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Month: maggio 2013

Among the Leaves

       

Proprio non poteva capitare in un’occasione migliore il recupero – a un anno buono di stagionatura – dell’ultimo album accreditato ai Sun Kil Moon. E’ di questi giorni infatti la mia personale infatuazione per la più recente uscita di un disco di originali scritto da Mark Kozelek (che di fatto è al momento il vero one-man-band celato dietro quel moniker), in questo caso una raccolta condivisa con il polistrumentista Jimmy LaValle altrimenti noto come The Album Leaf. Mi è bastato un ascolto fugace per correre ad accaparrarmelo nella lavagna delle prenotazioni dei redattori di Ondarock, e sarà con ogni probabilità il mio prossimo pezzo per la webzine. Teoricamente qualcosa di simile a quanto capitato con l’album che un altro celebre Mark, mister Lanegan, ha accreditato a se stesso e ad un poco conosciuto fingerpicker londinese in fissa per il folk del deserto. In entrambi i casi, quindi, due mattatori che optano per un profilo un po’ più basso della norma lasciandosi accompagnare in esclusiva da un solo musicista tuttofare, possibilmente restando fedeli alla propria impronta distintiva. Quello di Lanegan & Garwood, ‘Black Pudding’ (che ho appena recensito qui), è un discreto lavoro che riannoda i fili con il passato già distante dei primi album solisti del cantante di Ellensburg, seppur in una confezione spartana che guarda alla sostanza e resta avara in fatto di grandi emozioni. Un discorso diverso lo merita ‘Perils From the Sea’, frutto di un sodalizio che musicalmente offre nuove prospettive all’ex leader dei Red House Painters motivandolo in una prova assai più convincente di quella a nome Sun Kil Moon uscita appunto lo scorso maggio. Che, beninteso, è sempre un album di Kozelek, quindi qualità superiore. Più dimesso e intimista rispetto alle dissertazioni passate, più attento ai piccoli spunti del quotidiano che non alle riflessioni ad ampio spettro sui massimi sistemi. Niente di veramente epico ma anche una prospettiva più concreta, più spicciola, su un autore straordinario di questi anni avidi. Un lavoro diverso, come confermato dal respiro nuovamente più lungo e contemplativo dell’ispiratissimo tandem con LaValle, in arrivo appunto in questi giorni. Poi beh, con Kozelek e pochi altri non ha torto chi sostiene che basti il canto. Chitarra o minimalismo sintetico, fa lo stesso. Se siete tra coloro (me compreso) che amano perdutamente la sua voce inconfondibile, anche il meno pregiato dei suoi LP varrà di certo l’acquisto. Anche a scatola chiusa e anche se la copertina è ben lontana da quelle indimenticabili dei Red House Painters.

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Zazie nel metrò  _Letture

      

Che bella sorpresa ‘Zazie nel metrò’. Oddio, sorpresa fino a un certo punto: qualche era geologica fa avevo visto infatti l’adattamento cinematografico curato da un signor regista come Louis Malle, all’epoca giovanissimo ma con già una Palma d’oro nella propria bacheca dei cimeli. Film molto carino quello, amatissimo da Truffaut, debitore di Tati, dell’estetica dada, del surrealismo e per certi versi anticipatore di alcuni fra gli aspetti chiave della Nouvelle Vague, primo tra tutti lo spirito libero, il felice anarchismo espressivo. Nel romanzo di Queneau questa poetica è ben presente e, se possibile, sviscerata con una vitalità creativa ancor più straripante. Un’anima irruenta e fantasiosa che affascina tra trovate nonsense e apparente amore per il grottesco, celando in realtà un’inclinazione alla satira pungente e amarissima che non ha perso mordente in oltre mezzo secolo di onorata esistenza. Perde invece qualcosa, purtroppo, con la traduzione, visto che il romanzo è ricordato da Roland Barthes come autentica esperienza di lotta con la letteratura e la lingua francese. Certi neologismi, certi calembour, la tendenza a squassare e dirottare il senso all’interno della singola frase sono aspetti che rischiano di sparire in vere e proprie guazze incomprensibili, per il lettore di oggi che non abbia confidenza con la lingua originale. Questo spiegherebbe anche i giudizi poco lusinghieri di tutti quelli che su Anobii hanno bollato il libro come un’irritante cretinata. Un problema legato agli strumenti, forse. O dovuto alla mancata intesa con l’originalissimo genio che da vita a un’opera onirica e pirotecnica come questa, o come quelle di Boris Vian, vero spirito affine.

Affidata alle cure dello zio Gabriel da una madre priva di criterio, ben più interessata a dare sfogo ai propri sollazzi carnali che non all’educazione della figlia, la piccola Zazie si trova catapultata dalla provincia nella pancia di una Parigi di cui tanto ha letto sui giornali e che già brama di piegare ai propri capricci infantili come uno smisurato giocattolo extralusso. Che le cose non le dicano proprio benissimo è chiaro sin dal principio, visto che l’immancabile sciopero degli addetti alle pinze perforanti del metrò cittadino equivale ad una netta riga nera sulla prima voce della sua personale lista dei desideri. Svincolatasi senza problemi dalla nemmeno poi così rigida tutela del parente, la ragazzina è libera di esplorare per due turbolente giornate una città che, almeno all’inizio, sembra in grado di comprendere e soggiogare con fin troppa malizia. Annoiata da una torma di grandi apparentemente monodimensionali, in primis la zia Marceline, tutta moine, convenevoli e dolcezza nell’eloquio, Zazie tiranneggia letteralmente nella prima metà del romanzo, dedicata alle sue scorribande in solitaria per le strade di Parigi (“la scuola del vizio”, come sostiene qualcuno ad un certo punto), e si imprime nella narrazione come un fulmine a ciel sereno o un peperino impertinente, personaggio modernissimo ed irrequieto dotato di un piglio e di un acume che la rendono proprio tutto fuorché una candida sprovveduta. Nelle mani del suo creatore diviene presto un paradossale strumento di indagine morale (ma non moralistica) poiché del tutto funzionale nello smascherare, attraverso il più dissacrante degli scherni, le mille ipocrisie del mondo degli adulti. Proprio a questo scopo è tratteggiata come un pupazzo feroce caricato a molla, una maschera deforme e grottesca, un mostro: è la cattiva caricatura di quel che dovrebbe essere una bimbetta, poiché proprio sbugiardare e mettere alla berlina i comuni mostri sembra essere la sua missione. Sembra, perché in realtà le cose prendono presto un’altra piega, la teatralità impone le proprie coordinate e la trama si sfarina, rivelando tutta la propria deliziosa e inessenziale natura. Gli orrori, l’ambiguità e l’insensatezza del male quotidiano, meravigliosamente incarnati da un misterioso ed elusivo personaggio che ha tante personificazioni (Pedro il satiro, Trouscallion il flic, l’efferata autorità con licenza d’uccidere Aroun Arachide) e nessun volto certo, finiranno con l’avere la meglio anche sulla positiva irriverenza che parrebbe renderla eternamente giovane, relegandola senza troppe cortesie nei ranghi delle numerose figurine di contorno condannate a diventare grandi o, meglio, ad invecchiare.

Lo stile di Zazie nel metrò è onirico ed iperbolico alla maniera del Boris Vian de ‘La Schiuma dei Giorni’ (ma con più irruenza e meno infiorettature poetiche) e questa vicinanza non può stupire, considerando che i due autori erano amici e si trovarono a collaborare in più occasioni. Il registro surreale pressoché incontrastato, l’ironia galoppante e la sua controparte finale, un disincanto che raggela, sono gli autentici motori di una narrazione che sarebbe stata poi felicemente trasposta anche in ambito cinematografico, grazie al talento di un (allora) giovane Louis Malle.
Queneau gioca con il racconto rompendone il costrutto logico e sfalsandone costantemente i riferimenti architettonici, svuotandolo ed infarcendolo, confondendo sfondi e primi piani, figure ed ombre. Gioca con le identità, con i travestimenti e gli artifici che frantumano le certezze del lettore, invitato a concedersi una pausa dal flusso tortuoso dei suoi ragionamenti ma senza rinunciare comunque all’indispensabile assistenza del pensiero. Ed allo stesso mondo gioca con la lingua ed i suoi stereotipi, imbarbarendola e coprendola di ridicolo con francesizzazioni di termini stranieri, doppi sensi astrusi, promozioni sfacciate dal gergo della strada e neologismi bislacchi, che ben contribuiscono al clima di follia farsesca (ma mai gratuitamente cretina) in cui il romanzo pian piano scivola, fino alla fiammata di violenza insensata che da una scossa nelle battute conclusive, virando verso le tonalità dell’incubo i contorni di quello che fino ad allora era parso poco più di un sogno innocente. Molto di questa fantasia anarchica è destinato ad andar perso, purtroppo, con la pur valida traduzione italiana, ma la qualità dinamitarda dello sberleffo verbale e concettuale portato in dote da Zazie e dagli altri strani personaggi del libro resta facilmente intuibile e, tutto sommato, godibilissima. Molte delle caratterizzazioni rimangono allora indelebili e determinano buona parte del successo che ebbe il romanzo negli anni ’60 (non sembra sbagliato sostenere che ne anticipò anche a grandi linee lo spirito di ribellione): la scurrile ed incontenibile protagonista in primo luogo, ma anche il buon senso dello zio Gabriel, vero maniaco della granatina, e persino il pappagallo Laverdure con la sua battuta immutabile ed irriducibile, eletta spesso a divenire, per volontà dell’autore, la frase più intelligente (e meno fuori luogo) in pagine e pagine di scoppiettanti dialoghi.
Una curiosità: non devono essere recensori troppo attenti quelli che sottolineano come, beffa delle beffe, il titolo racconti qualcosa di falso. In realtà Zazie nell’agognato metrò ci viaggerà, eccome. Solo che lo farà dormendo, un po’ come certi lettori evidentemente distratti dalla pirotecnia di questo romanzo.

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