L’Anno della Lepre _Letture

       

L’Anno della Lepre, un libro semplice e semplicemente delizioso. Un titolo che consiglierei perché fa fine (senza essere fighetto) e non impegna, anzi. Una favoletta dei nostri giorni – si fa per dire, ha quarantadue anni ma li porta benissimo – che intrattiene incantando e conservando il necessario margine per un sincero, mite antagonismo , qualità entrambe rare in questi tempi di standardizzazioni ruffiane e battaglie (sempre troppo) interessate. Da leggere e da amare, per scoprire che magari c’è ancora un piccolo Vatanen dentro tutti noi.

 

Nauseato dal proprio lavoro e dalla routine di Helsinki, snervato da una moglie priva di ogni buon gusto e che, come non fosse abbastanza, non ha mancato di mettergli le corna, Kaarlo Vatanen è un giornalista quarantenne in piena crisi d’identità. Una sera d’inizio estate, al rientro da un servizio fuori porta, lui e un collega fotografo investono un leprotto che fugge terrorizzato nel bosco. Raggiunto e medicato l’animale, Vatanen sente che l’occasione per una fuga da quel mondo così indigesto è propizia e la coglie al volo: si dà alla macchia tra gli improperi del compagno di viaggio e a casa non tornerà più, abbracciando prima con qualche esitazione, poi con disinvoltura assoluta, una vita raminga ma enormemente più sana e consapevole, con la sola compagnia di quella lepre salvata da morte certa. Lo seguiamo così per un anno nei suoi spostamenti di paesino in paesino, dal sud più urbanizzato verso il nord aspro e selvaggio della Finlandia, prima di un fugace e deludente ritorno dalle parti della capitale e il definitivo confino volontario nelle foreste della Lapponia più profonda, immerso nella meraviglia incontaminata della natura e lontano da tutto e tutti. Lo vedremo cavarsela in maniera sempre più convincente, dapprima grazie al ricavato della vendita della sua barca, quindi con gli utili derivanti da mestieri sempre più umili e duri, rivelando doti pratiche e una capacità di adattarsi all’asprezza del territorio inimmaginabili per un semplice (presunto) imbrattacarte di città.

 

Nondimeno, pedinare lui e il suo amico impellicciato nel loro girovagare senza meta apparente offrirà a noi lettori l’opportunità di conoscere uno dei paesi più remoti e bizzarri del continente europeo, sonnacchioso nei ritmi blandi imposti da un ciclo delle stagioni particolarmente rigido eppure così prossimo a noi per quanto concerne l’organizzazione della cosiddetta vita civile, con le immancabili storture della politica e della burocrazia, l’ottusità imperante di chi è al potere o deve premurarsi di difendere i confini nazionali, e l’immancabile specchio rovesciato che vorrebbe far passare il mite Vatanen per un pazzo squinternato perché non più incasellabile, quando è evidentemente vero l’esatto contrario, che la follia dilaga indisturbata proprio nelle schiere rispettabili degli “integrati”: vecchi preti con il pallino delle armi, funzionari di polizia con la fissa (forse non a torto) dei complotti di stato, invasati neo-pagani già promossi all’insegnamento, ubriaconi d’ogni fatta e orde di borghesi cafoni con manie di onnipotenza.

 

“L’Anno della Lepre” è un piccolo romanzo agile ed estremamente gradevole, di quelli che si divorano in una manciata di ore, non impegnano granché e lasciano il piacevole retrogusto di una morale spiccia che non puzza di moralismo. E’ assurto un po’ a sorpresa al rango di cult-book, non solo in patria – dove deve essere ormai una sorta di mito per almeno tre generazioni di lettori – ma anche da noi. Il motivo di tanto successo non dovrebbe essere in realtà difficile da cogliere: il libro è figlio del suo tempo, dello smarrimento di metà anni settanta dopo le illusioni presto tradite del sessantotto, del disincanto e del rifiuto ma anche di un’inesausta speranza nell’uomo e nel buon senso. Pur avendo già compiuto i suoi primi quarant’anni, si dimostra tuttavia un’opera in splendida forma, attualissima per come sa ancora parlare ai più giovani anche in anni di crisi ben più generalizzata, come quelli che stiamo vivendo. Era decisamente in anticipo sui tempi del 1975, quando le grottesche sirene new age erano ben lungi dal manifestare le loro fascinazioni standard da quattro soldi, quando nessuno o quasi andava predicando la necessità di una decrescita felice, quando ambientalismo ed animalismo non si erano ancora trasformati in vezzi alla moda globalizzati, ma rispecchiavano un sentimento più sincero e in aperta controtendenza.

 

Ecco perché, come il “Walden” di Henry David Thoreau (testo che per l’ancora emergente Paasilinna deve aver rappresentato qualcosa più che un semplice modello umanistico-letterario), questo racconto (o collezione di racconti, se vogliamo) è invecchiato così bene, anche adesso che non c’è più un Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche da cui guardarsi quasi con terrore, quando si sconfina nella propria ostinata caccia all’orso (anche se con Putin al comando in Russia, insomma…). La guerra fredda è finita ma le cose non sono migliorate affatto. Gli squilibri restano tutti in campo, ancor più estremizzati d’un tempo. C’è più consapevolezza solo sulla carta, anzi, solo nella rete, per quanto il coraggio di un vero anticonformista à la Vatanen sia forse oggi merce ancor più rara di allora. Una pigrizia emotiva e sociale pare averci resi tutti più fiacchi e, anche quando vediamo che le cose non viaggiano come dovrebbero, manca una vera reazione, perentoria, al di là della pallida indignazione di facciata. Forse stiamo solo aspettando, tutti, che la nostra lepre venga a salvarci…

8.5/10

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