonianza interessante per l’irruenza con cui ha voluto sfidare la morale ancora gretta e perbenista del suo tempo.

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