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Month: gennaio 2013

Life is funnyBut not ha ha funny

       

Forse è stata quella sua barba oltraggiosa a rendermelo irresistibile. Non una di quelle moquette di una settimana che contribuiscono a conferire la tipica aria vissuta a tanti cantanti bellocci, né l’oculata peluria radical chic di certi tipi alla Francesco Bianconi, ma proprio una mostruosa maschera ferina. Gli Eels li conoscevo e apprezzavo da sempre, cioè da ‘Beautiful Freak’, ma per promuovere al rango di personaggio epico Mark Oliver Everett aka Mr.E si rivelò determinante quel che il nostro fece con il quarto disco del suo gruppo di scoppiati, ‘Souljacker’, registrando canzoni scontrosissime e presentando il proprio lavoro con strategia promozionale volutamente suicida, look a metà strada tra un talebano e Unabomber, per un quadretto non proprio rassicurante all’indomani dell’undici settembre. Ci voleva un bel coraggio o una buona dose di follia. Mark queste qualità le ha sempre coltivate entrambe, ed è certo che gli attacchi dello staff di George W. Bush (allora in corsa per la prima presidenza, era il 2000) quando uscì ‘Daisies of the Galaxy’, citato come esempio di turpitudine gratuita e subdola (data la copertina con soggetti infantili), non gli andarono proprio giù. Era un disco toccante e delicatissimo quello, non la provocazione di un cialtrone tra i tanti da bollare con il “Parental Advisory” e censurare nei passaggi televisivi.

La vita sa essere divertente, ma non del genere “da sganasciarsi”. Mr. E lo sa bene, avendo messo a referto in pochi anni una sfilza di lutti da fare spavento. Li ha raccontati nel suo lavoro più straziante, ‘Electro-shock Blues’, per poi tornarci su con mente più lucida e meno disperata nel suo ultimo disco davvero memorabile, la monumentale autobiografia musicata di ‘Blinking Lights and Other Revelations’. Da allora ad oggi, tantissima acqua sotto i ponti ma nulla di veramente importante da dire. Nel commentare il suo ritorno dopo una lunga pausa con ‘Hombre Lobo’, mi ero spinto per la parziale delusione ad azzardare una teoria sui limiti del songwriting di questo autore particolarissimo, tratteggiandone il ritratto come quello di un artista condannato alla ripetizione sfibrante dei propri cliché. I due capitoli successivi della sua discografia – ‘End Times’ e ‘Tomorrow Morning’, passaggi di fatto insignificanti – sembrano purtroppo avermi dato ragione. Questo non significa che gli Eels non meritino attenzione e rispetto. Dal vivo la creatura di Everett è sempre estremamente godibile (e tornerà anzi a metà aprile con l’ennesima data unica a Milano) e poi sì, come ho già avuto modo di scrivere, lo scorbutico con barba e occhiali tondi avrà anche solo tre canzoni riproposte ad oltranza con variazioni infinitesime, ma sempre di belle canzoni si tratta. Forse è proprio questo aspetto a dividere nei giudizi sul gruppo di stanza in California: da un lato una critica da sempre ferocissima nello stroncarne ogni velleità (tranne il leggendario Scaruffi, che li venera), dall’altro un corposo zoccolo di affezionati – me compreso – che anche nei momenti meno ispirati  non hanno mai smesso di sostenere Mark.

        

La buona notizia, parlando di questo benedetto decimo LP a nome Eels, ‘Wonderful, Glorious’, è che di una parziale inversione di tendenza si tratta. Dopo il sorprendente pop-rock dell’ormai remoto esordio, dopo la gelida bellezza di quel seguito così doloroso, dopo le meraviglie elettroacustiche, la sgargiante follia Beck-iana e la stringatezza easy listening dei diretti successori, la ricerca stilistica si era arrestata bruscamente. Senza rinunciare alle idee e alle emozioni, nello splendido doppio album di famiglia di ‘Blinking Lights’, oppure adagiandosi in triti taglia e cuci senza un briciolo di vera anima. Dopo sette lunghissimi anni il circolo vizioso della creatività di Mr. E pare finalmente spezzarsi. Intendiamoci: non siamo dalle parti dei primi meravigliosi lavori perché Mark non ha più nulla di nuovo da inventare, e quelli restano riferimenti troppo proibitivi anche quando gli stimoli possono sembrare quelli giusti. L’assemblaggio però funziona discretamente e anche nei suoi estremi ‘Wonderful, Glorious’ dimostra di possedere una fisionomia abbastanza ben definita. L’impressione immediata, ai primissimi ascolti, è di ritrovarsi a respirare un clima espressivo alquanto vario ma orientato con decisione al minimalismo. Era uno degli aspetti chiave di ‘Souljacker’, disco straordinario e – non mi stancherò mai di ripeterlo – colpevolmente sottostimato. Lo scarno e grezzissimo fuzz blues dell’iniziale ‘Bombs Away’ già lo dice con decisione, e il discorso è ribadito più avanti con appena qualche ombra nostalgica in più (‘New Alphabet’) o con un fare rock caciarone possibilmente anche più a fuoco (‘Stick Together’). La scura perla upbeat di ‘Open My Present’ (con un sottile esotismo tra le sue reminescenze) e il boogie infettivo e flemmatico della vischiosa (per via degli sbaffi di synth) ‘You’re My Present’ accentuano ulteriormente i debiti dietro questa precisa impronta.

Anche grazie al suo fragoroso arsenale percussivo riemerge un tono burbero che è tra le specialità della casa, magari con inclinazione sonora all’autismo (‘Peach Blossom’) ma addolcita in extremis dalle tipiche melodie di marca Eels, appena in tempo per scongiurare il macchiettismo tranchant à la Dr. Jekyll e Mr. Hyde di ‘Hombre Lobo’. Ci sono poi episodi più intensi e toccanti della media (‘A True Original’, ‘The Turnaround’, ‘Accident Prone’) che ricordano in maniera sufficientemente vivida i quadretti tristi ma limpidi che ingentilivano la seconda facciata di ‘Electro-shock Blues’, un sottogenere che a Mr.E è sempre riuscito particolarmente bene. Anche in questa veste intimista e di taglio confidenziale, Everett predilige l’uso parco degli arrangiamenti e una scrittura essenziale, arrivando a esibire in ‘On The Ropes’ uno dei  suoi tòpoi in assoluto più classici, stilizzato ma sincero e senza eclatanti forzature. Non troppo distante quanto a sonorità e umori, ‘I Am Building a Shrine’ riavvicina la magia senza tempo di ‘Daisies of the Galaxy’, offrendosi però dietro uno schermo deformato da tutti gli istinti un po’ lugubri già più volte praticati nei dischi successivi a quello. Non mancano infine gli esperimenti ludici, saltellanti, sfaccettati e felicemente anthemici (‘Kinda Fuzzy’) o la franchezza ben definita à la ‘Shootenanny!’ (ma con un velo di inquietudine in più, almeno nella notevole title-track).

Non certo un capolavoro, quindi, ma un compendio abbastanza riuscito di tanti dei luoghi comuni Eels, riproposti per una volta con un certo cuore e non solo come stanchi esercizi di stile. Quanto basta, tutto sommato, per rallegrarci nella certezza che potremo ancora contare su questo bislacco genio pop-rock..

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Sleep Talk

       

Il tempo è un velocista tiranno alla Usain Bolt e non fa sconti. Con i miei nuovi impegni da scribacchino e le vecchie recensioni che si accumulano sempre più in attesa di due righe scadenti di presentazione, sembra il momento giusto per un’accelerata a far fuori un po’ di giacenze. Mi fa piacere, allora, che tocchi al pezzo scritto apposta per la mia Top 2011 su Monthlymusic (sì, più di un anno fa, sono molto indietro nella missione recupero) e dedicato ad un album che ho molto ascoltato anche in questi tredici mesi.
‘Sleep Talk’ di Shannon & The Clams si è rivelato per me un disco fondamentale. Non lo dico perché sia arrivato ad annunciare chissà quale nuovo verbo, tutt’altro. E’ un’opera che guarda al passato in maniera ostinata, quasi con disperazione, e fa tesoro di quanto ammirato senza inquinarne la prospettiva con gli odiosi trucchi della modernità più falsa, quella che aspira ai codazzi esultanti e alle marchette in fotocopia della stampa di grido. Una raccolta di canzoni che appartengono a questi anni per puro sbaglio, e solo sulla carta dei cataloghi. Una grande rivelazione per chi, come il sottoscritto, era già da tempo in viaggio nel proprio cammino di conversione al garage revival. La dolce Shannon e le sue vongole sono arrivati al momento giusto (per me, intendo, ché questo è il loro terzo LP) per darmi quell’ultima spintarella. Ormai in fatto di gusti sono segnato, e questo è il mio genere di riferimento per anni che, orfani a mio parere di importanti alternative o novità nella sfera del rock, del folk e del pop, stanno offrendo una seconda formidabile giovinezza al mito (intramontabile) della canzonetta.
Nella recensione scritta – devo dire – con tutto l’affetto possibile, ho voluto proprio gettare una luce diversa, finalmente non denigratoria, su una realtà da tempo considerata universalmente poco più che spazzatura. Ho fatto di shannon Shaw l’eroina in grado di affrancare un’intera scuola di artisti eccelsi da quell’aura di futilità insulsa e banalotta che i revivalisti di classe del rock’n’roll sembravano destinati a portarsi sempre dietro, irrimediabilmente. In realtà questa band fantastica, con tutte le sue gemme deliziose che non possono che fare la gioia di chi ha alle spalle anni di studi di semiotica come me, è solo la punta dell’iceberg per un movimento direi quasi revanscista, più o meno consapevole di sé e della propria missione. Si è scritto ovunque che, in questi stessi territori, il 2012 è stato l’anno di Ty Segall, asserzione peraltro incontestabile (anche se io gli ho preferito Kyle Thomas aka King Tuff e Matthew Melton, altro fuoriclasse). Ben più significativo sarà capire se il 2013 potrà diventare l’anno della consacrazione per Shannon & The Clams e, assieme a loro, della scena tutta. I presupposti per augurarselo ci sono. La qualità della cantante, dell’autrice e della citazionista anche. Nell’attesa delle necessarie risposte, non rimane che tornare per l’ennesima volta a perdersi nella malinconia guasta di questo disco straordinario.

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Spain @ Maison Musique, Rivoli (TO) 15/12/2012

        

Dopo l’estemporanea monografia dedicata ai Quasi, due anni e mezzo fa, ho da poco ripreso a scrivere per Ondarock, e questo dovrebbe spiegare anche la scarsa frequenza con cui aggiorno questo blog. Per ora si è trattato solo di un pugno di recensioni, dischi colpevolmente trascurati dalla stampa musicale e dai blogger italiani (Earlimart, Bare Wires, Death By Unga Bunga), più quella del nuovo Thee Oh Sees, che sembra nessuno in redazione volesse fare. Un po’ lo stesso ruolo di rattoppatore e seguace di nicchie considerate forse troppo poco interessanti che mi ero ritagliato su Indie-rock.it negli ultimi tempi. Con una sola, fondamentale differenza, legata alla qualità del contesto: ora la più autorevole webzine musicale nel nostro paese (ma altre, ben curate, stanno crescendo), allora una cerchia di appassionati da strapazzo legati in un progetto senza alcuna prospettiva (per giunta sopravvissuto a se stesso). Alla fine il buon Lorenzo ‘Bandit’ Righetto, vero fenomeno su Ondarock (e non solo), è riuscito con mille lusinghe ed artifici a strapparmi al mio silenzio forzato dalla rete, esclusi i pezzi che scrivo con cadenza mensile per Monthlymusic.it e ai quali tengo particolarmente. Non so come evolverà la cosa. Da gaglioffo scorbutico quale sono ho fatto sapere al responsabile del sito che intendo rimanere un cane sciolto, un semplice collaboratore esterno che scrive solo quando ha voglia e non per scadenze o precisi incarichi di redazione. Sembra che in questi termini la cosa possa andare bene a tutti, per cui al momento è un piacevole diversivo e tale intendo resti. Avevo raggiunto la soglia della nausea, ora sono più motivato. Lasciare che una passione resti solo un modo per sfogarsi e non diventi un compito da assolvere quasi fosse una condanna è la grande motivazione di questa mia seconda stagione, per così dire. E poi Ondarock può essere anche la cornice ideale per ridare un po’ di visibilità ai miei resoconti sui concerti, dopo che per più di un anno ho dovuto autarchicamente pubblicarli solo su queste pagine. Giusto per rompere il ghiaccio ho allora esordito con un live report che mi spiaceva lasciare nell’ombra, quello del concerto dei vecchi Spain alla Maison Musique di Rivoli un mesetto fa. Il fatto che si sia trattato forse del più bello show cui ho assistito l’anno scorso – assieme a quelli di Nada Surf  e dell’esordiente Beth Jeans Houghton di cui già avevo scritto qui – mi ha agevolato (e molto) nella scrittura. Complice l’influenza che ha funestato le mie ferie natalizie, ho buttato giù in scioltezza questa cronaca della serata con Josh Haden e i suoi, da pelle d’oca in più di un frangente e condita da un’attenzione al suono, al dettaglio, all’armonia, davvero impressionante. Al solito, foto in alto per accedere alla recensione e alla galleria di immagini scattate quella sera.

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Gli Inquilini  _Letture

      

Attrazione e repulsione. Facile ed inevitabile sintetizzare in questi termini le impressioni lasciatemi dalla lettura di questo sgradevole romanzo, il più controverso della carriera di Bernard Malamud. Accusato di razzismo quando uscì per la non certo edificante caratterizzazione dello scrittore di colore Willie, è in realtà una riflessione cruda su certi falsi miti dell’integrazione a tutti i costi e non fa sconti nemmeno alla figura (sicuramente con buoni attributi autobiografici) del romanziere ebreo, Harry. E’ un libro violento, eccessivamente connotato in termini drammatici e figlio profondo dei suoi anni, di tante contraddizioni culturali e di turbolente trasformazioni allora in atto. Anche per questo non è invecchiato proprio benissimo, ma mentirei dicendo che si tratta di un brutto lavoro. Indaga l’origine del male nell’individuo e, al di là della sua inclinazione al teatro, dice cose anche scomode. In più offre spunti di riflessione sull’arte e le sue finalità che non possono non aver influenzato tanta letteratura negli anni seguenti. Certo è un po’ un pugno nello stomaco e non ha grande riguardo per i lettori. Alcuni bei passaggi onirici riscattano la sua congenita pesantezza e lo portano pur sempre sopra la media. Di Malamud sono comunque assai meglio ‘Il Commesso’ e ‘Le Vite di Dubin’.

Harry Lesser è uno scrittore trentaseienne che da quasi dieci anni è tenuto sulla corda dalla sua terza fatica letteraria, dopo un ottimo esordio giovanile passato pressoché inosservato ed una pessima opera seconda che ha avuto invece buoni riscontri commerciali ed un adattamento per il cinema. Ebreo scapolo, solitario e perfezionista nella vita come nel lavoro, terrorizzato da sorprese e cambiamenti anche insignificanti, vive rintanato nel suo vecchio e malandato condominio di mattoni come un novello Robinson Crusoe in “un’isola sovrana su un mare argentato”, con un sacco di spazio a disposizione “in cui far correre l’immaginazione”. E’ vittima del più classico dei blocchi dello scrittore ma sente la conclusione del suo romanzo già a portata di penna, distante qualche mese appena da una sublime compiutezza. Nonostante i ripetuti avvisi di demolizione e le sempre più laute offerte di liquidazione del proprietario del palazzo, Irving Levenspiel, Lesser resiste con ostinazione – unico degli inquilini a non accettare le condizioni di sfratto e a dare battaglia legale – per portare a termine il suo testo là dove era stato iniziato, non per sentimentalismo ma per abitudine: “la casa è dove è il mio libro”.
Con insolito spirito di solidarietà da collega, in nome della tanto sbandierata arte, Harry pare ben disposto a silenziare la propria natura di misantropo meschino per collaborare a mo’ di consulente con l’ingombrante Willie Spearmint, ex galeotto afroamericano, burbero ed impulsivo, introdottosi nel più vicino degli appartamenti abbandonati per dare forma al suo primo, faticosissimo romanzo “nero”. Si presta quindi a “far da levatrice” alla fiaba cruenta sull’infanzia del nuovo vicino anche se, nella rovina dell’alloggio che li apre al confronto, Willie non si dimostra altrettanto discreto e sembra voler smascherare col suo fare disinvolto un innato complesso di inferiorità (a tutti i livelli) nell’altro, riportando in superficie una marea densa di impliciti, taciuti conflitti razziali e culturali, e gettando benzina sul fuoco di una precaria ma innegabile realtà competitiva.
Per lo scrittore bianco si apre una fase convulsa e particolarmente nervosa, ed il titolo del suo nuovo lavoro – ‘La Fine Promessa’ – inizia ad apparire non meno tristemente profetico di quello del suo scomodo sodale, ‘Vita Mancata’. I due protagonisti sono animati da una missione che li consuma, lo scrivere, anche se per ragioni apparentemente differenti: per l’anima e per spirito rivoluzionario in Willie, per la bellezza e l’ordine in Lesser. La rabbia contrapposta ad un irraggiungibile ideale di perfezione, matrici distinte di una comune incapacità cronica di vivere ed essere felici. Quando nei panni della sensuale compagna di Spearmint, Irene Bell, il mondo esterno entrerà in gioco squilibrando le già fragili dinamiche tra i due autori, il reciproco rispetto guardingo non potrà che franare sotto il peso di un aperto conflitto, rimpiazzato da una pazzia cieca ed autodistruttiva che finirà col travolgere entrambi in una spirale di ossessione rabbiosa.
La scrittura come esperienza totalizzante. Sembra essere questo il nodo cruciale di un romanzo feroce, brutale e violentemente pessimista a proposito della natura umana. Certo un po’ tutto è calcato con evidente gusto per il paradosso, dalle caratterizzazioni estreme e stereotipate di due antieroi comunque memorabili ai rimandi sempre espliciti al sesso, dall’impronta teatrale del racconto al contorno di desolazione grottesca offerto dalle quinte del vecchio palazzo, metafora un po’ trita di una crisi e di uno squallore più generalizzati. Al di là di queste forzature e di una certa pesantezza, comunque trascurabili, Malamud scrive in maniera efficace e senza fronzoli, dondolando beffardo tra l’incisività dell’io narrante e l’opportuno distacco della terza persona, armeggiando al meglio con la tensione crescente e miscelando con maestria linearità realista e digressioni oniriche. I sogni e gli incubi di Lesser, qua e là disseminati senza preavviso, funzionano infatti egregiamente come intermezzi ironici ed impietosi dedicati ad una utopia che già nel 1971 pare votata al rancido, l’ideale stanco della fratellanza.
L’idea del conflitto razziale drammatizzato resta comunque fuorviante, soprattutto oggi. Tensioni di questo tipo sono evidentemente presenti nello scorrevole libro di Malamud ma non determinanti come si sarebbe indotti a credere, biasimando poi il testo per eccesso di manicheismo facile. Al centro c’è in realtà il contrasto tra due modi di intendere l’arte e la scrittura, tra immaginazione al potere e tirannia della forma, tra metodicità disciplinata e furia creativa. Posizioni che assumono colori specifici solo per una questione di comodità narrativa ma non intendono determinare alcuna forma di immedesimazione automatica, data la connotazione in fondo negativa ed assolutamente sopra le righe di entrambi i protagonisti in scena. Un romanzo cupo, quindi, indipendentemente dalle ombre di un’interpretazione forzata condotta a posteriori. Sa essere decisamente sgradevole ma mai gratuito nelle sue stoccate. E va alla deriva con un certo coraggio.

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