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maggio 16th, 2012

Leopardo o medusa?

       

Comincia a diventare davvero difficoltoso riuscire ad orientarsi nella selva di pubblicazioni legate alla ditta Skygreen Leopards. Se l’impresa pare disperata parlando di Glenn Donaldson, chitarrista e cantante con all’attivo una quarantina di album in neanche tre lustri (con una quindicina di progetti diversi, tra cui il supergruppo Badgerlore con Ben Chasny e Grouper), complicata per giunta dalle copiose uscite del gruppo principe, un po’ più agevole dovrebbe essere la catalogazione dei lavori dell’altra metà della band di San Francisco, quel Donovan Quinn che ha sin qui messo a referto due dischi sotto il misterioso alias Verdure, uno a proprio nome ed altri tre con l’aggiunta dell’etichetta “& The 13th Month”. L’ultimo del lotto è questo ‘Honky Tonk Medusa’, arrivato in sordina a febbraio e passato pressoché inosservato (per dire, neanche un nuovo video su youtube da postarvi in fondo), anche più del pregevole album eponimo e del successivo ‘Your Wicked Man’. Non farà certo la storia della musica questo ennesimo oscuro songwriter yankee, e nelle sue corde non ci sono mai stati capolavori. Se lo stile assembla in maniera personale idee già strametabolizzate, la voce è di quelle che possono lasciare seriamente perplessi, nella sua pedissequa devozione verso il Dylan più lagnoso e disimpegnato. Non sembra proprio una grande pubblicità quella racchiusa in queste stringate righe, ed assicuro che nemmeno intende esserlo. A difesa di Quinn mi tocca però spezzare qualche lancia, sostenendo che di un artista abbastanza genuino si tratta, di quelli che poco si curano dell’apparenza preferendo seguire il proprio sentiero capiti quel che capiti. Artista borderline, è bene ribadirlo, di quelli che chiedono pazienza e non è detto la ripaghino. ‘Honky Tonk Medusa’ non aggiunge nulla a quanto detto dai predecessori e soprattutto dai migliori Skygreen Leopards (‘Jehovah Surrender’ e ‘Disciples of California’, per quanto mi riguarda), insistendo su uno standard di musica delle radici a metà strada tra folk e country senza essere né l’uno né l’altro, forse anche per merito delle sottili contaminazioni (lo-fi, psichedelia assai vaga) che la incrociano senza soluzione di continuità.

Il cantautorato  molle ed indolente di Quinn si muove dunque su binari sempre molto classici, senza guizzi da virtuoso ma con la regolarità e la disinvoltura di poche illuminazioni anche intriganti. L’indole introversa ed amabilmente sfuggente, il controllo, l’essenzialità, l’aderenza ai propri cliché prediletti, trovano conforto in un’impronta sonora tra Saddle Creek e Jagjaguwar sempre parca negli arrangiamenti, efficace per la resa emotiva, scarna ma non tetra ed a suo modo indimenticabile. Per quanto sia proprio tutto fuorché pirotecnico, Donovan Quinn dimostra di conoscere bene i trucchi del bravo cantautore, quello attento a svelare la meraviglia nascosta nell’ordinario, e riesce anche nell’intento di rendere appetibilmente vario un lavoro dagli ingredienti altrimenti limitati. Il fantasma di Mr. Zimmermann torna a far capolino solo nel voce e chitarra d’altri tempi relegato alla traccia numero cinque, ‘Shadow On the Stone’, dopo aver rasentato il plagio soprattutto nel primo album condiviso con il “tredicesimo mese”. Questo consente di lasciare un po’ più spazio alle sorprese, a cominciare dagli echi di Twin Peaks che introducono la ballad narcotica ‘My Wife’, degna di un Simon Joyner minimalista, per proseguire con il numero à la Conor Oberst (la voce che si fa largo nel chiacchiericcio insistente prima di un fraseggio di chitarra ripulita) ed il taglio amatoriale, finto dozzinale, docilmente stentato e rumoristico (una bassa fedeltà gracchiante e bizzosa) che segna a fondo la registrazione in ‘Night Shift’ e che, al di là del vezzo formale, proprio non dispiace. Tutto il resto è riempitivo. Pure valida arte del frammento, sabotata con elettronica povera o intrisa di dolente romanticismo, ma pur sempre fuffa. Non l’avevo forse detto all’inizio di non aspettarvi chissà quale capolavoro?

    

maggio 11th, 2012

The Fleshtones @ United Club   04/05/2011

    

Se è vero che esistono tante disgrazie che non si augurerebbero a nessuno, vi sono anche innumerevoli esperienze che sarebbe bello tutti potessero far proprie, almeno una volta. In fatto di musica dal vivo, uno dei riferimenti che mi sento di far rientrare in questa categoria è senza dubbio l’incontro live con gli inossidabili Fleshtones, forse la band più divertente che mi sia capitato di ammirare sopra (e sotto) un palco, peraltro in più di un’occasione. Per la seconda in particolare ho scritto questo affettuoso e non certo imparziale live report, valido in fin dei conti anche per la prima, risalente ad un ormai preistorico concerto del ’98 all’Hiroshima. Come raccontare simili avventure a chi non abbia la minima idea di che deliranti show si tratti? Difficile, incompleto. Così almeno le parole nella mia cronaca, che pure riescono in parte a far riemergere quell’atmosfera unica e piacevolmente deragliante. I Fleshtones incarnano alla perfezione la purezza del rock’n'roll. Il suo spirito più genuino e scanzonato, la leggerezza gioiosa, l’inclinazione ad un carnevale perenne ed il piacere di fare musica assieme. “Festa” non è forse la parola esatta, ma è la prima che mi viene in mente. Dopo il pogo allegro di quella prima volta, per questo secondo rendez-vous avevo pensato (mi ero illuso più che altro) di poter “affrontare” gli attempati newyorkesi con quel minimo di distacco critico che fa sempre parte del mio bagaglio quando entro in un live club. Dispositivo della memoria ben acceso, macchine fotografiche scattanti, buona dose di impassibilità specie in caso di spacconate. Tutto inutile con i Fleshtones, come lo svolgersi sempre più scarduffato dello show dovrebbe aver dimostrato. Qualcosa più di quanto scritto nel report non mi riesce di dichiararlo, a parte che gruppi come questo sono una benedizione dalla quale si vorrebbe sempre venir baciati, possibilmente in un clima di totale condivisione. Ecco, mentre cercavo in rete la data esatta del concerto per questo pezzo di presentazione, mi ha spiazzato la scoperta che gli adorabili bastardi di Brooklyn l’hanno fatto di nuovo, nello stesso identico posto, il 20 marzo di quest’anno, e nessuno mi ha detto niente. Un’altra coccarda di merito per i Fleshtones è dovuta proprio alla frequenza delle loro sortite in Italia, oltre al numero esorbitante di concerti suonati dal 1976 ad oggi, motivo più evidente della loro fanciullezza imbattibile. Certo se questi eventi venissero anche un minimo reclamizzati, porca miseria…

maggio 7th, 2012

Gallantry’s Favorite Son

       

Sembra proprio non farcela a sfondare il muro dell’oblio il tenero Zio Scotty, nonostante un ottimo terzo album in curriculum ed i relativi auguri indiretti del sottoscritto nel pezzo dedicatogli giusto un annetto fa. Il delizioso ‘Gallantry’s Favorite Son’ ha raccolto nel frattempo molto meno di quanto meritasse, poca visibilità, scarsa attenzione ed una ancora eccessiva dose di superficialità da parte della critica facilona, incapace di rinunciare ai comodi paragoni con gli infinitamente più celebri Antony & The Johnsons e Devendra Banhart, validi in misura sempre più relativa. Una sorte un po’ triste quella del delicato folker australiano, condannato ad un immeritato anonimato e, per paradosso, all’immancabile confusione onomastica con il quasi omonimo collega inglese Scott Matthews, altro abbonato ad una carriera di scarsi riscontri. E dire che in questo caso aveva fatto davvero tutto per bene: dopo aver sfogato la propria (minoritaria) vena rock nel suo progetto originario, gli Elva Snow, con un nuovo disco e relativo tour dopo diversi anni dall’ultima volta, era tornato in studio con le idee e l’umore adatti, convinto dei propri mezzi ed intimo al punto giusto, né troppo frivolo né troppo lugubre. L’equilibrio pregevole tra l’anima triste e quella aliena ad ogni amarezza fa di questa sua più recente fatica anche il suo lavoro più compiuto e riuscito, dopo le meraviglie imperfette dell’esordio ed un seguito non esente da ingenuità, forse un po’ troppo sopra le righe. Non è bastato, evidentemente, a fare di lui una star, ma chi già lo apprezzava non può che aver raccolto tutte le conferme di cui andava in cerca, oltre a quella prima maturità che ancora mancava nella casellina con il suo nome. Se non si lascerà condizionare dallo sconforto, Scotty potrà regalare ancora grandissime soddisfazioni ai pochi devoti che hanno riconosciuto il talento cristallino dietro quella voce d’angelo.

maggio 3rd, 2012

Trilogia della Fondazione  _Letture

      

Asimov? Ma vorrai scherzare! Asimov? Ma veramente? Ti sei ridotto ad Asimov nel 2012? Ma non lo leggevi da ragazzino? Ti sembra il caso? Ok, quasi riesco a figurarmi il rosario di obiezioni che la stessa parte snob del sottoscritto sarebbe pronta ad intavolare per questa mia scelta estemporanea, tra il nostalgico ed il puerile, di un rifugio nel fantastico quasi fuori tempo massimo, un ritorno alle magiche letture di un tredicenne in cameretta e via. In realtà questo recupero di Asimov dopo circa vent’anni non è stato dovuto al semplice e ludico diletto tardo-adolescenziale bensì ad una fortuita coincidenza: l’essermi trovato con la fretta del diavolo a dover raccogliere un libro in biblioteca in uno dei reparti che solitamente evito di frequentare, per giunta dopo aver trascorso l’estate scorsa un’intera serata parlando con un cugino di narrativa fantastica, nello specifico proprio di questo ultracelebrato Ciclo della Fondazione. Avevo voglia di tornare a cimentarmi con un genere ed un autore che da giovanissimo trovai intriganti, cosciente di dover fare un salto dai semplici racconti brevi di allora ad un’opera tendente al monumentale, con il rischio quindi di uscirne del tutto sopraffatto in caso di noia. Che dire? Proprio leggerissima come avevo immaginato (e sperato) la lettura di questo classico monstre della fantascienza non è stata. Un pregio in un certo senso, a riprova che Asimov è valido per i lettori di ogni età. Certo all’inizio un po’ di fatica mi è costata: troppo piana ed asettica come scrittura, volta con caparbietà alla dimostrazione della sua brava tesi ed in fondo allergica a tutto ciò che si potrebbe  considerare un volo pindarico di stile. Con la giusta confidenza la curiosità ha comunque finito con il prevalere, ed è indubbio che la penna del buon Isaac nella seconda parte si faccia più avvincente. Non un capolavoro, comunque, secondo me, diversamente da quanto magnificatomi dal cugino a suo tempo. Perché lo diventi, forse, bisogna non aver mai spento il fuoco dell’amore per l’intero genere come ho fatto io. Colpa mia quindi.

Costringere nelle poche righe di una recensione la straordinaria epopea della Fondazione, nei primi secoli del suo percorso verso la nascita di un nuovo impero galattico, è impresa inutile prima ancora che ardua. Ben più significativo potrebbe rivelarsi invece il tentativo, pur lacunoso, di spiegare ai profani la science fiction firmata Isaac Asimov, almeno nell’incarnazione “giovanile” che è ben rappresentata da questa raccolta di nove racconti (poi strutturata in forma di trilogia ed ampliata – tra seguiti e prequel successivi – nel celebre Ciclo della Fondazione). E’ una forma di fantascienza ben poco convenzionale, almeno rispetto a come la potrebbe intendere il lettore giovane di oggi, ormai pesantemente condizionato da quanto passato negli ultimi decenni sul grande e sul piccolo schermo. Un tipo di narrazione giocato sui registri della solennità, dell’evocativo, di una lentezza che è sostanzialmente funzionale alla comprensione progressiva di un più vasto e complesso affresco, dove nulla deve essere lasciato al caso ed ogni dettaglio viene rivelato soltanto al momento giusto. Sono trascorsi tra i sessanta e i settant’anni da quando queste avventure videro la luce sulle popolari pagine della serie Astounding, e la prima considerazione possibile è che, purtroppo, siano invecchiate, non certo per causa loro. Difficile immaginare nel cuore tumultuoso di un preadolescente del 2012 un successo del Piano Seldon, della Psicostoriografia, del genio politico romantico di Salvor Hardin o delle picaresche astuzie del mercante illuminato Hober Mallow, se il confronto li dovesse trovare contrapposti alla martellante e chiassosa dittatura delle immagini, del 3D sempre più avvolgente, dei videogames iperrealistici ed allucinanti. Sarebbe – anzì, è – un peccato, ma rientra nella logica delle cose, nell’evoluzione (o involuzione) del gusto, nelle difficoltà che il romanzo deve affrontare ogni giorno nella sua battaglia ad armi non pari con i nuovi media. Eppure non tutto dovrebbe essere perduto, visto che uno dei personaggi meglio definiti della Trilogia è proprio una ragazzina, Arcady Darell: studiosa, volenterosa ed ancora irrimediabilmente incline alla fantasia. Se fosse sufficiente la vecchia arma dell’identificazione, con le vicende dell’agonizzante impero galattico e delle crescenti fortune del piccolo pianeta Terminus i giovani lettori potrebbero interiorizzare e condividere il fuoco di un autore innamorato della storia (meglio, della filosofia della storia) come pochi altri. Il fascino di questo grande romanzo risiede proprio, soprattutto, nella sua visione prospettica ad ampissimo raggio, nel disvelarsi inesorabile della sua trama interessando solo marginalmente i singoli attori in scena e solo in una più generale ottica finalistica, un processo collettivo che ai più ha correttamente ricordato la ‘Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano’ di Gibbon. Una fantascienza non iperbolica quindi, non pirotecnica, senza mostri mai visti prima o marziani ostili: parlata, concettuale, filosofica secondo una prospettiva hegeliana o marxista, dominata dall’intelligenza, dalla diplomazia, dall’arte della politica e del compromesso come strumenti cruciali di un destino superiore, ben più dell’azione spicciola, della forza bruta e di quella violenza che per Asimov non poteva che rappresentare l’ultimo, inutile “rifugio degli incapaci”.

Se non riesco a considerare questa raccolta un autentico capolavoro, ma solo un ottimo saggio di taglio umanistico, è per la superficialità psicologica di cui necessariamente soffrono i tanti personaggi che si avvicendano nella narrazione come un esercito di mattoncini in fondo sempre molto simili, gli anelli della sua lunga ed inossidabile catena. Questo limite è evidente soprattutto nei cinque racconti che compongono la prima e più schematica parte, dove l’inappuntabile successione / risoluzione delle varie Crisi Seldon è affidata nel racconto ad eroi eletti quasi per il loro valore archetipico e sociologico (strateghi, sacerdoti della scienza, commercianti) limitando al massimo il fattore imprevedibilità e lasciando ammirati unicamente per il talento di Asimov nel ricondurre tutto alla sacralità laica del “Piano”, cioè della Storia. Le cose cambiano significativamente in ‘Fondazione e impero’, con l’introduzione del personaggio più incredibile del romanzo, il fantomatico Mule, e nella terza parte, dedicata alla ricerca della non meno misteriosa “Seconda Fondazione”. Non è un caso forse che proprio la componente psicologica si ritagli negli ultimi tre racconti un ruolo di primo piano, contribuendo in maniera determinante agli sviluppi appassionanti delle vicende, in un gioco di specchi deformanti, di colpi di scena molto ben orchestrati e di sottotrame sempre più fantasmagoriche che finiscono con l’avvicinare la fantascienza di Asimov ad altre forme tipiche della narrazione popolare, dal giallo alla spy story, confondendo piacevolmente i riferimenti di genere. Fa quasi tenerezza oggi il futuro siderale della galassia immaginato dal grande Isaac, così incredibilmente ingenuo con tutte le sue televisioni, le telescriventi ed i microfilm, eppur per paradosso tanto più attuale nel raccontare una società in evidente declino come quella dei nostri giorni. Anche volendo essere generosi immaginando per il decadente occidente del 2012 una silenziosa rovina “verde” come quella dell’indimenticabile pianeta Trantor, possiamo ancora sperare che una Seconda Fondazione venga a salvare anche questo presente così poco illuminato dal rischio di un nuovo, inevitabile medioevo?

aprile 24th, 2012

Thee Oh Sees @ Spazio 211   19/05/2011

    

Stanno tornando, non vedo l’ora. OK, precisiamo. Mi lamento spesso che a Torino ci sono pochi concerti significativi di valide band alternative e che, di questi, una bella fetta è rappresentata da gruppi che tornano magari dopo intervalli brevissimi a calcare gli stessi palchi. Non smentisco il concetto, tanto più vero in questa primavera a base di repliche e con ben poche sorprese degne di nota (tipo i Flaming Lips, che atterreranno ad un km da casa mia a Luglio e sono un inedito assoluto in città). In periodi di vacche magrissime come questi, tagliare in maniera corposa il budget per i concerti è una scelta dolorosa ma necessaria (ci sono tagli e problemi ben peggiori, intendiamoci), resa un po’ più lieve dalla consapevolezza che molto di ciò cui si rinuncia in fin dei conti lo si è già visto. Dubito – per dire – che tornerò a vedere gli Sleepy Sun. Per gente come i Lower Dens o la Jon Spencer Blues Explosion vivo una sorta di microdilemma. Non nutro invece il benché minimo dubbio riguardo ai Thee Oh Sees, una di quelle formazioni fuori catalogo che rivedrei sempre e comunque. Non perché possano offrire chissà quale variazione sul tema: il canovaccio, a grandi linee, lo si è colto con buona approssimazione nello show del maggio scorso a Spazio, e dubito ci siano elementi in grado di far pensare a stravolgimenti di massima. Ad esempio perché il tour che approderà in italia a metà giugno presenterà le canzoni del recente ‘Carrion Crawler/The Dream’, le stesse già riservate ai pochi fan in occasione della visita precedente, quella (in teoria) riservata alla promozione di ‘Castlemania’. Anche sullo stile non c’é molto da vagheggiare: il gruppo di San Francisco si produce in una miscela di grezzissimo garage revival, con sessione ritmica preminente e carta bianca alla scarduffata e vitale isteria del suo capitano, John Dwyer. Davvero improbabili ripensamenti in corsa o ritorni alla più educata forma retrò di qualche annetto fa, quando la dolce Brigid Dawson sapeva tener testa al suo partner artistico in protagonismo. Nonostante le presunte conferme sulla proposta, lo spettacolo di questi quattro californiani imbizzarriti sarà senz’altro garantito: come ho scritto nel report del live precedente, è alquanto difficile trovare in circolazione band capaci della stessa purezza dei Thee Oh Sees. Incontenibili e rumorosissimi, barbari ma nel contempo raffinati citazionisti, sono quasi un genere a parte oltre che un bel manipolo di musicisti talentuosi. Se ve li foste persi e quanto scritto su indie-rock.it (link dalla prima foto in alto) vi incuriosisse, non passerà molto tempo perché possiate rifarvi. 

aprile 16th, 2012

Se i teschi non bastano

        

Se solo fosse sufficiente un nome, crudo e rabbioso, per dare credito alle squillanti sirene della critica marchettara in fissa per le paper press promozionali. Bastassero i chiodi neri, i riffoni, gli sporchi clangori metallici ed un passaparola ben orchestrato, allora i Band of Skulls da Southampton sarebbero davvero un gruppo garage come narrano in fotocopia tutte le webzine di questo mondo, e noi potremmo addirittura gioirne. Eh sì. Il secondo lavoro di questa giovane band inglese è tra i più promossi e chiacchierati in ambito rock alternativo di questo primo quadrimestre 2012, ma ancora una volta le etichette scelte non possono non destare perplessità. Tralasciando un terzetto di episodi particolarmente bruttini (l’insipida ‘Close To Nowhere’ e le prevedibili ‘Devil Takes Care of His Own’ e ‘Lies’, inutili, quadrate, scolastiche), il disco tende a non deviare da una norma fatta di ammiccamenti, buoni automatismi ed un costante e discreto compromesso tra muscolarità ed accessibilità.

Pezzi come ‘Bruises’ e ‘You’re Not Pretty But You Got It Going On’ mostrano i denti di metallo e al tempo stesso non tralasciano l’aspetto emotivo. Un colpo al cerchio ed uno alla botte che non possono tuttavia evitare quella sensazione di didascalico, di schematismo rock granitico che è sempre ben presente e non si può certo dire desti chissà quale impressione, pur lasciandosi seguire. Non lesinano sull’elettricità i ragazzi. In brani dal sicuro appeal radiofonico come la title track o ‘Wanderluster’ appaiono solidi, sfacciati, poderosi e competenti, felicemente ed intelligentemente ruffiani, anche se il garage è davvero tutto un altro paio di maniche. E’ insomma un album ben prodotto e di facile presa questo loro sophomore, e c’é da scommettere che garantirà loro riscontri ragguardevoli non solo in patria. Eppure al di là dell’attenzione alla forma, innegabile, a quel suono sempre troppo giusto, ad una scrittura eccessivamente soppesata per convincere davvero (vedi gli assoli un tanto al chilo e sempre quando ce li si aspetta), non si può dire ci sia poi moltissima sostanza. Forse il rock dovrebbe essere sempre così scevro da sovrastrutture, ma un po’ più di impulso e sentimento non credo guasterebbero.

Svuotata la borsa delle recriminazioni, restano da menzionare i punti di forza effettivi su cui la Band of Skulls avrebbe buon gioco ad insistere. Il dischetto gira meglio, molto meglio, quando la sensuale bassista Emma Richardson si ritaglia un ruolo da protagonista indiscussa ed i ritmi rallentano. E’ il caso di una canzone bella, semplice e delicata come ‘Lay My Head Down’, che ricorda (per restare a questi anni e saltare a piè pari il revival) gli Sleepy Sun in cui cantava Rachel Fannan, quelli più posati e dilatati nella contemplazione elegiaca. Non male poi quel paio di passaggi curiosi in cui il terzetto inglese si discosta dallo stereotipo più strombazzato e finisce col somigliare ad altri anomali connazionali: i primi Turin Brakes nel delicato duetto con chitarra di ‘Hometowns’, oppure quello che ha tutto l’aspetto di un accorato omaggio ai Delgados (‘Navigate’), che sa essere incisivo senza forzare. Non certo i cavalli su cui hanno puntato il maggior numero di fiches, ma in fondo chi potrebbe dire dove si nasconda realmente l’anima di questo gruppo? Forse puntano ad un successo più rapido e convenzionale, forse sono semplicemente artisti indipendenti consigliati male (o bene, a seconda dei punti di vista). L’impressione è che un talento ci sia anche se non è quello che le logiche promozionali tendono a decantare. E che vada coltivato con un pizzico di passione in più. Va beh, mi sa che questo l’ho già detto.

      

aprile 10th, 2012

Rock’n'roll Submarine

       

Una recensione affettuosa, all’improvviso. Il pezzo scritto per Monthlymusic lo scorso maggio non può che rientrare nella striminzita categoria delle critiche composte più con il cuore che con la testa, e quasi inevitabilmente edulcorate da una sincera partigianeria. Non si spiega altrimenti la mia incapacità di approdare ad una stroncatura piena, nei confronti del classico disco senza valide idee e con troppa pancetta stilistica quale è a tutti gli effetti questo ritorno in scena degli Urge Overkill dopo tempo immemore. La verità è che non me la sono sentita. Troppo affetto per questi rocker spesso bistrattati ed ormai invecchiati, ancora capaci a ben sentire di una purezza intatta e commovente. Per riuscire a raccontare nel modo più completo possibile (ovvero con tutte le attenuanti del caso) la genesi di questo faticoso nuovo album, ho dovuto affidarmi all’artificio di una doppia recensione che gettasse un ponte ideale tra il nuovo lavoro e quello precedente, ‘Exit The Dragon’ del 1995, da me e da pochi altri considerato il capolavoro del gruppo. Sul filo di un confronto per forza di cose impietoso, non ho potuto che aggrapparmi all’unico aspetto realmente positivo di questo rientro in pista per enfatizzarne con sguardo bonario i pregi: l’onestà delle nuove canzoni. ‘Rock’n'roll Submarine’ sarebbe parso vecchiotto anche diciassette anni fa: un po’ anabolizzato, un po’ hard rock, e senza lo smalto gradito di una produzione decente, un po’ come erano stati tutti i dischi degli UO prima del pur modesto successo commerciale di ‘Saturation’. Con questa costanza nel replicare senza distinzioni meriti ed ingenuità del proprio passato, Nash Kato e King Roeser mi hanno strappato un sorriso di quelli buoni. L’orgogliosa indifferenza alle mode è di fatto uno degli aspetti che più amo in un artista, anche quando questo comporti opere difficilmente difendibili come quella che qui ripresento. Nello scrivere il pezzo il mio intento era quello di fare luce su una band a suo modo unica nel parallelo tra il dignitoso anonimato di oggi e quel lampo fortunato risalente a quasi venti anni fa. Di fatto doveva trattarsi di una reclame per il loro miglior lavoro, proprio quello cui vorrei rimandare anche in questa occasione. Quel che dovevano dare gli Urge Overkill lo hanno dato. Per loro sfortuna saranno ricordati quasi esclusivamente per una cover prestata ad una colonna sonora, una vera beffa considerando che di belle canzoni ne hanno scritte. Cercatele in ‘Exit The Dragon’ allora, o nel lato A di ‘Saturation’. Questo ‘R&R Submarine’ lasciatelo invece ai dinosauri come il sottoscritto, gli unici capaci di trovarvi almeno un barlume di senso.

La frenesia dell’era del download un disco del genere lo fa a brandelli senza pietà. Anche una band del genere, rimasta ferma ad un’epoca in cui internet esisteva ma non era ancora il nostro mostro quotidiano. Per me che vivo bene oggi come vivevo bene ieri, gli Urge Overkill rimangono una delle figurine più luccicanti nell’album dell’adolescenza. Li ho anche visti live qualche mese fa, non mancherò di parlarne più avanti. Per ora dirò solo che, a molti giovani gruppi oggi sulla cresta dell’onda, di merda ne danno ancora tanta.

marzo 19th, 2012

Deerhunter + Lower Dens @ Sala Espace 06/04/2011

    

E’ passato già quasi un anno dalla mia prima volta al cospetto di uno dei migliori artisti emersi negli ultimi dieci anni, quel Bradford Cox che con il progetto Deerhunter ha saputo licenziare un paio di album realmente significativi in un momento altrimenti non troppo esaltante. Un anno che sembra un secolo, amplificato dalla distanza e dal desiderio di chi vorrebbe ritrovare dal vivo quelle canzoni emozionanti. Nel frattempo Cox si è nuovamente fatto vivo con il terzo disco (valido, non esaltante) della sua più intima incarnazione, Atlas Sound, ma è improbabile che lo si ritrovi nuovamente in Italia prima di un paio d’anni, forse anche di più. Peccato, e per fortuna. Concerti come quello dei Deerhunter alla Sala Espace valgono già solo per l’eccezionalità dell’evento in sé. Verrebbe voglia di definirli incredibili, non fosse che già in studio il cantante e chitarrista di Athens ha dimostrato di essere un autore come ce ne sono pochi in circolazione, e che dal vivo la sua band gode di una fama stellare nonostante i pochi anni di attività. L’occasione per un ripasso prezioso la si avrà a fine maggio, anche se riguarderà esclusivamente il gruppo apparso come opening act, quei Lower Dens che furono un’autentica rivelazione sul palco di via Mantova. Non solo per il bellissimo set a base di dream-pop rumoroso ma disciplinato con cui incantarono la platea (ed il Cox spettatore), ma anche per la piacevole scoperta rappresentata in quei giorni dal loro sorprendente album d’esordio, ‘Twin-Hand Movement’. Avevo lasciato Jana Hunter diversi anni prima, oziosa e futilissima alla corte freak folk di Devendra Banhart, e l’ho ritrovata visionaria e convincente tra i fumi insopportabili di una sala tango. L’atteso sophomore ‘Nootropics’ sarà nei negozi il primo maggio, e c’é da scommettere che si tratterà di una conferma piena. Seguirà un tour europeo con un paio di date in Italia. Omettendo di menzionare anche l’imminente capitolo secondo del side project del chitarrista Lockett Pundt (Lotus Plaza: l’LP in uscita ad aprile si intitola ‘Spooky Action at a Distance’ e potrebbe rivelarsi un’ulteriore sorpresa) per la comitiva di Cox l’attesa sarà comunque lunga e bisognerà far tesoro dei (tanti) momenti fenomenali di questo show torinese: le pazzesche architetture elettriche di ‘Desire Lines’, i vortici siderali di ’60 Cicle Hum’, l’ipnosi collettiva assicurata dalla vecchia ‘Octet’, la commozione sincera di ‘He Would Have Laughed’, la pelle d’oca di ‘Helicopter’ (che nel report ho definito “una delle più belle performance degli ultimi anni” , parole che mi sento di ribadire oggi). Potrebbe non essere un male, considerando che con lo scombiccherato (ed emotivamente instabile) Bradford può sempre capitare una serata storta come quella di un paio di settimane fa a Minneapolis, quando lo spilungone ha riservato al pubblico il supplizio di una cover di ‘My Sharona’ lunga un’ora (!!!?) per punire in modo esemplare la richiesta fuori luogo di uno spiritoso spettatore. Genio e sregolatezza – evidentemente – ancora una volta in coabitazione dentro lo stesso guscio di nervi ed ossa.

Che poi, diciamocela tutta: che roba pazzesca dev’essere stata una cover eterna di ‘My Sharona’ portata su un palco da Bradford Cox?

marzo 12th, 2012

Mark did it again…

        

Mark l’ha fatto ancora. Difficile dire come ci sia riuscito, così tanto tempo dopo l’ultima volta e sull’onda di un azzardo insolitamente confezionato, ma quel che conta davvero è il risultato, qualcosa che rasenta il miracolo. Un nuovo disco di Lanegan e solo di Lanegan, nonostante il dettaglio della parola “band” sulla copertina, è già di per sé un evento. Dopo ‘Bubblegum’ ed il relativo tour, il tenebroso rocker statunitense confessò in più di un’intervista che un seguito sarebbe arrivato a strettissimo giro di posta, che molte idee erano già state abbozzate e, insomma, si sentiva ben disposto a battere il ferro ancora caldo fatti salvi eventuali intoppi di percorso. Non so se sia corretto considerare Isobel Campbell uno di tali inconvenienti, visto che due dei tre album realizzati nel frattempo con lei da Mark mi sono anche piaciuti, né saprei dire se il volume delle numerose collaborazioni / ospitate imbastite dal Nostro come i grani di un rosario sia davvero la causa unica di un così cospicuo ritardo. Sia come sia, restano gli otto lunghissimi anni tra la precedente fatica solista e questo nuovo ‘Blues Funeral’, un intervallo di tempo siderale ed in fondo non giustificabile. L’impressione – dopo un’adeguata razione di ascolti – è che comunque ne sia valsa la pena, indipendentemente dalle legittime recriminazioni sul conto dell’eroe navigato della Seattle che fu. Basterebbe da solo l’atteggiamento, sfrontato ed intelligente, con cui le nuove canzoni si presentano: illudendo. Promettendo una rivoluzione che sa tanto di specchietto per le allodole (i critici, che in linea di massima non sembrano aver troppo apprezzato) e rimane di fatto tutta sulla carta. All’innegabile dirottamento dell’orizzonte sonoro non corrisponde infatti un analogo cambio d’abito mentale, e il disco va quindi articolandosi come una profonda e puntuale riflessione sul passato dell’artista. Si riparte, inevitabilmente, da dove ci si era fermati ai tempi di ‘Bubblegum’, con una ‘Gravedigger’s Song’ che puzza di fuliggine e pistoni né più né meno della vecchia ‘Metamphetamine Blues’. Proprio quell’animo rock torbido e siderurgico riesce ad imporsi sui foschi artifici formali approntati per il nuovo lavoro quasi fosse un istinto insopprimibile, con meno sfumature rispetto alle precedenti e più ortodosse produzioni  ma fondamentalmente con tutto ciò che serve al posto giusto. Non si potrebbe spiegare altrimenti il tono aggressivo e pestone oltreché squillante dietro l’irresistibile pastrocchio di ‘Quiver Syndrome’, ibrido impossibile (e felicemente pacchiano) tra gli Screaming Trees galoppanti di ‘Uncle Anesthesia’ ed i Dandy Warhols più esuberanti e pop. La dark-wave (o cold-wave, che dir si voglia) si ritaglia un ruolo da protagonista come eloquente in uno dei pezzi di punta, ‘Grey Goes Black’, ma è innegabile che i cupi pastelli colorati ed i synth abbiano su la stessa identica polvere che ammantava le chitarre elettracustiche delle ‘Field  Songs’.

Un po’ a sorpresa per chi temeva da lui il passo falso (che non arriva), Mark convince proprio per l’abilità con cui ha saputo piegare la forma alla sostanza evitando di svilire lo stile nella maniera, lasciandogli seguire al contrario la propria più intima natura di cantautore. In pochi avrebbero saputo rendere tanto autentica e naturale una sterzata espressiva rilevante come questa, senza cadere nel ridicolo o quantomeno in una sgradevole sensazione di artefatto. Ancora capace di un romanticismo d’altri tempi, Lanegan si è rivelato inappuntabile nel non sacrificare classicità ed epos alle sirene di un suono oggi di moda , riuscendo nell’impresa di conciliare questi suoi tratti peculiari con l’estetica nuova, elegante e funerea, che da smalto ad un pugno di irresistibili murder ballads. Nondimeno il Nostro ha voluto conservare – in linea con il titolo scelto – quell’impronta blues che è da sempre nel suo bagaglio d’artista, per quanto oggi trasfigurata da questo make-up sonoro tetro e modernista. Le atmosfere agri di un passato non troppo distante, ricontestualizzate da sottili sporcature o da inserti volutamente incoerenti (‘Deep Black Vanishing Train’), un finale degno dell’epica ruvida di ‘Whiskey For The Holy Ghost’, perfino gli spifferi di un’inquietudine che chiama in causa i migliori fantasmi dell’era grunge (Cobain il riferimento scontato in ‘Leviathan’): a uscire realmente esaltata da questo spericolato viaggio a ritroso è la protagonista di sempre, quella voce allucinante e catramosa. Che satura gli interstizi armonici di un nuovo, magico esorcismo metropolitano (‘St. Louis Elegy’), o si lascia incorniciare da un contesto sonoro alieno ma mai sopra le righe, anzi, sempre impeccabilmente al suo servizio: tastiere liquide, elettronica retrò a manciate, drum machine inesorabili (‘Harborview Hospital’, che sembra una di quelle vecchie pellicole del cinema muto colorate ad acquerello). Se i singoli episodi convincono, è il disco nel suo complesso a funzionare come affresco coerente ed ammaliante: quel che ci si aspetta da un Mark Lanegan in buono stato di forma quale è a tutti gli effetti l’autore di ‘Blues Funeral’ , album capace di commuovere, affascinare e spiazzare (‘Ode To Sad Disco’,  tutto un programma) assumendosi tutti i rischi del caso senza commettere ingenuità o passi falsi. Quando si parla di fuoriclasse…

      

marzo 8th, 2012

Sorella, mio unico amore  _Letture

      

Ecco il caso di un libro che fa male. Non amo concetti come quello appena espresso, forse perché non sono così suggestionabile dalla lettura, ma devo riconoscere che rispetto a molti altri romanzi affrontati in tempi recenti, questo di Joyce C. Oates si è dimostrato effettivamente ostico e ben poco accomodante. Non conoscevo questa prolifica autrice newyorkese vincitrice di un National Book Award ed ammetto di aver fatto un po’ di fatica a riconoscerne il talento. Entrare psicologicamente in sintonia con il travagliato bambino protagonista è impresa ardua, e la Oates non ne agevola la riuscita infarcendo i passaggi descrittivi di dettagli apparentemente insignificanti, che tornano sempre identici e sempre diversi a più riprese, appesantendo per forza di cose la prosa. E’ un modo per rendere le ossessioni che alla fine paga. Dopo cinquanta pagine ho odiato il libro. Dopo cento continuavo ad odiarlo, ma mi sentivo obbligato a procedere. Dopo duecento non potevo smettere, pur trovandolo sempre più sgradevole, perché era come ne venissi attratto con la forza. Inevitabile quindi procedere e affrontare l’angoscia, un senso di claustrofobia sottile, ma indubbio. Saper influenzare così profondamente il lettore, per giunta uno scettico e poco sfarfallante come il sottoscritto, non è proprio da tutti. Ecco perché quest’opera, pure non bella, pure brutale e tristissima, mi ha convinto. Alcuni passaggi, come il resoconto amaro della prima travagliata relazione sentimentale dell’anomalo antieroe, sono magistrali. Fino alle ultime pagine la tensione è gestita con scaltrezza ma senza ruffianeria. Peccato solo per un finale che stona un po’, viste le premesse: una concessione – la prima – che è forse troppo americana e troppo consolatoria per strappare l’ultimo applauso.

L’infanzia spezzata di una piccola campionessa di pattinaggio, ispirata nemmeno troppo fantasiosamente ad un terrificante fatto di cronaca che fece il giro del mondo alcuni anni fa (la morte misteriosa della reginetta di bellezza JonBenét Ramsey), è lo spunto banale su cui Joyce Carol Oates ha costruito questo voluminoso ed affilatissimo romanzo. L’azione è scarsa, stagnante, nelle vicende dei protagonisti letteralmente scisse tra un prima ed un poi, con la sola voce narrante dell’eroe Skyler Rampike a guidare il lettore nei meandri di un inferno dei sentimenti e a rendere testimonianza  di un’evoluzione – profondamente peggiorativa – di ogni forma di umana relazione nel cuore di quello che dovrebbe essere il vero baluardo di una società cristiana, benestante e progredita, fatta a pezzi un po’ per volta dalla Oates con freddezza chirurgica. Anonimo ed insignificante “come una bolla di sapone”, ridotto già in tenera età allo status di “nota a pié di pagina” nella vita dei suoi cari, Skyler è il figlio “sopravvissuto” di una scellerata famiglia nordamericana che è tanto più impressionante quanto più plausibile, iper-realista, volendo accogliere la metafora pittorica. E’ la nota stonata all’interno del cerchio perfetto di casa Rampike: la delusione mai taciuta di un padre in carriera, omofobo ed ignorante, che sognava per lui un futuro di successi sportivi, professionali ed erotici, su un sentiero disegnato con mano ferma ed ottimista ma stracciato presto da un destino assai più concreto ed impassibile; è la vergogna di una madre divorata dalla propria smisurata ambizione e da un senso di frustrazione ugualmente totalizzante, resa cieca dal desiderio di esserci, apparire e primeggiare al pari dell’alta società del New Jersey, pur dovendosi limitare alle imitazioni pacchiane dello stile, del bon ton e delle etichette e pur dovendo brillare della luce riflessa del piccolo mostro Edna Louise / Bliss, tagliando per il successo e prodigio artatamente modellato con bieco cinismo, trasfigurato per la gloria fatua dei media sin nella sacralità del proprio nome di battesimo.

Indifferente ai virtuosismi formali ed al ricamo edificante delle belle lettere, l’autrice ha confezionato una spietata e malsana rappresentazione sugli orrori del quotidiano adottando con impressionante rigore e fermezza il punto di vista di un adolescente piegato come Atlante da tutto il peso del mondo: tormentato dai sensi di colpa, derubato di ogni affetto e devastato dall’abuso di farmaci e dalle inappellabili sentenze di un esercito di psichiatri senza dignità alcuna. La prospettiva scelta è il campo di osservazione privilegiato sulle disfunzioni di una tipica famiglia yankee della middle class sbirciata da dentro e dal basso, vivisezionata con il bisturi impietoso della realtà grottesca – colore sempre vivido nel pantano della memoria – e ricomposta come in un procedimento tassidermico amatoriale attraverso la lente deformante di uno spirito ancora puro, per quanto minato da troppi disagi e perseguitato da troppi fantasmi. Lo stream of consciousness mimetico e senza filtri affidato alle scarne velleità poetiche e metanarrative del mite Skyler è il vero colpo di bravura della scrittrice di Lockport, poiché consente al lettore uno sguardo crudo e non convenzionale sui guasti nelle dinamiche interpersonali, sulle distorsioni comunicative ed emotive all’interno di un istituto familiare sempre più in crisi, i cui falsi miti cadono uno dopo l’altro grazie alle inquietanti e confuse scoperte dell’eroe bambino. L’ambiguità regna sovrana ma è un valore aggiunto, per come tratteggia l’atmosfera torbida e mostruosa in cui si specchia ignaro il piccolo protagonista, lasciando a chi legge il brivido crudele ma impagabile della consapevolezza.

La scrittura rinuncia ai belletti optando per un’aderenza piena e realistica, per quanto alterata dalla prospettiva in soggettiva. E’ frenetica, compulsiva, infarcita, ridondante e profondamente discontinua, tutta salti, anticipazioni, flashback e ritorni ossessivi, come il flusso schizofrenico di informazioni nel grande baraccone televisivo o come l’intrecciarsi quasi fisico delle voci nei ricordi “frammentari e corrosi” del protagonista, presentati come “in un sognante montaggio cinematografico”. Nondimeno rivela una sua rigorosa coerenza e sa essere scorrevole, come una materia magmatica che avanzi lenta ma inesorabile. Con il suo ritmo a singhiozzo, l’insistenza su dettagli marginali, le continue ripetizioni ed i repentini cambi di registro (dal soliloquio alla telecronaca, dagli articoli di giornale al guazzabuglio pop da talk show, alla formula del racconto epistolare) il risultato per il lettore è qualcosa di inevitabilmente faticoso e talvolta irritante, per quanto non privo di un fascino innegabile che ha gioco facile nell’irretire a piccoli passi chi si riveli più paziente. ‘Sorella, mio unico amore’ è però anche molto di più: una critica feroce alla morbosità dei media, alla stampa scandalistica e, prima ancora, all’inarrestabile speculazione sul dolore e sulle tragedie che negli Stati Uniti (ma anche da noi, sia chiaro) sembra aver oltrepassato di molto la soglia della decenza. Non a caso il personaggio cruciale (come nella vicenda Ramsey) è l’ignobile figura materna, infervorata presenzialista televisiva, autrice letteraria in preda a misticismo d’accatto ed imprenditrice del dozzinale di successo con la sua linea “Profumo del Paradiso”. <<Dalle ceneri di una tragedia si raccolgono dei frutti: questo è il modello di vita americano>>, l’epitaffio agghiacciante. A compensare l’acredine è sufficiente tuttavia il disarmante candore della vittima che si crede carnefice, uno Skyler protagonista titanico che non può non intagliarsi nella memoria. Affidandosi alla grazia del suo sguardo, il romanzo si riscatta dal rischio di esaurirsi in un pamphlet in fondo sterile e diventa una parabola potente sulla perdita e sul perdono.


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