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Il Commesso _Letture

       

Ho da poco ultimato la lettura dell’ennesimo buon libro a firma Mordecai Richler, “L’apprendistato di Duddy Kravitz”, che per tematiche e ambientazione mi ha ricordato, e non poco, il capolavoro che qui presento. Di Malamud avevo affrontato solo il torvo (e irrisolto) “Gli inquilini”, ma “Il Commesso” è opera di tutt’altro livello, per finezza psicologica (il protagonista de “Le vite di Dubin”, letto recentemente, si conferma su questi eccelsi registri “filosofici”) e per la statura morale quasi dostoevskijana dei suoi protagonisti. Non certo un romanzo spensierato, anzi, il tenore tende al deprimente, ma anche una testimonianza che il realismo nudo e crudo (non sporco come in Richard Yates ma, insomma, a buoni livelli di grettezza) può dare forma a opere indimenticabili. Il fatto che mi sia tornato in mente dopo qualche anno lo dimostra, e a parti inverse non è detto che la simpatica canagliata del Richler giovane ci sarebbe riuscita: c’è un diverso spessore drammatico ad animare “il Commesso”, e dove là c’è una rincorsa sfrenata al successo, qui l’atmosfera rimane stagnante, fatalmente, eppure quantomai mirabile. Consigliatissimo come introduzione all’opera di un autore straordinario quale Malamud era.

New York, primi anni cinquanta. Morris Bober è uno stanco commerciante di generi alimentari. Sessantenne, ebreo non praticante, immigrato dalla Russia in giovane età, ha inseguito senza troppo ardore il miraggio di una prosperità che si è sempre fatta beffe di lui. Ha sacrificato moltissimo, prospettive alternative e amicizie, ma gli ha detto male perché in malora è finito un po’ tutto il quartiere operaio in cui aveva scelto di isolarsi tempo addietro. Dopo oltre vent’anni di attività la crisi economica morde con più ferocia che mai, la miseria sembra l’unico pane che si vende sempre benissimo e, come non fosse già abbastanza, c’è da fare i conti con la concorrenza spietata del tedesco Heinrich Schmitz e del suo nuovo sfizioso negozio, pochi metri più in là. I lunghi tempi morti che il suo mestiere gli impone costringono poi lo sventurato Bober a ripercorrere con la mente tutto un rosario di scelte sbagliate, più o meno remote nel passato, dal non aver preso la licenza per la vendita dei liquori (colpo di genio dell’odiato e altrimenti malaccorto Julius Karp) all’aver lasciato che la propria gastronomia si riducesse alla blanda botteguccia d’alimentari che è oggi. Per non parlare dei tanti altri dispiaceri che lo assillano e turbano regolarmente il suo riposo: i debiti da pagare, le rimostranze della consorte Ida, il dover far affidamento sui contributi finanziari della figlia Helen, che avrebbe voluto laurearsi ma ha dovuto lavorare presto, e poi il dolore mai sopito per la prematura scomparsa del figlio Ephraim, oltre alla pena sconfinata nei riguardi dell’intera comunità attorno a lui, arrancante e provata nell’anima. A sostenerlo in una missione che ormai rasenta la follia, una dignità incrollabile e fuori dal comune, la sola spinta a non arrendersi e andare avanti.

La rapina ordita ai suoi danni da un paio di delinquentelli parrebbe il colpo di grazia. Con il negoziante costretto a letto per rimettersi in sesto, sembra proprio non ci siano più margini per la speranza, quand’ecco manifestarsi provvidenziale il soccorso del giovane e schivo vagabondo Frank Alpine, che si offre di dare una mano per il periodo di tempo necessario senza chiedere nulla in cambio eccetto l’opportunità di fare pratica come commesso. Vinte le titubanze dei Bober, Frank porta una ventata d’aria fresca nel piccolo emporio e anche gli affari iniziano lentamente a ingranare. Ripresosi, colpito dai miglioramenti d’esercizio e commosso dai racconti sui trascorsi tristi del ragazzo, Morris decide di destinargli un pur modesto stipendio settimanale e tacita la moglie che lo vorrebbe lo stesso lontano da lì, insospettita dal modo in cui l’aiutante guarda Helen. Tormentata dalla natura di goy e italyener del dipendente, Ida è l’unica ad aver colto la sua passione nascente per la ragazza, ma nessuno ancora sa come questi alleggerisca talvolta gli incassi del negozio, né che si sia proposto per il lavoro al solo scopo di mondarsi la coscienza per aver preso parte (pur non volendolo) a quella rapina. I meccanismi ad ogni modo si sono innescati. Frank riesce faticosamente a conquistare il cuore della ragazza e per onorare il sentimento nei confronti di lei cerca di migliorarsi nell’aspetto e nei modi, prende a leggere libri e smette di rubare, desiderando anzi restituire un po’ alla volta anche i 140 dollari via via sottratti alle magre casse dei Bober. Nella figura del rapinatore Ward Minogue, il passato tornerà tuttavia a pretendere da lui il conto che pareva saldato dalle sue buone azioni. Il “peccato originale” gli sbarrerà la strada, annienterà la fiducia che il negoziante ha in lui, allontanerà di nuovo la dolce Helen (forse non irrimediabilmente) e lo indurrà a un lento annientamento nel sacrificio che farà di lui quel che forse è sempre stato per indole: un ebreo, votato alla sofferenza perenne, degno erede di Morris nella prigione che è il suo negozio.

Una Brooklyn cupa, nascosta e tormentata da un inverno che pare senza fine è il teatro perfetto per questo sobrio inno alla disillusione e al fatalismo, sviscerato con straordinario rigore narrativo, andatura piana e lineare, senza clamori e con colpi di scena mai inclini al facile teatro, perfettamente assorbiti dalla felice plausibilità del racconto. E’ una tragedia intima e insieme corale “Il Commesso”, che usa magnificamente il filtro realista per rendere a fondo la verità emotiva e psicologica dei suoi protagonisti: sogni, menzogne, ideali, vergogne e piccoli grandi dilemmi morali – questi soprattutto – in una parola, la loro umanità. Ci riesce come meglio non potrebbe, perché alla fine i tre primattori sul piccolo palco predisposto dall’autore si stagliano sui fondali di questa sconfortante parabola con un nitore e una forza non comuni, indimenticabili per il lettore che si conceda loro con la necessaria empatia. E’ anche una lunga ma agilissima riflessione sul potere del perdonare, sull’assuefazione perversa all’altrui fiducia, sul sacrificio e l’espiazione, sui tiri mancini di una sorte ineluttabile, impossibile da buggerare, sulla solitudine e sugli inganni, rivolti verso il prossimo ma immancabilmente pronti a ritorcercisi contro. Anche nella chiusa scenografia della bottega e delle gelide viuzze tutt’attorno, il contesto è cruciale. L’American Dream appare svuotato d’ogni ragion d’essere; il mito della terra delle opportunità è moneta falsa (come la libertà, soggiogata al fato), Dio è altrove, l’integrazione è un ideale puntualmente sconfessato e solo con la fortuna si costruisce la fortuna, altro che abnegazione e disciplina. “Il Commesso” evita comunque la crudeltà di sguardi troppo cinici, così come la trappola del patetismo, gli accomodamenti sentimentalistici che giochino sporco con il lettore. Al loro posto si apprezza un garbo estremo, capace di stemperare la durezza delle vicende trattate, di risparmiarci l’ostentazione disfattista del crudo e di tradursi in puro affetto per come sa intagliare l’animo di un marginale eroe del quotidiano, lontano dalla grazia e profondamente ispirato al romanziere dalla propria figura paterna.

L’autenticità dei ritratti e il loro taglio asciutto, apparentemente distaccato, riportano alla mente lo stile di Richard Yates, tra gli altri. Come lui, Malamud si astiene dal far emergere i propri giudizi e si limita a far parlare le storie. Tra i due grandi autori vi è peraltro una profonda differenza. Pur piegati da rimpianti e insoddisfazioni lancinanti, i protagonisti de “Il Commesso” si muovono come le canne al vento di pascaliana memoria, in balia degli eventi, consumati dagli anni e dalla tristezza ma non dal rancore, qui assente. Diversamente dai borghesi Wheeler di “Revolutionary Road”, le loro ambizioni sono pallidi fantasmi e non li rendono schiavi. A quello provvede il caso, piuttosto. E più dell’autorealizzazione conta la loro statura morale, ciò che li rende individui in senso prettamente etico. La figura di Morris è in questo esemplare: pur provato da un destino avaro, il commerciante è uomo di eccezionale integrità a prescindere dai precetti dogmatici del proprio indirizzo religioso, dignitoso nel suo silenzioso declino in dissolvenza, retto come nessun altro. Nonostante questo, forse anzi proprio per questo, non c’è pace per lui. “Ogni uomo buono dorme sonni tranquilli”, leggiamo a un certo punto. Beh, è una pia illusione: Bober è consumato dal tormento di aver sbagliato tutto, soffre per gli altrui patimenti e con tutta quella sofferenza potrebbe, volendo, “ricavarci un vestito”. Non va meglio a Frank, novello Raskol’nikov che chiama chi legge a sentimenti contrastanti nei suoi confronti, prima di imporsi come epigono perfetto del titolare. Oltreché opportunità di cambiamento per gli altri, è il solo a scuotersi dalla passività stagnante. Nell’inseguimento strozzato all’amore di Helen, la speranza della redenzione saprà renderlo una persona degna, ma a carissimo prezzo. Al lettore il compito di condividerne la pena, ripagata comunque da oltre trecento pagine di incredibile bellezza.

9.0/10

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Non mi ami ancora _Letture

       

Ed ecco l’esatto fotogramma in cui Jonathan Lethem mi ha un po’ spezzato il cuore. Recuperato dopo aver letto i suoi due gioielli, “La fortezza della solitudine” e “Chronic City”, questo romanzetto – che nella bibliografia del newyorkese è proprio l’anello di congiunzione tra i due titoli citati – si è imposto subito come parentesi marginale e discreta delusione. Opera giovanilista à la Douglas Coupland, appena “carina” quando funziona ma stereotipata ben oltre il necessario attorno agli ormai immancabili cliché indie, ha ben poco da spartire con la Brooklyn fantastica del suo più noto romanzo di formazione ma anche agli spunti visionari (da devoto ex-fan di Philip K. Dick) della sua ultima opera davvero degna di nota. Le sue cose più recenti, tipo “I giardini dei dissidenti” le ho lì sullo scaffale ma a questo punto non sono affatto certo di volerle prendere in mano.

Tirano avanti con assurde occupazioni che parrebbero uscite dalle fantasie scoppiate del primo Douglas Coupland i giovani protagonisti di “Non Mi Ami Ancora”. C’è la telefonista di un ufficio reclami che non è altro che un’installazione d’arte contemporanea. C’è il suo quasi ex-fidanzato, psicologo improvvisato per animali dello zoo con qualche cedimento affettivo verso una giovane cangura depressa. Non può mancare l’impiegata in un porno-shop, quasi un must dell’universo indie americano degli ultimi due decenni. E infine il genietto della compagnia, perditempo cinefilo ossessionato da presunte implicazioni subliminali nel sottotesto de “La Bestia Umana” di Fritz Lang. Sono tutti trentenni, e ancora non è riuscito loro di combinare nulla di buono. Eccetto quando trascorrono assieme il loro tempo e suonano come se non ci fosse un domani nella loro band scalcagnata e ancora priva di nome, il solo espediente per accarezzare l’illusione della libertà. Proprio questo gruppo rock di belle speranze diventa il tramite per una svolta sostanziale, visto che il talento sembrerebbe esserci tutto, la purezza non è mai messa in discussione e un’opportunità inattesa arriva a bussare alla loro porta. Il deus ex machina, preme dirlo, è di quelli davvero insoliti: uno dei fissati di quel “demenziale archivio di lagnanze” che è la baracconata pseudoartistica in cui è coinvolta la bassista Lucinda, primattrice incontrastata del libro.

Il suo “reclamante”, all’altro capo del telefono, la seduce con chiamate quotidiane tanto surreali quanto morbose, influenzandone l’immaginario e candidandosi, all’insaputa di tutti, come il paroliere perfetto di cui l’acerba creatura musicale ha bisogno per un salto di qualità fino a ora solo vagheggiato. Ma che sembra proprio sul punto di manifestarsi quando il suo primo concerto, in un loft preso d’assalto da un esercito di snob eccentrici, si traduce in un successo incredibile. Le offerte arrivano a pioggia e la fama è a un passo, distante giusto l’ospitata radiofonica di rito nella trasmissione del guru di turno, una sorta di John Peel americano. Ma nel frattempo troppe dinamiche, in prevalenza passionali, si sono innescate con l’incarnarsi di quella voce d’oro prima solo virtuale. E così, con l’integrità del quartetto minata nelle fondamenta, nulla di buono si profila forse all’orizzonte, al di là di qualche buon insegnamento sulla lealtà di cui fare tesoro per gli anni a venire.

“Non c’è profondità senza superficie”. In questo romanzo minore, quasi marginale nella sua affettuosa deriva giovanilistica, Jonathan Lethem lo dice abbastanza chiaramente. Per una volta c’è grande leggerezza (a tratti anche troppa), si mima l’entusiasmo ingenuo di chi ancora non è condannato al disincanto grazie ad un’aderenza ammirevole, immersione mai insincera o posticcia in una realtà, quella del sottobosco della musica indipendente, evidentemente molto amata dall’autore. Così si ha modo di offrire, nel groviglio di stramberie e luoghi comuni su un degrado sempre più generalizzato, riflessioni non certo banali sul senso di inadeguatezza o spersonalizzazione, sulla solitudine e gli inganni dell’innamoramento, quasi un marchio registrato della giovinezza che sfuma. Certo non tutto funziona. Alcuni spunti sono fastidiosi per come non stanno in piedi, c’è molto di irreale a cominciare dalle virate caratteriali di quasi tutti i personaggi (un classico i cinici che si trasformano in cuori d’oro, anche se qui prevalgono i movimenti inversi), eppure è innegabile che l’eroina Lucinda, con la sua disastrata navigazione sentimentale del tutto priva di bussole, desti simpatia in modo alquanto naturale.

Ancora una volta Lethem si conferma tuttavia prezioso soprattutto in qualità di scenografo. Al posto della Brooklyn malinconica de “La Fortezza della Solitudine”, fa pur sempre un discreto effetto l’afosa Los Angeles dei boulevard dimenticati, un nuovo villaggio Potemkin assolato e insieme desolato, il teatro perfetto per la parabola dei quattro eterni ragazzini in cerca d’autore (nel vero senso della parola). Delle quinte efficaci, un paio di caratterizzazioni azzeccate e poche pagine di sesso scritte con la dovuta grazia non bastano tuttavia a fare un gran libro. Già per il suo volume ridotto, è alquanto improbabile che questo “Non Mi Ami Ancora” aspirasse a esserlo, anche solo in quanto a intenzioni. Quando va bene è opera carina, non impegnativa ma neppure scialba, che si lascia divorare in agilità. Mancano tuttavia il dolente esistenzialismo de “La Fortezza della Solitudine”, così come gli straordinari vicoli ciechi narrativi di “Chronic City”, con ogni probabilità i due titoli imperdibili dell’autore. Che qui si diletta con mestiere senza offrire mai nulla di più stimolante.

Forse, a ben vedere, quella frase sibillina era puramente autoreferenziale. Non esistono i mezzi capolavori senza i titoli prescindibili. E questa, che la si ami oppure no, è più che altro epidermide.

6.4/10

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Classificone 2016

 

Torno alla musica come in licenza, quasi di straforo, per postare e offrire un commento sommario alla consueta classifica dei miei dischi preferiti dell’anno che sta andando in archivio, un modestissimo 2016. “Consueta” e “preferiti” poi tanto per dire, visto che 1) mi sono accorto di aver bellamente saltato l’appuntamento dodici mesi fa e 2) sarebbe più corretto parlare di dischi “meno sgraditi”, in un’annata che conferma e rilancia il trend a ribasso dell’ultimo decennio, piazzandosi idealmente in coda a qualsiasi graduatoria a tema. Ecco, sembra mi sia ridotto come quei vecchi catarrosi che si lamentano dei tempi moderni rimpiangendo a oltranza il passato, magari è effettivamente così. Una questione annosa, un luogo comune al quale non mi riesce di sottrarmi. Però dai, è innegabile che la qualità media sia un po’ andata a farsi benedire ormai.

Non fosse abbastanza, è stato un anno più che tremendo per la scomparsa di alcuni giganti della canzone, David Bowie, Leonard Cohen e Prince, con i primi due a vincere se non altro una disperata lotta contro il tempo per lasciare agli appassionati i rispettivi album-testamento un attimo prima che diventassero effettivamente postumi. Sull’altro piatto della bilancia, il Nobel per la letteratura attribuito a Bob Dylan, un riconoscimento che, piaccia o meno, rilancia le azioni di un universo culturale da sempre guardato con snobismo alla stregua di un volgare intrattenimento da due soldi. Certo Dylan è Dylan, e di artisti (meglio “personaggi” oggi) come lui non se ne vede l’ombra, all’orizzonte.

Inevitabile premiare ancora Bowie e Cohen, per l’urgenza cui già si è fatto cenno e per l’estremo magnetismo che sia “Blackstar” che “You Want It Darker” esprimono, anche nell’inevitabile sfumare nell’ombra che i titoli stessi evocano. In cima ho voluto premiare (nostalgicamente magari) una Emma Pollock che ha regalato un disco in linea con quelli che scriveva quando era alla guida dei Delgados. Se il tenore generale è calato così vistosamente mentre il suo si è mantenuto ad alti livelli, era impossibile non celebrarla con tutti gli onori del caso. Discorso analogo merita King Creosote, che in ambito folk-cantautoriale si conferma una solida certezza. Poi nel mucchio ecco qualche perla garage revival (Cool Ghouls per il jangle-pop, The Conquerors per il power-pop), stelle del pop al femminile più (l’australiana Olympia) o meno esordienti (la sempre efficacissima Angel Olsen) e stelle del pop al maschile più (il gioiellino Roar) o meno esordienti (Lawrence Arabia, che all’inseguimento del mito Harry Nilsson migliora di anno in anno).

Mi sono limitato a cinquanta posizioni (altre cinquanta le trovate qui, ma a quel punto arriviamo a comprendere anche i 6,5 o giù di lì, e non è che ne valga la pena). Per completezza può valere la pena citare anche la top ten delle delusioni, premesso che non vi rientrano i due peggiori dischi ascoltati quest’anno (Bloc Party e Kaiser Chiefs) – visto che entrambe le band le ho sempre trovate abbastanza rivoltanti – e l’ennesima sciacallata necrofila ai danni di Jeff Buckley. Senza particolare ordine di disprezzo, menziono i Crocodiles ormai synth-oriented, Joan As A Police Woman, Tortoise, Warpaint, Animal Collective, Beth Orton, Josephine Foster, l’insulso album di cover di Mark Kozelek che si è scordato la chitarra, Mull Historical Society e Soft Hills. Come dite? Sono già dieci? E io che volevo tirare in ballo ancora quella che dovrebbe essere, se Dio vorrà, davvero l’ultima fatica intestata ai Guided By Voices, “Please Be Honest”! Pensavo che con un Pollard così malmesso fosse la volta buona per ignorarlo, e invece no: ha abbassato la media di uscite da cinque a due, ma l’unico disco solista di quest’anno, “Of Course, You Are”, è ancora buono. Mannaggia a lui e a me che insisto ad andargli dietro.

 

 1. Emma Pollock ‘In Search of Harperfield’

  2. David Bowie  ‘Blackstar’

  3. King Creosote  ‘Astronaut Meets Appleman’

 4. Cool Ghouls  ‘Animal Races’

 5. Leonard Cohen  ‘You Want It Darker’

 6. Angel Olsen  ‘My Woman’

 7. Olympia  ‘Self Talk’

 8. Lawrence Arabia  ‘Absolute Truth’

 9. Roar  ‘Impossible Animals’

 10. The Conquerors ‘Wyld Time’

 

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 11. Thomas Cohen  ‘Bloom Forever’

 12. Os Noctàmbulos  ‘Stranger’

 13. Car Seat Headrest  ‘Teens Of Denial’

 14. Grant-Lee Phillips  ‘The Narrows’

 15. Hope Sandoval and the Warm Inventions  ‘Until The Hunter’

 16. Doug Tuttle  ‘It Calls On Me’

  17. Woods  ‘City Sun Eater in the River of Light’

  18. Thee Oh Sees  ‘A Weird Exits’

  19. Cate Le Bon  ‘Crab Day’

  20. The Claypool Lennon Delirium  ‘Monolith Of Phobos’

 21. Mountains And Rainbows  ‘Particles’

  22. Scott & Charlene’s Wedding  ‘Mid Thirties Single Scene’

 23. Mothers  ‘When You Walk a Long Distance You Are Tired’

  24. The Yearning  ‘Evening Souvenirs’

  25. Vinicio Capossela  ‘Canzoni della Cupa’

 26. Cory Hanson  ‘The Unborn Capitalist From Limbo’

 27. Death Valley Girls  ‘Glow In The Dark’

  28. California Snow Story  ‘Some Other Places’

  29. Levitation Room  ‘Ethos’

  30. Sam Coomes  ‘Bugger Me’

 31. Black Mountain  ‘IV’

 32. Wussy  ‘Forever Sound’

 33. The Divine Comedy  ‘Foreverland’

 34. Nick Cave & The Bad Seeds  ‘Skeleton Tree’

 35. Karl Blau  ‘Introducing Karl Blau’

 36. Laish  ‘Pendulum Swing’

 37. Sam Means  ‘Ten Songs’

 38. Okkervil River  ‘Away’

 39. Kevin Morby  ‘Singing Saw’

 40. Riley Walker ‘Golden Sings That Have Been Sung’

 41. The Burning Hell  ‘Public Library’

 42. Pavo Pavo  ‘Young Narrator in the Breakers’

 43. Audacity  ‘Hyper Vessels’

 44. Wytches  ‘All Your Happy Life’

 45. Marissa Nadler  ‘Strangers’

 46. Whitney  ‘Light Upon The Lake’

 47. Tacocat  ‘Lost Time’

 48. Basia Bulat  ‘Good Advice’

 49. Chris Bathgate  ‘Old Factory Ep’

 50. Brigid Mae Power  ‘Brigid Mae Power’

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La Fiaba dell’Ultimo Pensiero _Letture

       

No, non è Albert Einstein il tipo che vedete qui sopra, anche se la somiglianza appare evidente. Si chiama Edgar Hilsenrath, è uno scrittore tedesco e con Einstein condivide soltanto le origini ebraiche. Dimenticavo di precisare che è un signor scrittore, e il romanzo che sono lieto di presentare qui lo dimostra in maniera incontrovertibile. Parla dell’olocausto. Facile, penserete, l’ennesimo sopravvissuto di Birkenau che affronta la sua dolorosa esperienza con lo sterminio. Non è così o, meglio, non proprio, alla Shoah ha dedicato l’altrettanto notevole “Il Nazista e Il Barbiere”.

No, il genocidio narrato in questo libro straordinario è quello, raccontato sempre troppo poco, spesso colpevolmente, del popolo armeno. Un crimine che l’ottusità criminale dello stato turco continua purtroppo a rendere, spesso e volentieri, una ferita ancora aperta.

[Da confrontare per forza di cose con il fortunato “La Masseria delle Allodole”. Credo di poter ragionevolmente sostenere che “La Fiaba dell’Ultimo Pensiero” sia comunque migliore, e nemmeno di poco]

Thovma Khatisian è giunto al capolinea. Una vita piena la sua, settantatré primavere trascorse intensamente e nel segno del pericolo, precoce nello sradicamento e costretto a faticare ogni giorno per trovare il proprio posto nel mondo, con tutta la dignità del caso. Il tempo è scaduto ma lo si è speso bene, conducendo un’esistenza ben più giusta di quanto non sia stato nei suoi confronti il kismet, il destino. Resta tuttavia un fondo lacunoso anche nel suo scorrere non avaro di soddisfazioni, ormai giunto agli sgoccioli: è il passato remoto, l’anello a lungo sfiorato ma mai davvero afferrato. Sulle proprie origini Thovma mostra di avere le idee parecchio confuse. Forse perché la cronaca della sua nascita ha dovuto costruirsela, riadattandola e rabberciandola dalle numerose testimonianze di sopravvissuti dell’Hayastan, la Turchia armena o Anatolia, il paese dove “i girasoli crescono fino al cielo o alle porte del paradiso”, dove “i monti toccano le nuvole”, dove “i cocomeri sono più rotondi, grossi e succosi del più grosso culo di donna” e dove “Cristo è stato crocifisso per la seconda volta”. Delle radici, un nome, una tradizione, fabbricati e divenuti autentici con l’andar dei giorni, ma che solo l’“estrema chiarezza” conquistata dall’ultimo pensiero, in punto di morte, potrà sgombrare dall’incertezza e dal nebuloso garbuglio della Storia, quella con la esse maiuscola. A sincerarsi che questo avvenga e che l’anima del moribondo possa librarsi finalmente in volo sulla meravigliosa terra natia, per unirsi a quelle di altri milioni di sussurranti vittime di un genocidio tra i più brutali di sempre, nonché sulle lacune a riguardo nei libri di storia turchi, pensa il misterioso narratore di fiabe nella sua mente, il Meddah, compagno di quell’ultimo alito di coscienza in un momento del trapasso dilatato per più di cinquecento, incredibili pagine.

Ma non è di Thovma o di Haik – a seconda di come quel neonato del 1915 sarà chiamato dai genitori veri o da quelli adottivi – l’avventura che Edgar Hilsenrath ha cuore di narrare. Thovma è solo un tramite tra lo spirito del tempo e noi lettori, l’orecchio cui sono descritti trenta e più anni di una storia rimasta colpevolmente ai margini affinché siano le nostre orecchie a raccoglierli e farne tesoro, strappandoli per sempre all’oblio e facendo sì che una preziosa lezione non venga dimenticata. E’ Wartan Khatisian il protagonista, e con lui l’intero piccolo villaggio montano di Yedi Su, oltre agli operosi artigiani armeni della più ricca Bakir. Vittime tra le tante di una persecuzione poco nota. Punti su una mappa secondaria dei testi scolastici. Vite soprattutto, un tempo felici anche nell’asprezza della povertà pungente, dignitose sempre, eppure condannate a essere recise orrendamente senza nemmeno poter rinunciare alla propria innocenza per opporsi con tutte le forze all’ingiustizia atroce riservata loro. Lo incontriamo giusto un attimo prima che il marasma prenda a impazzare, imprigionato senza alcuna ragione se non per fare di lui il più provvidenziale dei capri espiatori, il grande tessitore di una fantomatica cospirazione armena che avrebbe acceso la miccia del primo conflitto mondiale, a Belgrado, solo per lo sfizio di mettere in cattiva luce la candida Turchia, il sultano e il kaiser tedesco. Mentre i primi connazionali già penzolano sotto la Porta della Beatitudine, leggiamo uno stralcio dei suoi trascorsi negli incartamenti delle massime autorità cittadine, il Vali, il Mutasarrif e il Mudir, e ascoltiamo la sua voce negli interrogatori farsa tra una tortura e l’altra, a caccia della confessione impossibile.

Poi è il Meddah a farci volare con sé nel passato di Wartan, a ricamare la sua parabola esistenziale e quella dei suoi più stretti parenti nel paesino dove il tempo pare essere immobile da generazioni. Sentiamo il calore del focolare, il fiato delle bestie, impariamo a conoscere una famiglia e un popolo pacifici, arroccati su valori tradizionali che odorano più di superstizione pagana che non di fede in Cristo, eccetto che per l’assenza di atteggiamenti ostili nei confronti del prossimo, chiunque egli sia. Impariamo ad amare questa gente all’antica ma immancabilmente buona, vessata da tassazioni assurde, dalle violenze degli zaptié turchi e dei barbari curdi, e la nostra simpatia non ha cedimenti nonostante regole che oggi fanno accapponare la pelle, primi tra tutti i matrimoni combinati in culla o ancor prima di nascere. Ma anche le pagine fiabesche che raccontano con maggior serenità folklorica questa sorta di rifugio incantato sono incupite di tanto in tanto da un’ombra minacciosa, il velario profetico del grande tebk, il massacro distante ancora due o tre decenni eppure già acre nell’aria come un puzzo mefitico, una condanna o una spada che pende, la tragica fine di ogni cosa. E come andrà a finire per quegli anziani così ligi, o quelle donne dalla tempra d’acciaio, è scritto nei manuali di storia contemporanea, almeno in quei quarantacinque paesi (tra cui il nostro ma non la Germania un tempo alleata, né – ma non c’erano dubbi – la Turchia che oggi sogna l’Europa) per i quali questo sterminio di un secolo fa non è solo il frutto di una fantasiosa propaganda bensì un terribile esempio destinato a essere a lungo ignorato, allora come all’alba di nuovi olocausti, dagli uomini e dall’occhio di vetro di un Dio sempre assente.

Questi passaggi spaventosi sono una minima parte del voluminoso romanzo dell’autore tedesco, i soli affidati a una narrazione più neutra e quasi documentaristica, pur non rinunciando del tutto al geniale espediente del narratore invisibile e dell’ultima fiamma vitale di Thovma, in un ininterrotto dialogo di rara delicatezza. Per il resto Hilsenrath racconta un orrore meno pungente ma sempre in scena, magari sullo sfondo o silenzioso, reso apparentemente meno cruento solo dalla routine delle vittime verso le prevaricazioni patite. Nell’infanzia di Wartan c’è sì la paura ma è un sentimento tra i tanti. Ci sono anche l’amore, l’amicizia, il coraggio e l’umanità, quella soprattutto. E non hanno bandiere o professioni religiose esclusive, visto che sono buoni anche i turchi in quel villaggio di poveri diavoli, così come è buona e compassionevole la curda Bulbul, uno dei personaggi memorabili di questo libro. Il fondo nero dell’animo umano è presentato ai lettori affidandosi a un registro particolarmente fortunato negli anni in cui “La Fiaba dell’Ultimo Pensiero” venne scritto, quel Realismo Magico che ha fatto la fortuna dei Garcia Marquez e dei Rushdie, tra gli altri. Bene, questo testo non vale meno dei loro capolavori. Perché è tanto aggraziato nell’accostarsi all’inenarrabile quanto accurato e integerrimo nello smascherare il rosario di ipocrisie che il potere ha tramandato insieme alla menzogna sul conto di un milione e trecentomila poveri cristi. Assassinati senza pietà tra le forre dell’Anatolia o lasciati morire di fame nelle lunghe marce nel deserto, e poi assassinati ancora, sepolti sotto un silenzio lungo cent’anni. L’indignazione di chi non dimentica – suggerisce allora Hilsenrath in un finale quanto mai commovente – è il modo più degno per rendere loro giustizia. Soprattutto perché nulla del genere, questa o quell’altra più nota shoah, abbia modo di ripetersi negli anni a venire.
Un libro bellissimo.

9.3/10

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American Psycho _Letture

       

Chissà se Patrick Bateman è poi riuscito a prenotare quel famoso tavolo al Dorsia… Magari sì, ma se pure il ristorante newyorkese non fosse solo il frutto della mente di Bret Easton Ellis, sarebbe dura per il protagonista del suo celeberrimo “American Psycho” imbattersi nel proprio mito indiscusso, quel Donald Trump da poco eletto Presidente.

Non mi riesce di parlare di questo libro senza servirmi del pur umile spadino dell’ironia, forse l’unico strumento utile a uscire indenni dalle caustiche insidie che quest’opera riserva ai lettori sprovveduti. Per omologazione sarebbe comodo adeguarsi al coro di lodi sperticate che accompagnano il romanzo dalla sua uscita, un quarto di secolo fa giusto giusto. A me la cosa non è riuscita anche se ci ho provato, mi spiace. Il suo sadismo mi ha fatto male, anche al netto dell provocazioni (che posso ben comprendere) o delle ridondanze volute (francamente indigeste, a lungo andare), e sì che io non credo certo di potermi etichettare come “anima candida”. Il pugno nello stomaco non mi preoccupa, ne ho già presi diversi e quasi tutti me li ero andati a cercare. Ma il pugno nello stomaco gratuito no, quello mi da ai nervi. E la celebrata opera terza di Ellis appartiene a quest’ultima categoria, e non nasconde l’orgoglio per il fatto di farne parte. Ideologicamente insomma siamo agli antipodi, ma almeno c’è la scrittura a compensare, innegabilmente valida. Un po’ sprecata in realtà, se la costringi a inseguire per mimesi la mente di un maniaco, rendendola essa stessa maniacale: un gioco che può reggere fino a un certo punto, ma dopo centinaia di pagine, beh…

Entusiasmi o meno, “American Psycho” è però uno di quei testi che non si dimenticano – di questo va dato atto a Bret – proprio come il suo protagonista. Che per me avrà per sempre il volto di un (lui sì) sensazionale Christian Bale, l’attore scelto per la discreta (e non altrettanto cinica) trasposizione cinematografica firmata da Mary Harron (chi?!). Non so, indimenticabile ma anche un po’ indigesto. Mi ha inibito nei riguardi di un autore che per altri versi ho sempre trovato intrigante. “Glamorama”, “Meno Di Zero”, “Le Regole Dell’Attrazione” e “Imperial Bedrooms” sono comunque tutti lì, accanto, nella mia libreria. Chissà che un giorno questa indisposizione non mi passi e non mi torni la voglia…

Dovrebbe essere un brillante uomo d’affari di Wall Street Patrick Bateman, broker di quelli cazzuti à la Gordon Gekko che sul finire degli anni ottanta spopolavano nell’immaginario comune come emblemi del vero successo. Dovrebbe, perché a dirla tutta non capiterà mai di vederlo sudare le proverbiali sette camicie per mettere assieme quella stessa fortuna che si mostra invece assai prodigo a dissipare, puntualmente, nei templi del lusso newyorkese come nei locali di maggior grido. Ha una fidanzata avvenente ma interscambiabile a piacimento con infinite altre, ombre degli yuppies più rampanti ma non certo luminari al femminile in lizza per un premio nobel. Agli occhi di lei si presenta come “il ragazzo della porta accanto”, ma non impieghiamo molto a renderci conto che dietro il velo di apparenze, dietro il suo ruolo oracolare in fatto di abbinamenti e bon ton, il Bateman privato è un Edward Hyde perverso ed efferato. Ce lo racconta lui stesso, sciogliendo la briglia a una collezione di monologhi interiori raccapriccianti, per adesione ai cliché della mente dissennata e crudele oltre ogni limite. Vorrebbe scoprire come abbia fatto il borioso Paul Owen a assicurarsi la mecca del “Portafoglio Fisher”, e non esiterà ad ammazzarlo alla prima occasione utile.

Nutrirà impulsi simili verso numerosi altri colleghi, figurine accomunate dalla loro natura insopportabile e iperstandardizzata, oltreché dal fatto di chiamarsi vicendevolmente con nomi inesatti, con una sufficienza che rasenta il patologico. A pagare i sempre più frequenti deragliamenti di una coscienza minata da troppi guasti saranno però, più che altro, vacue accompagnatrici da quattro soldi e gli immancabili homeless, la tappezzeria umana che nel Lower East Side va sempre per la maggiore. I tentativi quasi disperati con cui Bateman proverà a farsi acciuffare, colpendo nel mucchio con sempre meno cautele e rendendo pure caricature i precetti del proverbiale “delitto perfetto”, non sortiranno altri effetti che un inseguimento buono al più per un noir alla Michael Mann, mentre anche la sua patetica confessione su segreteria telefonica verrà accolta come la semplice carnevalata di un drogato di lavoro un tantino esaurito. E allora, forse, andrà a finire che il famigerato serial killer potrà ambire al ruolo di eroe in una società marcia, ottusa e depravata, impossibile da emendare se non con il sangue.

Deliri di onnipotenza, ridicole ossessioni, misoginia galoppante e tetra satira sociale (a voler proprio nobilitare la critica furbetta che a tratti si lascia ammirare) sono gli ingredienti grazie ai quali Ellis da corpo al vuoto pneumatico di un mondo e di un’epoca, aggrappandosi al suo primattore come all’emblema di una way of life che ha superato in quinta anche le più sfrenate tra le fantasie malate del Sogno Americano, e consacrando se stessa in maniera frenetica a ogni possibile falso mito, senza più margini di credito a pur elementari forme di amore o solidarietà. L’autore è stato abilissimo – diciamo pure geniale, vista la messe di allodole imbambolate dagli specchietti qua e là piazzati ad arte – a giocarsi le carte del nonsense e della verve comica, espedienti narrativi perfetti per controbilanciare la spietata, seriosa insensatezza dietro le efferate azioni del cavaliere nero Patrick, e ancor più dei suoi pensieri. E’ un trucchetto semplicissimo, del genere che fa fine e impegna meno di zero, e gente come Palahniuk l’ha metabolizzato così bene da riuscire a imbastirci su una più che ragguardevole carriera.

Ecco allora la dipendenza del protagonista da una boiata televisiva come il Patty Winters Show (peraltro sempre più sfarfallante e grottesco, curiosamente in linea con i suoi – diciamo così – ragionamenti), l’odio insano e caustico verso le orribili comparse incravattate del suo universo dopato (più che dorato), il ridicolo imperante dietro manie e vezzi eccentrici, quell’insistere a oltranza sulle Diet Pepsi o i J&B on the rocks, o nel noleggio della videocassetta di “Omicidio A Luci Rosse”, per non parlare dell’imbarazzante entusiasmo per i peggiori Genesis di sempre o i mediocri Huey Lewis & The News (in lunghe dissertazioni che si vorrebbero ironiche, ma trascolorano presto in noia plumbea). Anche le presunte perle di saggezza come la celeberrima “Il mondo il più delle volte è non solo cattivo, ma addirittura crudele” hanno il sapore di una beffarda presa per i fondelli e andrebbero lasciate cadere anziché raccolte e rilanciate. Ma la miscela è indubbiamente ben studiata, il retrogusto fruttato e dolcemente alcolico, un mix che non poteva mancare la presa sull’immaginario collettivo, appena usciti (morti, direbbe il cantante) dal tunnel degli anni ottanta. Bene, pur impeccabile per stile e puntuto nella messinscena, questo affresco riesce a essere più stucchevole della realtà che suggerisce di voler denigrare. Per dirne una, quando va bene le donne appaiono come povere cretine opportuniste, magari strafatte di psicofarmaci o diete ridicole e degne, nel migliore dei casi, di esser liquidate con la lusinghiera (?) etichetta di “corpoduro”. Avvilente, ma c’è gente intelligente che plaude.

Il peggio tuttavia, ben più delle tremende e morbose descrizioni dei delitti, sono le centosettanta pagine che l’autore impiega per “confezionare” il suo primo omicidio, anche solo tentato. Quella brutalità secca, scioccante, sa essere persino liberatoria (per quanto all’ennesima replica si finisca per non poterne davvero più) in coda all’eterno preambolo che ha visto Ellis affilare le armi di un implicito sadismo, costringendo il povero lettore a sorbirsi a ripetizione, implacabilmente, elenchi su elenchi di abiti e accessori griffati, impossibili pietanze dalle esotiche implicazioni oltre a un rosario di rituali maniacali sulla cura del corpo e l’igiene personale, da mettere i brividi anche ai più fissati (e impavidi) in materia. E ancora, epifanie curiose che sembrano riaffacciarsi all’infinito come deja vu in un incubo dei più ostici, dai manifesti di “Les Miserables” in giro per Manhattan a quel fantomatico bistrot salvadoregno in cui tutti sembrano andare eccetto il protagonista, dal tavolo impossibile da riservare al Dorsia (mancato come una cena di gruppo in “Il fascino discreto della borghesia”) alle sinistre evocazioni dell’odioso amico Tim Price, presumibilmente cancellato (fuori campo) dalla circolazione prima di regalare un bel paio di corna a Patrick.

Al di là di tutto, del nichilismo in dosi da cavallo, dell’ultraviolenza rigorosamente gratuita, di provocazioni (per anime candide) che lasciano il più delle volte il tempo che trovano, dello sfarzo ipocrita o l’ostinata assenza di una morale o una direzione, “American Psycho” resta un’opera cinica come poche, sgradevole se affrontata con il beneficio dell’ironica indulgenza ma addirittura insostenibile qualora si scelga di dedicarvisi senza l’ausilio di questo filtro. Spacciato da oltre vent’anni per un romanzo irrinunciabile, sembra piuttosto, sotto quella crosta modaiola, una grossa perdita di tempo.

4.6/10

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Revolutionary Road _Letture

       

Di Richard Yates ho già scritto tanto, talvolta ripetendomi, ma non posso esimermi dal tornare a farlo se è del suo più celebrato romanzo che devo parlare. “Revolutionary Road”, ok, difficile che anche i lettori della domenica non lo abbiano mai sentito nominare. Certo, diranno molti: c’è il film di Sam Mendes con Di Caprio e la Winslet. Il libro, come capita quasi sempre, è meglio e vale la pena d’esser letto anche se avete già apprezzato la sua trascrizione cinematografica. Però la distanza non è così incolmabile, ci tengo a dirlo. Forse perché l’opera di Yates non è la sua migliore, a mio modestissimo parere, forse perché la pellicola di Mendes si dimostra all’altezza, con attori in forma eccellente (lei soprattutto) anche tra i comprimari (la solita Kathy Bates, Zoe Kazan e, soprattutto, il sempre sottovalutato Michael Shannon, impeccabile nel rendere la lucida follia di John Givings). Ad ogni modo, un romanzo – uscito per la prima volta in Italia (per Garzanti) con un altro titolo, “I Non Conformisti” – che vale come paradigma dell’arte narrativa di Yates, che ha dentro tutti i topoi del suo realismo sporco, la sua disperazione silenziosa ma senza appelli. Non può che essere, per chi non conosca affatto Yates e il suo universo, la quasi inevitabile porta d’ingresso.

Lui è Frank Wheeler, impiegato trentenne (alquanto anonimo e scioperato) in una grande azienda di New York. Lei è sua moglie April, madre e casalinga, non più in fiore ma ancora discretamente carina. Nel tranquillo sobborgo residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut, la loro vita ha tutte le carte in regola per essere definita invidiabile: una bella casa rassicurante, due figli piccoli in piena salute, la stima di tutto il vicinato e un legame di coppia che si direbbe d’acciaio. Ben poco in quest’idillio, tuttavia, corrisponde a verità. Formidabile per eloquio e piacente d’aspetto, Frank passa per essere una mente assai brillante e tende a cadere lui per primo in questo sostanziale equivoco, rivendicando a vanvera vaghe aspirazioni e un impegno intellettuale che sono pura facciata. April, al suo fianco, non coltiva certo più interessi di lui: ex allieva – “scarsamente dotata di talento” e “scarsamente animata d’entusiasmo” – di una scuola di recitazione abbandonata ai tempi della prima gravidanza e del matrimonio, cerca una patetica occasione di riscatto grazie al ruolo di protagonista che si è ritagliata nella filodrammatica locale, la Compagnia dell’Alloro, la cui prima e unica rappresentazione è però destinata a clamoroso insuccesso. Anche la convivenza dei coniugi all’interno della grande periphery newyorkese non è poi chissà quanto armoniosa.

Dietro la maschera di una coscienziosa quanto cordiale rispettabilità, si cela il generalizzato disprezzo per una comunità di “omiciattoli pieni di paura”, frequentati controvoglia più per abitudine che per altre ragioni, ma guardati con orrore come specchio di ciò in cui ci si sta rapidamente trasformando. I fantomatici “sobborghi” dove “allevare figli in un bagno di sentimentalismo”, dove i vicini Shep e Milly Campbell rappresentano la spalla ideale (nella loro mediocrità) cui sostenersi quando si sparla di chiunque altro, dove l’agente immobiliare Helen Givings non è seconda a nessuno nel patrocinare con abnegazione la causa di un American Dream già prossimo all’avvizzire, e dove il perbenismo a tutto campo suona più come una condanna che non come l’incanto cui aspirare, i bucolici “sobborghi” della prima provincia, allegri e color pastello all’ombra delle torri metropolitane, sono la gabbia per i fragili sogni e l’inatteso teatro di un dramma silenzioso ma incombente. Il vero problema dei Wheeler è che non c’è amore nella loro vita. Né per il prossimo, né per figli in fondo non voluti, né per una quotidianità soffocante, né – soprattutto – l’uno per l’altra. Il reciproco adulterio, consumato in entrambi i casi per noia, non sarà sufficiente a spezzare l’impasse con moti d’orgoglio o reazioni virtuose. Né sarà abbastanza il progetto di un definitivo trasferimento a Parigi di tutta la famiglia, coltivato dalla donna e accolto dal marito con finto entusiasmo per evitare il rischio di nuovi scontri frontali, salvo poi essere accantonato forzosamente non appena si presenti l’opportunità di una modesta ascesa sul fronte lavorativo (con l’alibi comodissimo di una nuova, indesiderata gravidanza, pronto all’uopo).

Battuta nella finale del National Book Awards 1962 dal (modesto) “The Moviegoer” di Walker Percy, l’opera prima di Richard Yates possiede già tutte le peculiarità della scrittura “entomologica” e di quel “realismo sporco” che sarebbero diventate le cifre espressive del grande romanziere di Yonkers. Tutte le tematiche a lui care – dall’implosione nervosa della famiglia ai falsi miti del sogno americano, dalla solitudine all’incomunicabilità tra individui nella società contemporanea, sono qui presenti, declinate con una lucidità nello sguardo che sorprende davvero, per un esordiente. Lo stile è già quello potente e asciutto dei lavori successivi, prodigioso il controllo, perfetta l’imperturbabilità nell’osservazione di una tragedia inevitabile, persino umoristico il taglio (solo a tratti però) ma mai incline al cinismo. Da molti “Revolutionary Road” è considerato il capolavoro di Yates, il libro per il quale il Nostro meriterà di essere ricordato. Non sono del tutto d’accordo, gli preferisco ancora i sottovalutati “Cold Spring Harbor” e “Disturbing The Peace”, ma non vi è dubbio che si tratti di un’opera eccezionale, con protagonisti semplicemente memorabili e, col senno di poi, paradigmatici. Anche senza ricorrere a sentimentalistiche forzature “a effetto”, osservati con il necessario, neutro distacco, i Wheeler diventano l’emblema di un fallimento universale.

Imprigionati in “un’enorme, oscena illusione, la grande menzogna piccolo borghese, l’idea che, una volta messa su famiglia, si debba rinunciare alla vita reale e sistemarsi”, conducono la loro esistenza in maniera “zelante, sciatta, pretenziosa” e “tutta sbagliata”. Hanno coscienza dei limiti di uno schema che detestano, ma a mancare loro è la forza di ribellarvisi, proprio come tutti i rappresentanti dell’odiato vicinato (tranne il figlio dei Givings, John, il solo a intuire la reale natura delle dinamiche all’interno della coppia e, non a caso, l’unico dei personaggi considerato pazzo a tutti gli effetti). Restano fermi ai buoni propositi (di lei), magari utopici o avventati, come ai bei discorsi (di lui), ma lo scatto positivo della dignità, dell’intelligenza, dell’amor proprio, è strozzato in partenza da quello stesso insinuante conformismo contro il quale si illudono di poter vincere. Al centro della scena, la relazione tra Frank e April: una pericolante architettura di finzioni, una partita a scacchi destinata a chiudersi con una sconfitta condivisa, un raggelante deserto di emozioni e affetto che toglie il fiato al lettore. Se qua e là la tensione pare allentarsi, non si può muovere alcuna critica al finale, eccezionale, che Yates ha confessato di aver scritto prima di tutto il resto e che rivela curiose quanto involontarie (forse) connessioni con quelli dei due più noti romanzi di John Barth, “L’Opera Galleggiante” e “La Fine della Strada”.

Per il resto non rimane che copincollare quanto già scritto a proposito dell’autore nelle critiche di altre sue opere. Yates non è spietato come molti hanno detto. E’ un umanista che non silenzia la disperazione. Fa recitare a turno i suoi attori (indimenticabile, tra gli altri, la figura di Shep) ma si tiene sempre a debita distanza dal loro dramma, aiutando il lettore a scongiurare il fardello di una completa immedesimazione. Gli interessano gli esseri umani al netto degli artifici letterari. Con pochi tratti brucianti ed essenziali riesce a caratterizzare in maniera miracolosa l’intima sostanza dei diversi personaggi, ed il realismo e l’onestà della sua narrativa si rivelano sin da qui limpidissimi, mirabili, non comuni. Tutti soffrono senza clamore come avvelenati poco alla volta dalla consapevolezza di una frattura non più recuperabile dentro di loro, lo scarto fra ciò che avrebbero voluto (e ancora vorrebbero) essere e ciò che sono in realtà. “Revolutionary Road” è l’opera di uno scrittore straordinario, quindi, nel rendere le psicologie e i legami interpersonali – con il loro carico di silenzi, di ellissi, con tutti i relativi impliciti rapporti di forza, con il peso delle convenzioni consolidate – nello svelare il retropalco di ansie, egoismi spiccioli e insoddisfazione che fa da contraltare al perbenismo apparente e radioso delle comuni famiglie della classe media. E non importa che si parli degli anni cinquanta. La sua impietosa indagine su una crisi generalizzata non potrebbe essere più attuale.

[Una curiosità: per quanto (come sempre in Yates) si beva spesso e volentieri, i Wheeler sembrano quasi delle educande rispetto ai viziosi protagonisti di altri testi dell’autore. Tutto sommato fuori luogo la bottiglia di Whiskey scelta come simbolo per la copertina dell’edizione dei Minimum Classics. Forse la guida di “Francese per principianti” sarebbe stata più indicata.]

9.2/10

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Jpod _Letture

       

Era un blog d’argomento musicale (generosamente autoproclamatosi tale), è diventato un raccoglitore di pseudo-recensioni di libri, anzi, quasi solo di opere di Douglas Coupland. E, a proposito di Coupland, con “Jpod” siamo un po’ al nadir di una carriera che troppo a lungo ha citato e riciclato se stessa, lo stesso immaginario pop, la stessa giocosa nostalgia e il medesimo breviario di disincanto pronto all’uso. Alla decima replica, sempre meno credibile e sempre più inquinata dal narcisismo (e dalle relative invasioni di campo), è inevitabile che qualcosa non funzioni più come un tempo. Se gradite queste atmosfere e questi personaggi tra il geek e il nerd, virate con decisione su “Microservi”, che è il modello a fronte della caricatura che non fa ridere.

Tra di loro si considerano reciprocamente alla stregua di “vacui cartoon umani”. Sono un campionario delle più disparate eccentricità pop partorite dalla sottocultura di massa degli anni ’80 e ’90, e condividono in sei un bizzarro habitat cubicolare, affettuosamente ribattezzato jpod in onore dell’iniziale dei loro cognomi, in seno a una mega-multinazionale canadese. La loro sfida più grande consiste nel mantenere la loro integrità di beati eletti nell’universo dei geek da battaglia, e soprattutto in quell’”avere un lavoro senza lavorare”, obiettivo davvero arduo da raggiungere all’interno di una compagnia “in cui la produttività viene misurata con ogni sistema metrico mai concepito dall’uomo”. Cowboy vive segnato dall’ossessione per la morte e l’astinenza sessuale; il “malvagio” Mark è sprovvisto di qualsivoglia senso dell’umorismo ed è puntualmente bersagliato dai compagni per questo; John Doe è cresciuto in una comune di invasate hippie che lo ha preservato, suo malgrado, da ogni possibile forma di contagio mediatico e commerciale, ragion per cui la sua massima aspirazione è al conformismo più disarmante, anche in ambito sessuale; Bree è per converso affetta da una specie di ninfomania d’elite che la rende fragile quanto volubile negli interessi come nelle relazioni; Kaitlin tende a recitare nei panni della prima della classe o semplicemente è solo la più sana di mente, e fatica per questo a integrarsi in un team che vive con estrema ripugnanza; con una simile accozzaglia umana in guisa a fargli da controparte d’elezione, parrebbe avere vita facile come specchio della normalità il mite Ethan, quello più razionale, meno infognato con gli assurdi dettami della filosofia nerd, quello che sembra provare sentimenti meno morbosi e più ortodossi (rivolti masochisticamente verso l’ostile Kaitlin, ultima arrivata).

L’apparenza inganna, e al lettore non serve troppo tempo per accorgersene. La quotidianità del giovane protagonista è infatti ammorbata da una coppia di genitori fedifraghi che sono un esplosivo coacervo di stravaganze e pericolose inclinazioni: mamma ha una piantagione di hashish in cantina, amanti più o meno giovani di entrambi i sessi e più di uno scheletro nell’armadio di cui sbarazzarsi con l’aiuto del malcapitato figlio; il babbo è invece un fallito il cui solo scopo nella vita è quello di ottenere finalmente una parte con battute in pellicole di infimo livello o spot pubblicitari (non ci riuscirà), e che affoga la propria rassegnazione nelle gare di ballo, nelle miscele di rum e Gatorade e in occasionali relazioni con le vecchie compagne di scuola dei figli. Figli, perché nel cast rientrano anche un fratello, Greg, agente immobiliare, e soprattutto il socio di quest’ultimo in affari tutt’altro che leciti, il minacciosissimo Kam Fong. Riusciranno i sei scoppiati del jpod (e il loro capo Steve, insopportabilmente idiota e ordinario, prima che un grosso trauma e l’eroina lo rivoltino come un calzino) a completare la progettazione di un videogame di skateboard, sabotato dai superiori con sceneggiature infantili o orrende derive fantasy, prima che l’azienda riveda i suoi piani e opti per la cancellazione? Tra lettere d’amore al clown di McDonald, Ronald, bizzarri esercizi matematici, brevi interviste (onanistiche) per fantomatici corsi di inglese e intere paginate di ciarpame informatico, assisteremo al naufragare di un candido sogno per perdenti, rimpiazzato dall’edulcorante sapore di una realtà vincente.

Per quanto destinata, magari, a lasciare il tempo che trova, una pur dozzinale analisi critica di “Jpod” non può in alcun modo prescindere dai necessari paralleli con le più simili tra le precedenti opere dell’autore. La domanda corretta da porsi, a romanzo ultimato, dovrebbe essere: “cosa resta della mitica Generazione X, quindici anni dopo?”. La risposta è nelle vostre mani, abbastanza impietosa. Non certo quel respiro ampio per quanto vago, generazionale appunto, che in quell’opera prima era una benzina sorprendente nonostante una prospettiva di sconfinato disincanto. Gli (anti)eroi di “Jpod” potrebbero essere i fratelli minori o, meglio, dei cugini giovani, ma in comune con Andy, Dag e Claire hanno davvero pochissimo. Non quello spessore “umano” fatto di debolezze e disorientamento, reso nelle psicologie con tendenza alla stilizzazione ma anche buona efficacia. Al confronto, questi quasi trentenni sono caricature del modello invecchiate male, figurine di carta ideate per rendere alla meno peggio una certa idea del disordine di questi anni, in ambito sentimentale, comunicativo, culturale. delle surreali favole di allora, praticamente non vi è traccia. La testimonianza confusa ma sincera dello smarrimento di quello che all’epoca era il ceto medio lascia il posto a una generale tendenza al divertissement, alla stravaganza pacchiana, al bombardamento di stimoli e rimandi a tratti contraddittori, che tendono a solleticare l’epidermide del lettore, a distrarlo senza soluzione di continuità. La trama semplice e divagante di un tempo è rimpiazzata da un groviglio di situazioni anche divertenti, ma fondamentalmente iperboliche e assai poco credibili. L’universo geek raccontato con grazia ed equilibrio mirabili in “Microservi” (ad oggi il vero titolo imperdibile dello scrittore canadese) è qui ridotto a una barzelletta che non fa nemmeno particolarmente ridere, una scenografia di cartapesta, un fondale privo di profondità, un pretesto più simbolico che altro, anche se svuotato di significati degni di una qualsiasi riflessione.

Poi certo, Coupland è sempre il solito fenomenale intrattenitore: infarcisce anche questo testo di dettagli grotteschi, curiosità assortite da fanatici della rete, spiccioli di weirdness colorata, tuffi a bomba nel grande e un po’ avvizzito calderone degli anni ottanta, con quell’immaginario condiviso che in maniera non troppo onesta ci pungola nel vivo, nostalgia canaglia. Non c’era internet ai tempi, mentre oggi siamo alla sovraesposizione. Un po’ come per l’inventiva di un autore che ha già raccontato questo tipo di attualità fino alla nausea – certe volte bene, certe volte meno – e ora si vede costretto a fare i salti mortali per non ripetersi, ricorre a qualche baracconata di troppo e sostanzialmente fallisce. Lo stratagemma di menzionare se stesso nella prima frase del libro, in qualità di residuato di una cultura pop bersagliata ma in fondo amatissima, poteva e doveva valere come campanello d’allarme. Alla quarta autocitazione, il narcisismometro tendeva ormai pericolosamente alla soglia di massima criticità. Ma ridursi a fare di sé un personaggio tra gli altri, ferocemente cinico poi (ma chi ci crede?), solo per ritagliarsi il più comodo degli alibi narrativi è un colpo davvero basso, duro da incassare, una trovata del tipo “raschiamo la morchia in fondo a questo barile” che dal buon Douglas non ci si aspettava. Tre stelle comunque, perché quest’uomo rimane un dannato, adorabile, fratello maggiore.

6.4/10

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Magic Kingdom _Letture

       

“Magic Kingdom” di Stanley Elkin era uno di quei romanzi che idealmente mi facevano l’occhiolino da tempo: collana “Minimum Classics” con il suo fascino innegabile, un plot pazzesco, il sodalizio Disneyland / morte che ha il suo perché. Come spesso capita quando le attese sono (magari irragionevolmente) elevate, la lettura si è rivelata una mezza delusione. Non perché la qualità manchi, visto che ironia e toni caustici sono espressi a buoni livelli, ma perché, boh, alla fine il risultato resta forse un tantino insipido, e le quattrocento e passa pagine non giustificano qualche brillante puntata nel grottesco. Una trascrizione filmica a opera di Wes Anderson potrebbe comunque essere grandiosa, chissà che non ci si arrivi prima o poi.

Nei quattro anni di malattia di suo figlio Liam, Eddy Bale si è affermato come il “mendicante più in vista e più famoso dell’intera Gran Bretagna”. Ha messo a durissima prova buongusto e senso del limite, racimolando cifre importanti, ottenendo un’insperata visibilità e spendendosi fino allo stremo delle forze per salvare la vita al bambino, massacrato dai medici di mezzo mondo anche se “con tutte le migliori intenzioni”. La morte del ragazzino dodicenne, offerta come il suo intero calvario alla cupidigia famelica del grande circo mediatico, ha di fatto annientato la sua famiglia, inducendo la scettica mogli Ginny a fare le valigie. Eddy tuttavia non si rassegna a una conclusione tanto amara e sceglie di consacrarsi anima e corpo a una nuova folle impresa, una missione di vita in aperto contrasto con le logiche di accanimento terapeutico che avevano consumato il povero Liam in maniera tanto disumana. Il progetto, apparentemente assurdo, consiste nell’organizzare un viaggio a Disneyland per un gruppo di sette giovanissimi affetti da malanni feroci e ormai giunti all’ultima spiaggia. Ancorché morbosa e sconclusionata, l’iniziativa ha successo anche grazie al modesto contributo iniziale di una Elisabetta di Windsor oltremodo glaciale. Bale seleziona personalmente un ristretto staff di collaboratori quasi “stesse scegliendo dei partigiani, una banda ben assortita per un colpo gobbo”, un manipolo di professionisti e “briganti del cuore”. Ne fanno parte l’infermiere omosessuale Colin Bible, già angelo umanissimo negli ultimi giorni del suo figlioletto; Nedra Carp, in passato tata dell’eroe delle Falkland, il principe Andrea; il dottor Moorhead, primario di pediatria più noto d’Inghilterra ma snobbato, incredibilmente, dagli alti papaveri quando sono in ballo inviti mondani od onorificenze di grido; e Mary Cottle, segretaria tabagista incapace di generare figli sani. Affidati alle loro cure, sette infelici che impareremo a distinguere più per la specifica sintomatologia dei loro morbi che non per effettive peculiarità caratteriali, eccezion fatta forse per l’esuberante Benny Maxine e il tenero Charles Mudd-Gaddis, di fatto un ottenne con l’Alzheimer e tutti gli acciacchi di un anziano con un piede e mezzo nella fossa. Come andrà a finire la loro avventura nel Regno Magico all’altro capo dell’Atlantico lo si intuirà presto, anche se i consuntivi, come è giusto che sia, saranno tracciati nel bel bagno di disincanto delle ultime pagine.

Sulla carta “Magic Kingdom” aveva tutto. Un soggetto pazzesco, tanto per cominciare, perfetto per saltabeccare a piacimento tra i registri del dramma e della farsa. Quindi i bambini, fattore di imprevedibilità narrativa per eccellenza. E ancora, un protagonista di quelli che tendono al memorabile, affiancato da un ristretto circolo di comprimari non meno degni. In ultimo, per l’edizione italiana (al solito impeccabile nei Classics di Minimum Fax), la benedizione urbi et orbi firmata da Rick Moody oltre a un più generale encomio sull’arte di Elkin, autore ancora colpevolmente invisibile nel nostro paese. Anche il fattore rischio poteva rientrare tra le variabili significative, una sorta di coefficiente di difficoltà aggiuntivo che appare inevitabile quando ci si veda costretti, nel trattare di minori attaccati dal cancro, a primeggiare in uno slalom gigante tra la melassa e le copiose lacrime di rito. Il libro riesce benissimo in quest’ultima prova, perché schiva a monte tutte le peggiori tentazioni della retorica sentimentalistica, perché è onesto nei confronti del lettore e ammirevole, anche, nel risparmiare i trucchetti da bassa macelleria di un cinismo oggi tanto in voga, à la Palahniuk per intenderci. L’atteggiamento di Elkin è distaccato e umano a un tempo, neutro e pietoso, una condotta che non conosce cedimenti nell’arco di circa quattrocento pagine e fa onore all’autore statunitense. Che cosa, allora, non funziona in questo romanzo? Beh, le altre premesse, quelle citate a inizio paragrafo, vanno perdendosi un po’ per volta, così che un senso di delusione non può che balenare, sottile ma inesorabile. Il protagonista, si diceva: Eddy Bale scompare a un certo punto, e riappare pallidissimo solo in chiusura, svuotato di ogni spessore, provato forse dal corso degli eventi e incapace – per volontà del suo creatore – di lasciarci morali più valide di un’inattesa scopata finale. I bambini, allora? Sono figurine non meno tiepide e impalpabili: anonime le tre ragazzine, che distinguiamo solo per i raccapriccianti segni esteriori della loro condanna; sfocati anche i maschietti, ridotti con le altre a un debole complemento oggetto, un sussulto psicologico assai poco incisivo, un’increspatura attanziale ideata in pura contrapposizione – d’innocenza candida ma imperfetta – allo squallore problematico del mondo dei più grandi.

E’ interessante come Elkin ami indugiare nel racconto di un autentico “groviglio di intenzioni, sentimenti e propositi asincroni”, ragioni complesse e prospettive contraddittorie. Il suo talento è tutto in questo sguardo quasi cinematografico (oggi diremmo in stile Todd Solondz, Paul Thomas Anderson o Noah Baumbach, solo che questo libro è arrivato almeno una dozzina di anni prima dei loro migliori film), mantenuto con un rigore persino prodigioso dall’inizio alla fine. Un tocco appena di ironia, che è sempre arma di classe, ma senza farsi prendere la mano rovinando la miscela. E’ geniale il contrasto di fondo, quello che anima e ingloba tutti i contrasti personali come un fuoco più ampio e potente: che i piccoli protagonisti si trovino a vivere la loro esperienza più reale in un mondo di fantasia e speranza, un parco a tema che sa di paradiso ma con una costante impressione di surrealtà, un senso di orientamento sempre distorto. La maggiore attrazione dell’Epcot Center è il “Mondo del Futuro”, e non può che suonare come una beffa per i giovani visitatori da tempo privati del loro domani; Pippo, Pluto e Topolino dovrebbero essere i meravigliosi compagni dell’infanzia, ma gli attori dietro le maschere sono individui meschini, e l’immagine riflessa sul soffitto di un ambiente buio li rende comunque terrorizzanti, non certo icone di un dolce conforto. Forse ha ragione Ginny, nella lettera scritta al marito e letta addirittura con un anno di ritardo: “non l’hai ancora capito che gli adulti sono molto più interessanti dei bambini?”. Stanley Elkin ci crede, ecco perché sceglie di sacrificare la sua carta vincente senza battere ciglio. I quattro “caratteristi” che accompagnano Eddy nella sua folle trasferta sono rispettosi ed equilibrati solo quando si tratta di salvare le apparenze, perché per il resto è il grottesco a scandire i loro disastrati retropalchi. Ecco quindi una tata ossessionata dal mito di Mary Poppins e da un passato di fantasmi incestuosi; un medico annientato dalla mania di grandezza che lo rende onnipotente, nell’illusione di poter indagare e prevedere ogni fenomeno clinico senza falle; un infermiere che nasconde le proprie insicurezze affettive sotto una corazza di praticità e gentilezza; e una donna condannata a ripudiare la propria femminilità e, al tempo stesso, incapace di liberarsi della propria enfasi masturbatoria come motore di una vita sconfinatamente triste.

Nessuna pietà per questi adulti che sono “meglio” dei bambini, anche perché e proprio con loro, e non con i secondi, che ci si può concedere di andar giù pesanti, senza remore. Nasce in questo impietoso affondo anche la consolazione di un libro per altri versi di lucida disperazione: non deve poi essere il peggiore dei mali perire da piccoli, se si ha sempre il conforto di una spiegazione logica (per chi crede di poterla trovare, comunque vada) a tutto, anche al male, al dolore, alla morte di creature che non hanno sbagliato. E solo, forse, perché non hanno ancora avuto modo di commetterli, i loro tragici errori. Il contentino dell’autore è quella sfilata paradossale offerta da Colin Bible ai sette ragazzini come alternativa al trito cerimoniale fiabesco del parco di divertimenti: quella galleria di uomini e donne sfatti, brutti, infelici e deprimenti, un rosario di esistenze scadute che a loro, almeno a loro, potranno essere risparmiate. Poco, tutto sommato, per riscattare le sorti di un romanzo che poteva essere memorabile ma non lo è quasi mai. Che procede freddo per la sua strada, crudele e impassibile in una distanza che al lettore non è dato modo di riassorbire. E che pecca continuamente di prolissità, vanificando una scrittura anche eccellente e brillante. Frasi e periodi troppo lunghi, persino angoscianti, trattini che aprono diramazioni del senso, che inglobano e fagocitano altre riflessioni, con dentro suggestioni che hanno dentro altre riflessioni, fino a perdersi. Spiace, perché “Magic Kingdom” rende perfettamente l’idea di quanto fosse intelligente e caustico Elkin, di quanto la sua arte e il suo sguardo si mantenessero ben fuori da un sentire e un narrare ordinari. Un vero peccato che il romanzo non sia stato al passo con le sue premesse: poteva uscirne qualcosa di epocale, ma non è questo il caso.

6.8/10

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Il Ladro di Gomme _Letture

       

Cosa è diventato Douglas Coupland in questi ultimi anni? Un artista pop fighetto. Uno che fa del presenzialismo sulle copertine, che flirta con attori e musicisti, che si cimenta con la televisione e il giornalismo alla moda, con sculture monumentali e personali nei musei di arte contemporanea, con la non-fiction e il design. Occasionalmente riesce ancora a trovare qualche margine per la sua attività di romanziere, anche se non può stupire la sostanziale mediocrità dei suoi libri recenti. Tra questi, uno dei meno peggio è sicuramente “Il Ladro di Gomme”, una delle poche occasioni in cui il canadese ha provato ad attualizzare certe formule vincenti della sua narrativa senza scadere nel grottesco. E’ anche l’opera che presenta i maggiori punti di contatto con il suo “Generazione X”, certo con l’originalità ridotta al lumicino di qualche pallido espediente metanarrativo. Di questi tempi, comunque, prendiamo e portiamo a casa.

Quarantenne, divorziato, la dolorosa morte di un figlio piccolo alle spalle, Roger Thorpe è ormai persuaso di essere giunto anzitempo al capolinea, in un teatro di “balordi negativi e falliti” dove il completo disastro sembra il pane quotidiano che accomuna tutti, condito da una sofferenza che è ovunque, insormontabile. Lavora come malinconico e anacronistico commesso in mezzo a un’orda di anonimi colleghi ragazzini presso Staples, megastore specializzato in articoli per ufficio, e si vede come un uomo senz’anima, pressoché invisibile agli altri, desideroso di fuggire da se stesso per quanto apparentemente incapace di una simile impresa. Sue uniche valvole di sfogo sono “Lo Stagno del Guanto”, assurdo romanzo sulla crisi della coppia borghese, oltre al diario in cui raccoglie riflessioni in ordine sparso sulla vita sdoppiando la propria prospettiva tra un canonico io narrante e lo sguardo solo immaginato della giovane compagna di lavoro Bethany (con la quale condivide senza saperlo una generalizzata sfiducia negli esseri umani). Quando la ragazza, giunta a conclusioni non troppo dissimili attraverso un sentiero se possibile ancor più cupo e nichilista, metterà per caso le mani su quel documento, sceglierà di stare al gioco e rispondere con una lettera dando il la a un carteggio sempre più liberatorio per entrambi. Ne verranno coinvolti anche DeeDee, madre della giovane, anch’essa gravata da enormi problemi di natura relazionale, e Joan, ex moglie dello stesso Roger, così da conferire un carattere polifonico al mosaico via via articolato e da suggerire al lettore le possibilità di una serie di svolte caratteriali che, di fatto, non troveranno effettivi riscontri nelle loro esistenze così zoppicanti.

Erano davvero buone le premesse di questo nuovo romanzo di Coupland, al di là dell’insistenza con cui l’autore ha optato per un ristretto cast di protagonisti al solito provati da ogni sorta di sventura, condannati a correre a velocità ridotta sui binari di una vita a dir poco imperfetta eppure non privati dell’eventualità di un riscatto inatteso, di un raggio di sole improvviso e bellissimo. In questo caso si rivela originale, soprattutto, la struttura narrativa (che è anche metanarrativa, dettaglio importante), un congegno magari caotico ma estremamente vitale, il cui autentico colpo di genio è rappresentato dagli inserti dell’opera grottesca partorita dall’inventiva di Roger, quasi una pièce teatrale su una coppia di tetri coniugi che sembrano trapiantati nell’attualità da un passato tendente alla mitologia (viene citato il matrimonio tra Elizabeth Taylor e Richard Burton come efficacissimo termine di riferimento), emblema dello sfiorire delle passioni e della bellezza. Finché le sorprese vengono gestite in maniera armonica e i personaggi principali restano attendibili nel loro quadro di moderato sconforto quotidiano, tutto funziona decisamente bene, assai meglio che in opere (degli stessi anni) stiracchiate e non troppo genuine come “Generazione A” o “Eleanor Rigby”. Poi però l’umanità, il tocco gentile e l’ottimismo di fondo per cui il canadese è noto prendono inverosimilmente il sopravvento: i personaggi si auto-rivoluzionano nel volgere di poche pagine (Bethany passa da dark girl a ragazzina acqua e sapone in maniera persino stucchevole), salvo poi tornare sui propri passi appena in tempo per la morale conclusiva: stravolgersi non ha senso, occorre accettarsi per come si è o, quantomeno, provare a convivere dignitosamente con se stessi.

Nella prima parte, ad ogni modo, uno dei migliori Coupland degli ultimi anni: lucido, divertente, con più di un lampo di genio e – ma non è una novità per lui – senza scadere nel cinismo di comodo à la Palahniuk. Il collage di narrazioni brevi che affiora dal ricco scambio di spunti tra i due protagonisti può ricordare lo storytelling romantico e decadente che animava “Generazione X”, l’opera per cui Douglas verrà più o meno giustamente ricordato. Non è un caso, allora, che Roger Thorpe somigli molto da vicino ai quasi trentenni di quel primo romanzo: invecchiato, sbiadito, intristito, promessa non mantenuta degli anni novanta in un presente davvero privo di bussole e prospettive. In tal senso resta indubbio come Coupland sappia ancora raccontare benissimo il nostro tempo e, con esso, il declino impietoso che ci abbruttisce, ogni giorno di più. Così per l’opaco antieroe, il cui massimo gesto di ribellione consiste nel rubare gomme da masticare sul posto di lavoro nel momento stesso in cui si fa licenziare, finendo per specchiarsi grazie a un pregevole gioco di specchi nel protagonista del testo di fantasia dello scrittore di successo Kyle Falconcrest, uno dei personaggi principali de “Lo Stagno del Guanto”. La vertigine dietro questa prospettiva-matrioska e ancor più l’ironia con cui si chiude il libro (che scopriremo essere tutt’intero il saggio di fine anno per uno squallido corso di scrittura creativa) valgono forse come sole ancore di salvezza degne di questo nome e assicurano a “Il ladro di gomme” una sufficienza comunque piena.

6.5/10

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Moby Dick o La Balena _Letture

       

Per una volta presento un classico e allora è meglio non dilungarmi in inutili introduzioni all’opera. C’è la recensione, nella quale ho cercato di limitare al minimo il florilegio di banalità, luoghi comuni, cose già dette e stradette, minestrine critiche riscaldate e via andando. Non sono certo di esserci riuscito ma, se non altro, uno straccio di parere l’ho tirato fuori, e quello è. Il romanzo mi è piaciuto e merita. Lo dico a quelli che lo considerano ancora un’avventuretta da prima media, ma anche a altri – sicuramente meno – che a leggerlo davvero ci hanno provato, salvo gettare la spugna alle prime avversità, le lunghe trattazioni zoologiche nozionistiche sui cetacei. Gli scogli capitano sempre, l’importante è non arenarsi, aggirarli con cura e pazienza per proseguire nella navigazione.

Bene, la storia la conoscete tutti.
Ismaele, giovane uomo di grande buonsenso con appena qualche precedente nella marina mercantile, sceglie di dedicarsi alla navigazione per “cacciare la malinconia”. Opta per la “nobile ma poco considerata” arte della baleneria, si sposta nella leggendaria Nantucket e qui stringe amicizia, a sorpresa, con il pagano Quiqueg, considerato dai più un selvaggio terrificante ma di fatto persona d’animo gentile e di straordinaria lealtà. Entrambi si arruolano nei ranghi del Pequod, uno dei tre bastimenti in partenza, il primo come semplice marinaio e il secondo come ramponiere. Sin dal primissimo istante alcuni strani segni sembrano però presagire che la spedizione pluriennale della vecchia imbarcazione sarà destinata a un viaggio ben più solenne e impegnativo che non la semplice ricerca del pur favoloso spermaceti di Capodoglio. L’intera missione risulterà infatti presto assoggettata al cieco volere del comandante della nave, il celeberrimo Capitano Achab, che non avrà timori a rigettare come banale pretesto la normale predazione per scopi commerciali dei grandi cetacei marini, plagiando l’intero equipaggio con tutta la forza visionaria del suo eloquio e condannandolo di fatto a seguirlo tra i dannati – e a non fare ritorno – nella caccia a una sola incredibile preda, il famigerato Moby Dick.

Fin qui ci siamo tutti: qualche bel volume illustrato incontrato in tenera età, la fama immortale di una storia che conserva il fascino dell’universalità, magari – per i più cinefili – qualche spezzone del non proprio indimenticabile film con Gregory Peck. Beh, “Moby Dick” è molto più di questa avvilente semplificazione culturale. In primo luogo perché non è un romanzo di avventura da intendersi in senso tradizionale. Non soltanto, per lo meno. Al di là del luogo comune un po’ logoro, si offre davvero al lettore come una formidabile riflessione sull’animo umano, non certo forzata in chiave espressionista, ma pur sempre penetrante, magnetica, indimenticabile. Lo sguardo di Melville è ben fissato, ovviamente, sulla tetra figura di Achab e sui suoi irriducibili tormenti interiori, ma sbaglierebbe chi riducesse a questa osservazione o alla sua (solo presunta) prospettiva moralistica un’opera meravigliosamente complessa e sfaccettata quale “Moby Dick” è a tutti gli effetti. Lo stesso Achab ci viene presentato solo a un certo punto e per via indiretta (dalle parole dell’anziano e chiassoso Capitano Peleg) come un individuo fuori dal comune, cupo, feroce e disperato, che parla poco ma sa farsi ascoltare incutendo timore o, meglio, “timor sacro”. Occorrerà poi un altro bel po’, con il Pequod già salpato da tempo, per incontrarlo finalmente, silenzioso e indecifrabile, e parecchio ancora prima che questi rompa il ghiaccio nella maniera più incredibile, con una sorta di folle predica e cerimonia pagana per motivare la ciurma in quella che è divenuta la sua vera missione di vita, vendicarsi una volta per tutte dell’infernale balena bianca che lo mutilò di una gamba.

Come hanno sottolineato in tanti, la cifra di “Moby Dick” non è certo quella delle comuni pubblicazioni per i più giovani. Nel testo riecheggia la retorica miltoniana, la tensione non è dissimile da quella di una delle grandi tragedie di Shakespeare e non è un mistero che l’impianto a blocchi stilistici sia stato ripreso, come numerosi apologhi e dettagli onomastici, direttamente dalla Bibbia. Pagina dopo pagina vediamo alternarsi i resoconti del testimone Ismaele, miti arcaici, dilettanteschi e antidiluviani trattati sui cetacei (un po’ pesanti ma a modo loro indispensabili per meglio comprendere i risvolti scientifici dietro le sequenze più movimentate), notazioni di natura squisitamente tecnica sulla navigazione e la pesca, inserti volutamente teatrali (con tanto di monologhi dei protagonisti e cori dei marinai) e parabole bibliche (come quella sulla condanna e il pentimento di Giona, recitata all’inizio nella cappella di New Bedford, di fatto il più chiaro degli ammonimenti). In questo modo la narrazione non potrebbe essere più vivace, discontinua, polifonica e stimolante. Allo stesso modo e fluttuante e incerta risulta la dinamica della voce narrante: da principio pare salda nella prospettiva in prima persona del testimone Ismaele. Ma questi scompare presto nella massa indistinta di marinai del Pequod, drogata dalle pazze lusinghe del comandante, così le vicende trascolorano nell’epica prima che l’io narrante torni a fare capolino sul filo di lana.

Al resto provvede lo stile asciutto di Melville, estremamente limpido nell’esposizione, forbito ma senza pedanteria, e nel contempo capace di stupefacenti slanci lirici, peraltro modernissimi e nient’affatto indeboliti dall’enfasi o dal tono drammatico. La scelta di affidarsi a un pugno appena di personaggi di contorno, tutti maschili e fortemente caratterizzati in senso archetipico (dalle infinite cautele e il senso del dovere di Starbuck alla mediocrità anonima di Flask, dal gioioso vitalismo di Stubb al candore di Quiqueg, dal disagio innocente di Pip al mistero incarnato da Fedallah) è funzionale all’idea di dar vita a un affresco sfaccettato dell’animo umano, più che a una canonica resa delle psicologie. Sul terreno rimangono le capziose speculazioni filosofiche sul vero significato del mostro marino. Ognuno chiuderà la lettura con le proprie impressioni, tutte sicuramente più che legittime. Per quanto riguarda il sottoscritto, nello spaventoso capodoglio bianco ritrovo il senso allegorico del male, proiettato in un altrove remoto e pauroso ma inscritto, a dirla tutta, dentro ciascuno di noi. Non Dio, contro il quale l’empio Achab sosterrà il proprio attacco destinato a fallire, bensì l’idea stessa di un limite che la nostra natura ci impone come insuperabile. Che andrebbe accettato con serenità anche se l’istinto rifiuta di accoglierlo. Un’ossessione che, fatalmente, ci porterà tutti con sé, nel baratro.

(9.1/10)

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