Il Commesso _Letture

       

Ho da poco ultimato la lettura dell’ennesimo buon libro a firma Mordecai Richler, “L’apprendistato di Duddy Kravitz”, che per tematiche e ambientazione mi ha ricordato, e non poco, il capolavoro che qui presento. Di Malamud avevo affrontato solo il torvo (e irrisolto) “Gli inquilini”, ma “Il Commesso” è opera di tutt’altro livello, per finezza psicologica (il protagonista de “Le vite di Dubin”, letto recentemente, si conferma su questi eccelsi registri “filosofici”) e per la statura morale quasi dostoevskijana dei suoi protagonisti. Non certo un romanzo spensierato, anzi, il tenore tende al deprimente, ma anche una testimonianza che il realismo nudo e crudo (non sporco come in Richard Yates ma, insomma, a buoni livelli di grettezza) può dare forma a opere indimenticabili. Il fatto che mi sia tornato in mente dopo qualche anno lo dimostra, e a parti inverse non è detto che la simpatica canagliata del Richler giovane ci sarebbe riuscita: c’è un diverso spessore drammatico ad animare “il Commesso”, e dove là c’è una rincorsa sfrenata al successo, qui l’atmosfera rimane stagnante, fatalmente, eppure quantomai mirabile. Consigliatissimo come introduzione all’opera di un autore straordinario quale Malamud era.

New York, primi anni cinquanta. Morris Bober è uno stanco commerciante di generi alimentari. Sessantenne, ebreo non praticante, immigrato dalla Russia in giovane età, ha inseguito senza troppo ardore il miraggio di una prosperità che si è sempre fatta beffe di lui. Ha sacrificato moltissimo, prospettive alternative e amicizie, ma gli ha detto male perché in malora è finito un po’ tutto il quartiere operaio in cui aveva scelto di isolarsi tempo addietro. Dopo oltre vent’anni di attività la crisi economica morde con più ferocia che mai, la miseria sembra l’unico pane che si vende sempre benissimo e, come non fosse già abbastanza, c’è da fare i conti con la concorrenza spietata del tedesco Heinrich Schmitz e del suo nuovo sfizioso negozio, pochi metri più in là. I lunghi tempi morti che il suo mestiere gli impone costringono poi lo sventurato Bober a ripercorrere con la mente tutto un rosario di scelte sbagliate, più o meno remote nel passato, dal non aver preso la licenza per la vendita dei liquori (colpo di genio dell’odiato e altrimenti malaccorto Julius Karp) all’aver lasciato che la propria gastronomia si riducesse alla blanda botteguccia d’alimentari che è oggi. Per non parlare dei tanti altri dispiaceri che lo assillano e turbano regolarmente il suo riposo: i debiti da pagare, le rimostranze della consorte Ida, il dover far affidamento sui contributi finanziari della figlia Helen, che avrebbe voluto laurearsi ma ha dovuto lavorare presto, e poi il dolore mai sopito per la prematura scomparsa del figlio Ephraim, oltre alla pena sconfinata nei riguardi dell’intera comunità attorno a lui, arrancante e provata nell’anima. A sostenerlo in una missione che ormai rasenta la follia, una dignità incrollabile e fuori dal comune, la sola spinta a non arrendersi e andare avanti.

La rapina ordita ai suoi danni da un paio di delinquentelli parrebbe il colpo di grazia. Con il negoziante costretto a letto per rimettersi in sesto, sembra proprio non ci siano più margini per la speranza, quand’ecco manifestarsi provvidenziale il soccorso del giovane e schivo vagabondo Frank Alpine, che si offre di dare una mano per il periodo di tempo necessario senza chiedere nulla in cambio eccetto l’opportunità di fare pratica come commesso. Vinte le titubanze dei Bober, Frank porta una ventata d’aria fresca nel piccolo emporio e anche gli affari iniziano lentamente a ingranare. Ripresosi, colpito dai miglioramenti d’esercizio e commosso dai racconti sui trascorsi tristi del ragazzo, Morris decide di destinargli un pur modesto stipendio settimanale e tacita la moglie che lo vorrebbe lo stesso lontano da lì, insospettita dal modo in cui l’aiutante guarda Helen. Tormentata dalla natura di goy e italyener del dipendente, Ida è l’unica ad aver colto la sua passione nascente per la ragazza, ma nessuno ancora sa come questi alleggerisca talvolta gli incassi del negozio, né che si sia proposto per il lavoro al solo scopo di mondarsi la coscienza per aver preso parte (pur non volendolo) a quella rapina. I meccanismi ad ogni modo si sono innescati. Frank riesce faticosamente a conquistare il cuore della ragazza e per onorare il sentimento nei confronti di lei cerca di migliorarsi nell’aspetto e nei modi, prende a leggere libri e smette di rubare, desiderando anzi restituire un po’ alla volta anche i 140 dollari via via sottratti alle magre casse dei Bober. Nella figura del rapinatore Ward Minogue, il passato tornerà tuttavia a pretendere da lui il conto che pareva saldato dalle sue buone azioni. Il “peccato originale” gli sbarrerà la strada, annienterà la fiducia che il negoziante ha in lui, allontanerà di nuovo la dolce Helen (forse non irrimediabilmente) e lo indurrà a un lento annientamento nel sacrificio che farà di lui quel che forse è sempre stato per indole: un ebreo, votato alla sofferenza perenne, degno erede di Morris nella prigione che è il suo negozio.

Una Brooklyn cupa, nascosta e tormentata da un inverno che pare senza fine è il teatro perfetto per questo sobrio inno alla disillusione e al fatalismo, sviscerato con straordinario rigore narrativo, andatura piana e lineare, senza clamori e con colpi di scena mai inclini al facile teatro, perfettamente assorbiti dalla felice plausibilità del racconto. E’ una tragedia intima e insieme corale “Il Commesso”, che usa magnificamente il filtro realista per rendere a fondo la verità emotiva e psicologica dei suoi protagonisti: sogni, menzogne, ideali, vergogne e piccoli grandi dilemmi morali – questi soprattutto – in una parola, la loro umanità. Ci riesce come meglio non potrebbe, perché alla fine i tre primattori sul piccolo palco predisposto dall’autore si stagliano sui fondali di questa sconfortante parabola con un nitore e una forza non comuni, indimenticabili per il lettore che si conceda loro con la necessaria empatia. E’ anche una lunga ma agilissima riflessione sul potere del perdonare, sull’assuefazione perversa all’altrui fiducia, sul sacrificio e l’espiazione, sui tiri mancini di una sorte ineluttabile, impossibile da buggerare, sulla solitudine e sugli inganni, rivolti verso il prossimo ma immancabilmente pronti a ritorcercisi contro. Anche nella chiusa scenografia della bottega e delle gelide viuzze tutt’attorno, il contesto è cruciale. L’American Dream appare svuotato d’ogni ragion d’essere; il mito della terra delle opportunità è moneta falsa (come la libertà, soggiogata al fato), Dio è altrove, l’integrazione è un ideale puntualmente sconfessato e solo con la fortuna si costruisce la fortuna, altro che abnegazione e disciplina. “Il Commesso” evita comunque la crudeltà di sguardi troppo cinici, così come la trappola del patetismo, gli accomodamenti sentimentalistici che giochino sporco con il lettore. Al loro posto si apprezza un garbo estremo, capace di stemperare la durezza delle vicende trattate, di risparmiarci l’ostentazione disfattista del crudo e di tradursi in puro affetto per come sa intagliare l’animo di un marginale eroe del quotidiano, lontano dalla grazia e profondamente ispirato al romanziere dalla propria figura paterna.

L’autenticità dei ritratti e il loro taglio asciutto, apparentemente distaccato, riportano alla mente lo stile di Richard Yates, tra gli altri. Come lui, Malamud si astiene dal far emergere i propri giudizi e si limita a far parlare le storie. Tra i due grandi autori vi è peraltro una profonda differenza. Pur piegati da rimpianti e insoddisfazioni lancinanti, i protagonisti de “Il Commesso” si muovono come le canne al vento di pascaliana memoria, in balia degli eventi, consumati dagli anni e dalla tristezza ma non dal rancore, qui assente. Diversamente dai borghesi Wheeler di “Revolutionary Road”, le loro ambizioni sono pallidi fantasmi e non li rendono schiavi. A quello provvede il caso, piuttosto. E più dell’autorealizzazione conta la loro statura morale, ciò che li rende individui in senso prettamente etico. La figura di Morris è in questo esemplare: pur provato da un destino avaro, il commerciante è uomo di eccezionale integrità a prescindere dai precetti dogmatici del proprio indirizzo religioso, dignitoso nel suo silenzioso declino in dissolvenza, retto come nessun altro. Nonostante questo, forse anzi proprio per questo, non c’è pace per lui. “Ogni uomo buono dorme sonni tranquilli”, leggiamo a un certo punto. Beh, è una pia illusione: Bober è consumato dal tormento di aver sbagliato tutto, soffre per gli altrui patimenti e con tutta quella sofferenza potrebbe, volendo, “ricavarci un vestito”. Non va meglio a Frank, novello Raskol’nikov che chiama chi legge a sentimenti contrastanti nei suoi confronti, prima di imporsi come epigono perfetto del titolare. Oltreché opportunità di cambiamento per gli altri, è il solo a scuotersi dalla passività stagnante. Nell’inseguimento strozzato all’amore di Helen, la speranza della redenzione saprà renderlo una persona degna, ma a carissimo prezzo. Al lettore il compito di condividerne la pena, ripagata comunque da oltre trecento pagine di incredibile bellezza.

9.0/10

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