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Month: aprile 2014

E tutti i mostri saranno uccisi… _Letture

Se il Boris Vian privo di maschere è pura poesia surrealista, quello travestito da Vernon Sullivan è un’appassionata macchietta persa nella sua stanza degli hobby. Lo diceva il provocatorio “Sputerò sulle vostre tombe”, schiaffone poderoso alla morale dell’epoca camuffato da noir espressionista, di una violenza a tratti intollerabile. Lo dice, a maggior ragione, questo che dei romanzetti americani di Vian è il terzo e – pare – il più svagato e sfarfallante. Da dimenticare le atmosfere magiche e inquietanti dei suoi capolavori: qui il grande artista francese impazza in piena licenza in quello che ha tutta l’aria di un fumettone, a mezza costa tra hard-boiled enfatico e parodia dello spionaggio pop à la Ian Fleming. Non certo tra le sue pagine migliori, così infarcito di ingenuità sci-fi che oggi fanno sorridere, ma agevolato nel contempo da un tono scanzonato e un ritmo agile che ne fanno una lettura epidermica e alquanto divertente. Certo, se non andate matti per il pastiche dei suddetti generi e non rientrate tra i completasti di Boris Vian, potete tranquillamente farne a meno.

Rock Bailey è una specie di Adone nerboruto nemmeno ventenne e ancora vergine per scelta, corteggiato suo malgrado in maniera molesta da qualsiasi essere femminile incroci sulla sua strada. Nel suo presente di beato nullafacente, equamente ripartito tra la palestra e le serate al bar con gli amici, irrompe tuttavia una serie di accadimenti avventurosi assai meno piacevoli che mandare in bianco qualche bella fanciulla. Si parte con uno strano rapimento a sfondo procreativo (!), e poco oltre già ci scappa il primo morto. Così sarà inevitabile, per lui e i suoi sodali, mettersi a “giocare un po’ ai detective”, anche se “i film di Bogart hanno insegnato che in quel mestiere se ne prendono più spesso sulla pera che viceversa”. Seguono mirabolanti svolgimenti, tra indagini costruite sulla base di geniali intuizioni, sparatorie alla Tarantino e belle scariche improvvise (all’inizio, poi sempre meno) di ultraviolenza, impartite magari da sadiche vamp fatalone come in ogni film di Russ Meyer che si rispetti. Una perfetta catena di rose con tanto di spine, insomma, fino alla scoperta che a capo dell’organizzazione dei “cattivi” vi è il fantomatico dottor Schutz, scienziato pazzo come da più classica tradizione letteraria e cinematografica, ripugnato dalla bruttezza in ogni sua forma e persuaso dalla necessità di cancellarla ad ogni costo (da qui il titolo-slogan “Et on tuera tous les affreux” reso meglio in quanto a spirito dalla prima traduzione, “E uccideremo tutti i racchioni”, che non da quella più recente, “E tutti i mostri saranno uccisi”). Si tratta in realtà di un “esteta” che gioca sporco ed è interessato a creare in laboratorio, allevare e condizionare, soggetti in grado di far breccia presso le masse, stregare l’opinione pubblica ed esercitare la propria influenza a livello di governi. Tutto è comunque destinato “a finire in vacca”, come sostiene con la consueta schiettezza il protagonista nelle battute conclusive. Schutz a quanto pare ha già uomini nelle alte sfere anche se un’ombra, proprio in chiusura, rimane: un ultimo esperimento rivela che la bellezza da laboratorio ha comunque bisogno della bruttezza più oscena per funzionare. E allora forse i propositi di pulizia estetica sull’umanità saranno destinati all’inesorabile fallimento e i famigerati racchioni troveranno spazio, ragion d’essere e – perché no – scampoli di successo anche in futuro.

Riecco Boris Vian nei panni dell’incontenibile alias Vernon Sullivan, leggero e persino frivolo quanto si vuole ma non privo di spunti spassosi, riflessioni caustiche su tanti falsi miti della contemporaneità e pagine scritte ancora con quel tocco da autentico virtuoso della parola (e della lingua). A convincere, in questo romanzo minore, è l’attualità dello sguardo, la grandissima ironia e confidenza nella voce narrante dell’aitante eroe, chiamato a raccontare le proprie disavventure con fare brillante e disincantato, un piglio nell’insieme davvero modernissimo. Rispetto al di poco precedente “Sputerò sulle vostre tombe” c’è meno provocazione gratuita è più divertissement a tutto tondo, per una lettura comunque agile e divertente da un grande autore in evidente licenza. Vian vi ricerca infatti un’occasione per dilettarsi con i cliché di un genere, il giallo, costretto a svoltare presto in maniera alquanto brusca verso l’hard-boiled, quindi verso la fantascienza surreale (e non poteva andare altrimenti) e grottesca, condita da una buona dose di (inoffensiva, perlopiù) satira di costume. Intorno a metà strada una nuova virata, optando per una sorta di versione fumetto di Ian Fleming e del suo James Bond, con uno spionaggio caricaturale che mette amabilmente alla berlina tanti dei luoghi comuni di romanzi siffatti e dei loro personaggi, a cominciare dall’appeal irresistibile del protagonista, opportunamente controbilanciato dalla sua assurda ossessione per la castità e la perfetta forma fisica. Non meno significativa l’esaltazione (evidentemente ironica) del cameratismo, della complicità e dell’amicizia virile, offerta in contrapposizione sessista (sempre in chiave umoristica però) ad un universo femminile popolato di evanescenti sciacquette e eserciti di amazzoni-cloni, tanto avvenenti quanto votate alla ninfomania brada. Il finale sfocia in una fantapolitica (su delicati temi come l’eugenetica e la “razza”, ancora lei) che sarà strampalata quanto si vuole ma anche in evidente anticipo sui tempi se, quando il testo è stato scritto (il 1948, incredibile!), erano ben lungi dall’affermarsi non solo gli Obama, i Berluscones e i Renzi (con relativo culto dell’apparire) ma persino i Kennedy.

Una lettura insomma piacevole e non banale anche se resta indubbio che, in tante delle opere a proprio nome, Vian ha saputo fare decisamente di meglio.

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Twins

       

Oh, che bello: finalmente posso spendere due-parole-due per Ty Segall.
Chi oggi mi cazzia (magari nemmeno a torto) sostenendo che mi sono bevuto il cervello con tutta la fuffa garagista di ritorno – quel rockettino californiano che plagia i sixties assolati e si serve in maniera fraudolenta dei più biechi cliché lo-fi – tende a identificarmi come il redattore di Ondarock addetto al genere nonché, per estensione, incallito quanto poco obiettivo *segalliano* doc (a ben pensarci suona pure come un insulto). Nulla di più lontano dal vero. Ho i miei beniamini in quell’ambito come in qualunque altro, ma ho sempre scritto molto più di pop che di surf-rock e generi affini. E se devo andarci giù pesante, cerco di non lasciarmi condizionare (ho appena bocciato il nuovo Warm Soda, e Matthew Melton è uno di quelli che apprezzo). Più che altro non potrei mai professarmi fan di Segall. Il ragazzo ha una certa stoffa, scrive melodie che funzionano, le riveste con la giusta dose di sadismo, pesta (o fa pestare i suoi scagnozzi) su rullanti e pedaliere come non ci fosse un domani e ha decisamente il tiro giusto. Però finisce lì, non è artista che mi abbia mai sconvolto particolarmente: buoni (anche molto buoni) dischi in ordine sparso si accompagnano ad altri più ripetitivi e senza troppi lampi, in cui è la componente formale a prendere il sopravvento e tenere spesso in piedi da sola l’intera baracca. E’ capitato, ad esempio, con questo “Twins”, di molto inferiore rispetto – chessò – a “Goodbye Bread”, al disco con White Fence o quello in fissa col metallo partorito a nome della Ty Segall Band, “Slaughterhouse”. E’ un furbo questo Ty, un tipo che sa come muoversi nell’ambiente e ha sin qui capitalizzato tutto quanto gli è riuscito di far fruttare, e oltre. Ma in un annetto ha sparato tutte le cartucce che aveva in canna, poi gli è morto il babbo e non ha potuto che accusare il colpo. Un disco intimista quasi del tutto acustico e un progetto (Fuzz) tirato su per puro cazzeggio non hanno potuto tenere le sue quotazioni sugli standard precedenti , e un po’ la maschera è venuta via. Lo si attende al varco con qualche novità più sapida che valga finalmente come prova del nove. Per quanto mi riguarda, pur con una moderata razione di simpatia anche nei suoi confronti, mi vanto di non rientrare a forza nelle schiere adoranti che lo hanno incensato come il nuovo messia della Bay Area (anche perché quel ruolo spetta a John Dwyer, e pure i meno svegli se ne stanno loro malgrado accorgendo). Tengo da parte per lui ancora un piccolo credito, e spero ne faccia tesoro: che se ne esca con una nuova manciata di gemme irrinunciabili e spaccaculo, che cambi registro lasciandomi anche un po’ di merda (come probabilmente merito) oppure si fotta per sempre. La sua storia è già stata raccontata, elettrica e ferrosa quanto basta: se la ruggine della mediocrità dovesse tornare a intaccarla, e in modo ancor più massivo che negli ultimi prescindibili album, beh, allora sarebbe proprio una vicenda artistica pronta per la discarica. E tanti saluti a lui, alla sua faccia da monello biondo, e al suo surf del cazzo.

 

 

Laguna Beach profuma di sogni confezionati e brillantina.
Non sarà il pianeta Texlahoma, ma quello congelato sui calendari è lo stesso eterno giugno 1974. Ogni sera il ballo della scuola regala lampi di gloria ad una reginetta, mentre lo splendore incarta le spiagge condotto per mano dalla marea ed un’ultima notte spensierata si consuma sulle strade. Anche il liceo è ormai solo una cartolina nell’album dei ricordi: istantanee ed acconciature improbabili, trofei come esclusivo appannaggio dei ganzi più in vista ed una manciata di schede ancora vuote destinate alle innumerevoli repliche dei giorni a venire.
Tavole bianche e gialle, piccole creste di spuma, un acciottolato di conchiglie sull’accogliente trapunta dorata di sabbia. Laguna Beach è il set di American Graffiti che si ingarbuglia con quello di Big Wednesday, e allora a farsi immobile sarà il 1962 con i suoi bolidi, le sue canzoni memorabili e quella tempestiva nostalgia elargita da mani generose per dare ancor più sostanza alla trama. In un caso o nell’altro, la quintessenza di questo diorama rimane però l’estate con il suo bel gravame di morte, come recitava quel cantante nella sua estenuata posa maudit.

Laguna Beach era il luogo comune perfetto da cui defilarsi. Ty non l’avrebbe ammesso, ma scappava solo per infilarsi in un’altra angusta formula convenzionale, quella dell’ulcera da chitarre. Cominciò lasciando correre i capelli sulle spalle e stipando la valigia con i più brutti camicioni a quadri dai tempi di Seattle Capitale. Con San Francisco a distanza poco più che irrisoria, un pretesto inattaccabile avrebbe viaggiato al sicuro con lui nella custodia della Fender Jaguar. Per l’apprendistato si scelse ruoli minori nelle più marginali formazioni del pidocchioso circuito garage della Bay Area, facendo pratica intensiva tra sgroppate punk, effrazioni rockabilly, smargiassate in bassa fedeltà e digressioni canzonettare senza alcuna pretesa degna di nota. Il buono delle parentesi Epsilons e Party Fowl sarebbe stata l’unione dei tre puntini di sospensione al loro interno: un Segall ancora impacciato e fuori fuoco ed i suoi sodali perditempo Charles Moothart e Mikal Cronin, cacciati a forza nel suo furgone di fuggiasco con un set di pentole spacciato per batteria ed un basso tenuto su con sputo e scotch da pacchi.

(…)

Tutto questo era cinque anni fa, forse nemmeno.
Oggi racconteremmo dell’allegra accolita di ventenni californiani menzionando ancora le cassettine sgrause degli esordi – demo, cover e disimpegno plateale – non fosse che ad una delle loro serate capitò il negus di quella scena, John Dwyer, evidentemente in buona e con i contratti della sua etichetta nella tasca del giubbetto. Il diavolo del disco eponimo non sarebbe mai stato brutto come ci si è divertiti a raccontarlo. Con ‘Lemons’ e ‘Reverse Shark Attack’ ha persino imparato a confezionare i coperchi, tirando fuori dal cilindro quel paradigma fuzz-pop beatamente cialtrone ed irresistibile, revivalista ma già apparecchiato in studio con la dovuta perizia. I grovigli rumorosi applicati come pesanti maschere di cartapesta alle canzoni non hanno impedito al songwriting di farsi via via più limpido, anche se questo è valso il giocare a carte scoperte e la dettagliata confessione di un debito di riconoscenza imbarazzante nei confronti del Lennon più intrepido. L’approdo in Drag City ha quindi assunto i contorni di una gratifica repentina ma sostanzialmente giusta.
Per disobbligarsi, Ty si è cucito addosso la maglia a punti del Tour degli straordinari. Prima è entrato in collisione creativa con l’hipster losangelino celato dal moniker White Fence, quindi ha sconfessato assieme alla band i propri più solidi cliché spostando con prepotenza la barra sui settanta, per poi concludere un trittico di fuoco con la proverbiale aurea medietas di oraziana memoria. Dalle atmosfere retrò floreali e dal jingle-jangle dell’epopea Paisley di ‘Hair’ al Leviatano prog-glam-space-hard-rock di ‘Slaughterhouse’ al mitigante rinculo espressivo di ‘Twins’, il tutto in cinque mesi e spiccioli.

Con quest’ultima fatica, la parola “sdoganamento” dovrebbe aver trovato cittadinanza sulla sua pagina Wikipedia. Nel loro standard i nuovi episodi si propongono ora come la versione accelerata degli hook pazzeschi di ‘Goodbye Bread’, ora come modalità “bambini accompagnati” di quella stessa fantasmagoria pop drogata che nel disco con il gruppo vampirizzava senza remore Black Sabbath, Hawkind, T.Rex e Stooges, affogandoli poi crudele in una bagna di feedback roventi. L’isteria dura e pura ed i bramiti elettrici hanno dato immediata conferma della loro presenza, e grazie all’Altissimo per ogni singolo peccato escogitato e per ogni vizioso adepto imbucatosi alla festa. Ed ecco, in tema di dissolutezza gli abusi sulle pedaliere indifese restano un dato difficile da contestare. Il tetano da lamiera delle chitarre non riesce tuttavia a ribadire l’apoteosi per riverberi e grattugie del predecessore, pur prefigurando ancora un discreto sfracello nella resa dal vivo. Ty insiste a cantare da invasato, a travestirsi da monello impertinente, ma dietro il guazzabuglio caciarone da due minuti e via la sua scrittura si è fatta più consapevole e meno pretestuosa, così come il talento nel gestire il ridotto capitale di hit a disposizione.
Lato A killer, lato B filler, nessuna vergogna citata nei credits.

Il tono generale è da psichedelia di grana grossa, ostentatamente incurante di sé quanto astutissima nella sua deliberata assenza di riguardi formali. Fox in the Fuzzbox, perché il ragazzo di oggi ha lo sguardo ingannevole del predatore volpino. Poi certo, seguirlo nelle sue euforiche scorribande studiate a tavolino rimane un sollazzo ancorché epidermico, specie quando capita di imbattersi in corposi assoli degni di un J.Mascis particolarmente arruffato, nel beat da scoppiati e in quelle inconfondibili elettriche slabbrate che puzzano ormai di marchio registrato.
Quella di Ty è musica sempre e comunque adulterata e ritemprata seguendo le proprie inclinazioni più malate o la propria gioiosa indole kitsch. Non si spiega altrimenti il sadico détournement applicato all’immancabile drappo beatlesiano, oppure la tipica strafottenza grunge ingollata e rigurgitata in un pastone di polpa aspra ed ironia come certe grottesche popsong del vecchio Scott Weiland, destinate da chissà quale dio a sfumare nel solito, matematico sing-along. La sua adorabile e canagliesca weirdness si esprime al meglio nella chiassosa miscela di modernariato sixties, garage-blues da eterno dropout e pitoccheria assortita di marca Woodsist o In The Red: nell’insieme, una patente da navigato modaiolo abilmente contraffatta, l’arte del futile, del pestone e dello sciroccato, assimilata quando ancora andava a bottega dal frontman dei Thee Oh Sees e dormiva in quel furgone malmesso appena arrivato dal sud.
I suoi sogni di adolescente si sono avverati in un altrove meno artefatto, ma anche così ogni prospettiva futura pare preclusa. Non c’è alcun domani, canta lui quando è tempo di congedarsi. Restano invece le schegge taglienti del surf rock per cuori a grinze. Restano i cocci infranti di una endless summer californiana che ha perso ogni propensione alla magia e tende piuttosto al blando torpore da acidi, all’apatia sfarfallante di una vecchia pellicola sacra ormai irrimediabilmente guasta.

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Questa terra è la mia terra _Letture

      

Mi fa davvero piacere che sia la volta di Woody Guthrie. Mi fa davvero piacere che sia la volta di questo libro in particolare, uno dei più belli che ho letto negli ultimi anni. “Bello e importante”, l’ho definito su Anobii, perché questa non è solo la voce del padre della canzone di protesta, di colui senza il quale non avremmo avuto Bob Dylan (non come lo conosciamo, almeno), ma anche di un’America emarginata e dimenticata, di una nazione giovane e brutale negli anni difficili tra le due guerre. La storia (con la minuscola) di una vita errabonda ma non priva di radici, in un’autobiografia magnificamente romanzata senza sembrare (solo) un romanzo. E la Storia (con la maiuscola) di un paese ugualmente in viaggio, alla ricerca di se stesso e di un sentimento condiviso, capace di trascendere le limitanti formule del puro patriottismo per guardare con fiducia a un’umanità nuova. Una lettura avvincente e insieme commovente, di quelle che non si dimenticano. E un capolavoro, anche, per come Woody vi ha saputo fondere asprezza e delicatezza, senza mai scadere nel cinismo né, per converso, nel sentimentalismo.

Il romanzo ha il profumo della grande traversata e inizia catapultandoci sul “vagone rompiculo” di un treno diretto verso la gloria. Woody Guthrie è il testimone, la nostra guida, e accanto a lui viaggia e si anima un plotone di poveri diavoli miserabili, “soldati nella polvere” sporchi e abbruttiti, groviglio di guai e sofferenze, gente ruvida, sbandata e confusa che da tempo batte le strade della povertà più feroce. Il menestrello si offre di cantare per loro quella che sarà solo la prima delle sue improvvisate e pungenti ballate affidate alla custodia preziosa di questo libro: non uno degli “ultimi successi da jukebox” perché “ci vuole qualcosa di più di quattro canzonette spiritose da rammolliti per vincere questa guerra. Ci vuole gente che lavora!”.
La guerra e il lavoro. Parole chiave nello schietto universo guthrieano, soprattutto la seconda, cruciale. Sul tetto del convoglio funestato dal vento e dalla pioggia, il cantastorie vagabondo si interroga con qualche compagno di sventura sull’effettiva destinazione di un viaggio aspro e penoso come la perdurante mancanza di un impiego, e dell’ampio corollario di rispetto, benessere e regole civiche che esso comporta in seno a una comunità di individui. “Difficile dirlo, se in fondo nemmeno ci si ricorda da dove si provenga”, chiosa lui prima di tuffarci tutti con sé in un lungo e appassionante flashback a base di ricordi e suggestioni, un tortuoso flusso di coscienza con la drammaticità della vita vissuta e la consistenza vaporosa di un sogno avvincente.

E’ molto bello, ad esempio, il secondo tassello, intitolato “Scatole di tabacco” e caratterizzato da tutt’altro clima, la meraviglia di un filtro magico come l’infanzia spensierata, tra giochi, piccole rivelazioni e ingenuità a tutto campo. Sullo sfondo scorrono senza soluzione di continuità disgrazie private (l’incendio che precipita i Guthrie sulla terra, direttamente dalla torre d’avorio dell’agiatezza in cui vivevano beatamente) e stravolgimenti collettivi (la corsa all’oro nero, il primo conflitto mondiale, il proibizionismo), avvenimenti domestici e fratture sociali, passati tutti assieme al vaglio degli occhi di un bimbetto particolarmente sveglio nella sterminata provincia americana. E’ davvero frenetica e coinvolgente la descrizione della brulicante umanità in transito a Okemah, Oklahoma, negli anni febbrili della scoperta dei primi giacimenti. “La religione del petrolio era: arraffa tutto quello che puoi, spendilo più in fretta che puoi e buttati in un bidone della spazzatura finché puoi”: questa la cronaca amara e impietosa nello sguardo curioso ed entusiasta di un ragazzino desideroso di rendersi utile e nel contempo incapace di registrare fino in fondo come la sua città si stesse svendendo l’anima, tra paesaggi e natura deturpati e un galoppante imbarbarimento del vivere civile. Sono gli anni di “Furore” di Steinbeck e lo scenario è il medesimo, di sconfinata desolazione anche morale. Il protagonista si muove in questo sconfortante teatro con il piglio e la disarmante intelligenza di un Huckleberry Finn. Non è un caso, visto che qualche capitolo più tardi ci riserverà la grande sorpresa di un doppio rifiuto della comodità borghese, negli agi materiali come nell’arte fasulla ed epidermica da spacciare a un pubblico sazio e benestante tra le abbaglianti luci di New York.
La quotidianità del Woody ragazzino trascorre tra scazzottate imbastite a mo’ di recita, più che altro per l’altrui diletto, e guerriglie o schermaglie tra bande di fanciulli, fondamentali come tappe di un più articolato romanzo di formazione per comprendere il significato e l’importanza dell’amicizia, della solidarietà e dell’uguaglianza, da provare a promuovere poi tra i coetanei servendosi del proprio innato carisma. Pagine davvero belle queste, quasi un edificante libro (per ragazzi) nel libro, appassionate e divertenti.

Quelle più dure seguono invece a ruota e raccontano il disgregarsi repentino ma inesorabile dei Guthrie sotto i colpi di una sorte beffarda: la sorella Clara perita a causa di un nuovo incidente tra le mura domestiche, la madre Nora minata da depressione e epilessia (e destinata a morirne), il padre Charlie ridotto sul lastrico dagli speculatori, provato nel fisico e bastonato dalla scalogna più nera a ogni tentativo di rialzare la testa per tenere assieme i cocci della propria famiglia. C’è tanta violenza in questi passaggi: non fisica ma subita dal destino e da una società avida, opportunista e profondamente sbagliata (qualcuno ricorda “Greed”, il capolavoro di Von Stroheim? Siamo da quelle parti). Così Woody soccombe a contatto con la realtà. Vede andare in fumo molto presto il sogno americano, ma non si arrende.
E poi è la volta della miseria, vissuta e narrata però sempre con grandissima dignità, non come un demone che soffochi l’anima bensì come condizione materiale cui sono costrette le classi più sfortunate quando una società sia minata a monte da troppi squilibri. Il giovane Woody la affronta con spirito aperto e tollerante, gran voglia di lavorare e, se possibile, di aiutare il prossimo. Tra i momenti più significativi, il capitolo dedicato al ritorno a Okemah dopo un solo anno a Oklahoma City, con la scoperta di una città stravolta in fretta dalla fine del boom del petrolio, spremuta, svuotata, abbandonata a se stessa.

L’inizio dell’amore per la canzone e per la chitarra è citato quasi distrattamente, tra le pieghe di un periodo trascorso in Texas a diciassette anni accanto al padre. Il quadro è quello di un paese depresso nel bel mezzo di una crisi economica devastante che vede Woody intuire presto come ci sia “materia per scrivere un sacco di canzoni” e mantenercisi. “Decisi che le canzoni erano la musica e il linguaggio di tutti”. Ecco la sua prospettiva: “Non composi mai molte canzoni sulle piste delle mandrie o sulla luna che procede a balzelloni per la volta celeste”. Non musica country né brani futilmente romantici o frivoli, bensì pezzi che dicessero “quel che tutti pensavano in questo nostro paese”. Così il giovane Guthrie prende coraggio, prova a fissare con la sua musica ciò che ritiene esser storto, proponendo al tempo stesso alternative utili ad aggiustarlo. Cambia profondamente, nasce dentro di lui un artista vero per quanto anomalo e tira dritto per la sua strada, che è sempre illuminata dal sole della condivisione e della collaborazione: “Forse avevo solo capito che la medicina migliore è la verità. Forse il mio segreto era solo quello di saper parlare alla gente”.

“Questa terra è la mia terra” è molto più di una splendida biografia. E’ una raccolta di quadretti, aneddoti anche favolosi che si intrecciano alle vicende del protagonista-narratore come tasselli di una più articolata storia della nazione. Sono memorabili quelle risalenti alla sua fase di presunto indovino, o quelle registrate da impeccabile “fotografo senza macchina fotografica” nella sua permanenza in Texas, come gestore di una squallida pensione. Per non dimenticare poi, soprattutto, il resoconto di un avventuroso viaggio senza un solo dollaro in tasca verso la California e i parenti benestanti, reso vano proprio sul traguardo dalla persuasione della propria inadeguatezza in un mondo ovattato e in fondo privo di aria. Il cuore di tutta questa palpitante esperienza di vita è la presa di coscienza della necessità di un vivere fatto di concreta solidarietà e spirito di fratellanza, così come annunciato quasi con solennità da un anziano compagno di viaggio occasionale, poco più che una comparsa nel romanzo: “L’unica difesa per gli uomini è avere più fede gli uni negli altri, credere gli uni negli altri. C’è uno spirito che è parte di tutti noi. Quello ci deve tenere uniti”. Se queste pagine possono suonarci oggi datate o intrise di un sentimentalismo patetico, sarà solo perché siamo avvelenati quasi a nostra insaputa dal cinismo imperante dei nostri giorni e abbiamo perso il potere di meravigliarci e commuoverci.

Woody amava e rispettava senza riserve la gente e in questo libro la gente è protagonista indiscussa, accanto a lui: non soltanto i vagabondi sui convogli ferroviari ma anche i marinai che bevono nelle bettole in attesa di imbarcarsi, i commercianti stranieri smaniosi di integrarsi per sentirsi, come tutti, parte di qualcosa di grande, e le famiglie dei lavoratori stagionali impiegati per la raccolta della frutta o la costruzione di grandi dighe, ostaggio in entrambi i casi dei capricci dei ricchi possidenti o di una burocrazia impietosa. E ancora, tutta una sterminata varietà di facce e provenienze, spesso senza documenti d’identità ad accompagnarle, affogate nel flusso della sua ricchissima umanità yankee perennemente in viaggio alla ricerca di una piccola fetta di benessere, inseguita con dignità, ostinazione e incrollabile fiducia nel prossimo.
Un libro bello e importante.

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Bangers vs. Fuckers

       

Proprio in questi giorni ho sfruttato ogni ritaglio di tempo a mia disposizione per riservare a John Dwyer e alle sue creature musicali la monografia che meritano (e che da queste parti ancora mancava). Sono state tre settimane di intensi recuperi, in cui ogni album della ditta Thee Oh Sees è stato ampiamente sviscerato, ma anche le intestazioni meno note del “camallo” di San Francisco sono state esaminate a fondo, con esiti (lo dico da ascoltatore che ha buona familiarità con un genere sprovvisto di belletti) non sempre dei più esaltanti. Abbastanza Bene gli Yikes, benino i Pink & Brown, maluccio i The Hospitals e da vomito gli Zeigenbock Kopf, parentesi trashissima tra proto-industrial e omo-kitsch che il Nostro ha accuratamente cercato di occultare negli ultimi otto/dieci anni (in rete non si trova quasi più nulla, grazie al cielo). Decisamente bene, invece, i Coachwhips, la sua band importante di quando i Thee Oh Sees erano soltanto una fantasiosa ipotesi futura. Un gruppo garage-punk nella più piena accezione del termine: fragoroso, rumoroso, strafottente, ma sostanzialmente genuino. A volte mi sorprende quanto dischi barbari come quelli dei Coachwhips possano ancora piacermi. Lo ritengo un buon segno comunque, un indispensabile riequilibrio che compensa tanta musica eccessivamente adulta che mando giù ogni giorno. Paradosso dei paradossi: a vent’anni non perdevo tempo dietro a cose così atroci, e allora forse aveva ragione La Rochefoucauld in quell’unica massima che la mia mente ha avuto cura di trattenere negli anni (merito di “Wild Mood Swing”, forse): diventando vecchio non solo sono più saggio, ma anche un po’ più folle.

 

 

Strana bestiaccia selvatica, il John Dwyer pre-Ohsees.

Fiera lacerante nel duo di pazzi Pink & Brown, predatore mugghiante negli Yikes, obbrobrioso scherzo della natura nell’inospitale selva kitsch degli Zeigenbock Kopf: tutte belve reiette, a mollo nella palude del weird-garage e dell’industial-shitgaze californiano (scritto non senza perplessità, a puro beneficio di coloro che amano gli inutili file-under).

A brillare davvero in territori analoghi, a un giorno appena di cammino dalle band sopracitate e a un paio dai futuri Thee Oh Sees, è la fortunata parentesi dei Coachwhips, compagine weirdo-punk già autrice di un paio di ottimi album (tra cui il pregevole esordio “Hands On The Controls”), cointestata alla biondissima Mary Ann McNamara e allo sferzante John Harlow, massacratore di rullanti. Non contenti del loro già incoraggiante avvio di carriera, i giovani di San Francisco alzano di parecchio il tiro con quello che promette di imporsi a mani basse come miglior titolo del catalogo, il mini “Bangers Vs. Fuckers”, in uscita per Narnack a fine 2003.

E’ un’ondata di quelle devastanti e ferocissime questa, imbastita in appena una dozzina di rapide scudisciate, assalto frontale di erculea potenza che radicalizza tanto la lezione dei Mummies quanto la formula vincente dei White Stripes negli anni della loro esplosione (si sentano in proposito “Recline, Recline” e “Extinguish Me”). Imperturbabile, travolgente, diretto e amabilmente barbaro, caotico senza mai risultare gratuito nei suoi affondi, il terzetto si conferma un’esaltante combriccola di vandali e, in diciotto scalcagnatissimi minuti, prende a sberloni l’ascoltatore, alzando una quantità incredibile di polvere sul terreno e picchiando con furia cieca (“I Drank What?”, il blues spellato vivo di “I Knew Her, She New Me”).

La chitarra affilata e schiumante è la stessa che John sfoggerà negli anni a venire ma l’indole appare, se possibile, ancor più selvaggia e fieramente diy, tra sudice pozze roventi (“Dancefloor, Bathroom”) e una giungla di feedback spurgati senza riguardo sulla sporca fanghiglia lo-fi. Un vero gioiello “Bangers vs. Fuckers”, quanto di più prossimo a un bruciante manifesto per il (sotto)genere di riferimento, a opera di un gruppo di inattaccabile purezza, qui scatenato in un corpo a corpo violento con le nostre orecchie e del tutto libero di impazzare allo stato brado. Rigorosamente inafferrabili le liriche del capobanda, e quanto mai preziose le tastiere percosse senza alcuna pietà dalla sadica fanciulla (ben più ferina di qualunque Brigid Dawson incrociata in seguito dal frontman), prima di rifiatare nell’allucinato finale di “Goodnite, Goodbye”.

Moriranno l’indomani i Coachwhips, come ogni cosa bella che si rispetti. Non prima, tuttavia, di regalarsi un disco di commiato (“Peanut Butter and Jelly Live at the Ginger Minge”) ancor più caustico e abrasivo, trionfo di ossessioni schizoidi a base di organi dati alle fiamme e sibilanti feste del tetano, esasperate per l’occasione all’ennesima potenza. I fanatici del lieto fine non si rassegnino comunque: la spietata band di San Francisco sarà destinata a uscire dal sepolcro nella primavera 2014, in una serie di concerti-svago programmati da un Dwyer in pausa di riflessione dalla sua band principe.

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